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Martedì, 09 Febbraio 2010 - Ultimo aggiornamento alle 18:14

Diaz, l'ora della sentenza

Lorenzo Guadagnucci ,   12 novembre 2008, 19:10

Diaz, l'ora della sentenza     Alla vigilia della fine del processo Diaz - la sentenza potrebbe essere letta domani sera - spunta un'immagine di quella notte maledetta: un poliziotto in borghese che indossa un casco blu e porta all'interno dell'istituto il sacchetto con le due molotov, la "regina" delle prove false con cui la Polizia avrebbe voluto "giustificare" le violenze e le manette ai 93 no-global. L'immagine è stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso e fa parte di un'inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione



Supponiamo che al processo Diaz vengano assolti gli imputati di grado più alto, i vari Gratteri, Luperi, Caldarozzi, tutti dirigenti dirango nazionale, tutti promossi a incarichi sempre più prestigiosi nel corso dei sette anni che separano i fatti dalla sentenza. Loro, gli imputati, probabilmente tireranno un sospiro di sollievo, magari diranno di avere vissuto con tormento questi anni e di sentirsi finalmente liberati da un peso (di solito gli imputati che riescono in qualche modo a salvarsi dicono così, non scendono in particolari sui fatti). Magari il ministro dell'Interno commenterà con soddisfazione il nulla di fatto per questi alti dirigenti, che sono la vera "posta in gioco" del processo, un "gioco", naturalmente, tutto interno a logiche di potere e senza alcuna attinenza con la forma, l'etica e la sostanza di un'autentica democrazia.

Ebbene, se arrivassero queste assoluzioni, saremmo di fronte a una bancarotta morale delle nostre istituzioni. A fronte di uno degli episodi più indegni della storia recente della polizia italiana, il nostro paese avrebbe a quel punto risposto così: sul piano politico, con la copertura di tutte le responsabilità dei vertici di polizia e anche dei vertici politici; sul piano professionale, con la promozione degli imputati a ruoli delicatissimi con funzioni sia investigative che di intelligence e con un inquietante messaggio di impunità inviato a tutti i lavoratori di polizia; nei rapporti coi cittadini, con il rifiuto di ripudiare lo scempio dei corpi e della legalità costituzionale compiuto la notte del 21 luglio 2'001. Il nulla di fatto sul piano giudiziario sarebbe quindi il coronamento di un percorso che ha degradato la credibilità delle polizia e delle istituzioni in genere.

Ma c'è di più. Ipotizziamo il caso opposto: il pieno accoglimento delle richieste dei pm, quindi 109 anni di carcere per 28 imputati, inclusi i membri della "posta in gioco". Giustizia sarebbe fatta, la credibilità ripristinata? Purtroppo no e per due motivi.
Il primo: la sentenza di domani concluderà solo il primo grado del processo, che sarà interrotto nel 2009 dalla prescrizione, quindi le eventuali condanne non avranno alcun effetto pratico. Il secondo: la sentenza di condanna - fondamentale sul piano simbolico - non sarebbe sufficiente. Per condurre a un recupero della credibilità perduta, quella sentenza dovrebbe spingere i vertici dello Stato ad allontanare tutti i condannati dalle posizioni che oggi occupano, verso ruoli di minore importanza e non "in prima linea": è il prezzo che si paga in democrazia quando si assumono responsabilità importanti.
Nel luglio scorso, nel processo "gemello" per i fatti di Bolzaneto, le 15 condanne non hanno condotto a provvedimenti del genere e sono quindi rimaste lettera morta. E' un brutto precedente.

In definitiva, la sentenza Diaz ci consegnerà due scenari. Il peggiore produrrà non solo l'impunità generalizzata ma una terribile legittimazione politica, giudiziaria, morale e simbolica di una delle peggiori pagine nella storia della nostra polizia. Il migliore, per dispiegarsi appieno e portare risultati significativi, richiederebbe una mobilitazione forte della società civile, per ottenere indispensabili decisioni politiche "post sentenza".

In mezzo resta lo sconcerto per la condotta processuale di quasi tutti gli imputati: solo due (Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier) si sono presnetati in tribunale, gli altri si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, che è un diritto di ogni imputato ma che un dirigente di polizia, di fronte a un fatto storico come la mattanza alla scuola Diaz, dovrebbe evitare di esercitare. Assumersi le proprie responsabilità, rispondere alle domande dei pm e degli avvocati, spiegare le proprie ragioni al tribunale e alla cittadinanza, dovrebbe essere un dovere civile di ogni funzionario dello Stato, specie di fronte ad eventi così gravi e che tanta impressione hanno suscitato nell'opinione pubblica italiana e internazionale.

Comunque vada a finire, per lo Stato italiano quella di domani non sarà una bella giornata agli occhi del mondo, e già ora sappiamo che dall'aula del tribunale solo le parti offese, i loro avvocati e i due pm che hanno sostenuto l'accusa, combattendo l'omertà e l'ostruzionismo della polizia di Stato, potranno uscire a testa alta.

*Comitato Verità e Giustizia per Genova





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