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Appello al presidente della Repubblica

Domenico D'Amati ,   01 agosto 2008, 12:50

Appello al presidente della Repubblica     L'emendamento sul precariato va contro la Costituzione e l'Unione Europea



Una campagna di disinformazione è in atto per sminuire agli occhi dell'opinione pubblica le gravi conseguenze dell'emendamento che il Parlamento si accinge ad approvare per modificare, a favore dei datori di lavoro, la normativa sui contratti a termine. Dai primi di luglio "Articolo 21" ha lanciato l'allarme per questo inqualificabile colpo di mano. Quando, sia pure con notevole ritardo, la grande stampa e l'opposizione si sono fatti carico di questa preoccupazione, i partiti di governo hanno cercato di attenuare le loro pesanti responsabilità affermando che si tratterebbe di un provvedimento riferibile soltanto al settore delle poste e solo con efficacia retroattiva. Non è vero. Delle nuove norme sono destinati a beneficiare tutti i datori di lavoro e, in primo luogo, gli editori che si avvalgono del precariato per mantenere in condizione di soggezione i giovani giornalisti.

Ma c'è ragione di ritenere che questa manovra possa essere validamente contrastata davanti alla Corte Costituzionale e alla Corte dell'Unione Europea. Si deve anche sperare che i parlamentari siano indotti a compiere un passo indietro, anche in considerazione della possibilità che, in sede di promulgazione, questa infelice iniziativa non superi il vaglio riservato al Presidente della Repubblica. A lui lo Studio legale d'Amati ha rivolto questo appello: "Signor Presidente, il Parlamento sta approvando alcune modifiche al decreto legislativo n. 368 del 6 settembre 2001, che disciplina l'impiego dei lavoratori precari. Allo stato le modifiche proposte appaiono destinate a precludere a questi lavoratori, con effetto retroattivo, ogni possibilità di ottenere la stabilizzazione del rapporto nel caso di abuso, da parte dell'impresa, delle assunzioni a termine. Dagli atti parlamentari non risulta che sia stata posta la questione della compatibilità delle previste modifiche con la direttiva del Consiglio dell'Unione Europea n. 70 del 28 giugno 1999, che esclude la possibilità di peggioramenti delle condizioni dei lavoratori precari ed anzi afferma il principio della normalità della durata a tempo indeterminato del rapporto di lavoro. Questa direttiva è stata richiamata dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 41 del 7 febbraio 2000 come limite alla possibilità di modifiche peggiorative della legge italiana. E' pertanto di tutta evidenza che, ove le modifiche proposte diventino legge, l'Italia sarà chiamata a risponderne davanti alla Corte Europea. Altrettanto evidente è il contrasto di queste modifiche con alcune norme della nostra Costituzione: l'art. 3, che, per il principio di eguaglianza, impedisce di precludere a una vasta categoria di cittadini la possibilità di ottenere le garanzie previste per coloro che hanno avuto la fortuna di essere assunti a tempo indeterminato; l'art. 4, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro; l'art. 24, che garantisce la tutela dei diritti; l'art. 35, che prevede l'elevazione professionale dei lavoratori; l'art. 41, che tutela la dignità umana dei lavoratori; l'art. 104, che sancisce l'autonomia della magistratura; l'art. 111, che afferma la parità delle parti nel giusto processo. Se di ciò non si terrà conto, il contenzioso davanti ai Giudici del Lavoro, lungi dall'essere semplificato, sarà necessariamente appesantito dagli inevitabili ricorsi alla Corte Costituzionale e alla Corte Europea. Ne conseguirà inoltre, per tempo non breve, una situazione di incertezza dannosa sia per le imprese che per i lavoratori. Confidiamo che, nell'esercizio delle Sue funzioni di garanzia, Ella vorrà tener conto delle preoccupazioni da noi espresse".





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