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Invisibili al lavoro, invisibili ai diritti

Marzia Bonacci,   21 novembre 2006, 19:45

Invisibili al lavoro, invisibili ai diritti     Una lavoratrice dell'ospedale Sant'Andrea sospesa dal servizio per l'intervista rilasciata a Report di RaiTre in cui raccontava di essere retribuita cinque euro l'ora, compresi i giorni festivi. Una dichiarazione che non è piaciuta alla cooperativa per cui operava presso la struttura sanitaria romana



Rilasciare un'intervista in cui candidamente si racconta della propria esperienza di lavoro, di quanto e a quale prezzo si fornisce la propria prestazione d'opera, e finire poi sospesi dal servizio. Per altro da una cooperativa, cioè da una struttura economica che dovrebbe essere fonte di garanzia anche sociale e umana per quanti vi operano.

E' successo alla signora Eleonora Bussa, fino a pochi giorni fa impiegata presso l'ufficio informazione dell'ospedale Sant'Andrea di Roma, dove lavorava per conto della cooperativa "la Begonia". Davati ai microfoni della trasmissione di RaiTre "Report", andata in onda domenica 12 novembre, la signora Bussa ha infatti raccontato la sua esperienza di lavoratrice "esternalizzata" presso quello che viene considerato uno fra i più importanti ospedali della capitale: "noi della Begonia siamo cinque, solo noi dell'ufficio informazioni. E' una cooperativa legata alla Capodarco, una sottocooperativa della Capodarco. Vuoi sapere? 5 euro l'ora anche il sabato e domenica e festivi, sempre quello prendiamo". "Ma poi ci sono degli utili della cooperativa, dei dividendi della cooperativa?" chiede apertamente il giornalista Piero Riccardi. "Mai visti! - risponde rassegnata la signora Bussa - Anzi...abbiamo anche dato noi i soldi, uno stipendio c'è stato levato perché non c'erano soldi, poi abbiamo dovuto dare un anticipo della liquidazione...". Insomma, lavoratori di una cooperativa, incaricata dall'azienda S.Andrea di fornire impiegati da utilizzare nei vari settori di necessità nella struttura stessa, costretti a ritmi e salari lavorativi dalle proporzioni molto discutibili.

La risposta della Begonia alle dichiarazioni della sua operatrice comunque non si è fatta attendere: così alla signora Bussa è stata recapitata una lettera di sospensione dal servizio perchè - si legge nel documento che le è stato spedito - "le risposte da lei fornite alla trasmissione sono state diffamatorie e lesive dell'immagine della cooperativa". Verrebbe da chiedere: ma a quali risposte lesive e diffamatorie si riferisce la cooperativa? Il racconto rilasciato dall'impiegata era infatti soltanto una cronaca di come si svolge il suo impegno lavorativo e a quale prezzo. A confermare che di racconto si trattava, il fatto che la Begonia non ha proceduto a querelare per diffamazione né la signora Bussa né la trasmissione di Milena Gabanelli.

Tutta la vicenda, denunciata oggi dai consiglieri regionali del Lazio di Alleanza Nazionale Francesco Lollobrigida e Francesco Aracri, è già stata oggetto di attenzione da parte della Cgil regionale che si è impegnata a fianco della lavoratrice chiedendo l'immediata revoca del provvedimento sospensivo.

Come ricordato nel corso della trasmissione, la politica di appaltare servizi a cooperative da parte dell'amministrazione pubblica è un fenomeno consolidato nel nostro paese. Sono circa 2 milioni, con un'età media di 40 anni, le persone che lavorano in questo sistema, solitamente impegnati 8 ore al giorno senza ferie, malattia e contributi dimezzati, per uno stipendio massimo di 800 euro al mese.
Dunque, un'amministrazione pubblica che si affida per garantire i servizi che deve erogare ad una società esterna, la quale provvede a fornire lavoratori che essa stessa in prima persona paga. Una strano intreccio fra pubblico e privato che, come ricordato dalla stessa Gabanelli, dovrebbe servire allo Stato ad ottenere un certo margine di guadagno. Ed è proprio su questo punto che i conti non tornano, come hanno potuto registrare i due gioranlisti di Report, Piero Riccardi e Michele Buono, i quali confrontando i contratti e le buste paga hanno riscontrato uno scarto non molto vantaggioso per lo Stato.

Il lavoro esternalizzato a cooperative è un pilastro organizzativo soprattutto nel settore sanitario nazionale e regionale. Nel Lazio la maggior parte delle strutture e dei presidi medici si muovono secondo questo schema. Proprio all'ospedale Sant'Andrea - costruito dopo ben 12 anni di attività cantieristica e inaugurato dall'ex governatore Francesco Storace - è in corso da mesi una vertenza per l'assunzione delle decine di lavoratori esternalizzati che vede schierati in prima fila le sigle sindacali della Cgil e dei Cobas. Una legge delle Regione ha infatti riconosciuto loro il diritto ad essere assunti dall'azienda S.Andrea ("internalizzati" per la precisione), ma ancora non si è riusciti a fare in modo che la norma non giacesse come carta morta. Gli esternalizzati di Grotta Rossa in sostanza sono tuttora tali, sebbene in merito al loro destino lavorativo una decisione ufficiale regionale sia stata già presa.
E' chiaro che la presenza delle telecamere di RaiTre con il conseguente licenziamento della signora Bussa ha scatenato una serie di reazioni all'interno della struttura. Massimo Goracci, rappresentante Flc Cgil S.Andrea, ci spiega come in verità il comportamento della cooperativa la Begonia sia stato "un clamoroso autogol", che ha però portato le cooperative che gestiscono il personale dell'ospedale (dai tecnici agli infermieri ai lavoratori dell'amministrazione), e che sono diverse e molteplici all'interno della struttura, ad assumere "atteggiamenti non proprio corretti". "Alcuni lavoratori - ci dice Goracci - mi hanno riferito per esempio che la cooperativa l'Osa al momento della consegna della busta paga richiede al lavoratore di firmare un documento che stigmatizza la trasmissione Report". E sulla condizione dei lavoratori esternalizzati, al cui fianco è impegnato da tempo, aggiunge: "è una condizione di lavoro difficile perchè di fatto sei considerato un lavoratore ‘fantasma', un dipendente che non esiste". E sul caso, il rappresentante sindacale ha ricordato la posizione della Cgil regionale, la quale "ha già fatto sapere di essere pronta a mettere a disposizione i propri ufficili legali per assistere la lavoratrice chiedendo un intervento da parte della Giunta regionale che sanzioni la cooperativa la Begonia. Oltre ad imporre, naturalmente il ritiro del provvedimento di sospensione".

La realtà delle cooperative è andata con il tempo trasformandosi in senso contrario alla spirito con cui furono istituite. Sempre più spesso infatti esse procedono ad operare con un sistema discutibile, principalmente incentrato sulla trasformazione dei propri dipendenti in soci della cooperativa stessa. Una figura, quella del socio, che solo nominalmente e formalmente risulta tale, e che conviene soprattutto alla leadership interna alle coop. Basata sulla condivisione di oneri più che onori, questo escamotage di fatto espone i lavoratori a doversi accollare il peso che gli grava in quanto "presunti" soci: stipendi pagati in ritardo o non pagati affatto in caso di crisi, rinvestimento del proprio guadagno nell'attività e sacrificio per la necessità dell'azienda. In questo modo i lavoratori assicurano a queste pseudocoperative i vantaggi riconosciuti dalla legge. Ma per loro sono poche le possibilità di far valere quei diritti che gli deriverebbero proprio in qualità di membri: i consigli delle coop nella maggior parte dei casi sono infatti blindati e far sentire la propria voce, anche critica, risulta molto difficile oltre che molto rischioso per il proprio impiego. La divisione poi degli utili fra i soci, prevista dallo statuto cooperativo, è un'altra chimera che si traduce in piccoli rimborsi da fame per questi dipendenti "eletti" a rango di membri societari.
Perfino controllare i fondi dei bilanci e la qualità dei servizi erogati dalle cooperative, compito che spetterebbe alla Lega o alla Confcoperative, cioè alle centrali a cui le piccole realtà satellite aderiscono, è molto difficile: queste stesse formazioni madre infatti vengono finanziate dalle coperative minori che dovrebbero controllare.
Anche sull'ente appaltante, poi, pendono delle responsabilità a cui spesso non si risponde: è suo infatti il dovere di controllare l'attività delle coop e l'inquadramento del lavoratore che in esse si pratica, minacciando la revoca dell'appalto in caso di una loro irregolarità.

Esternalizzare, dunque, e a qualunque costo. Peccato che non conviene economicamente, al lavoratore ma forse anche allo Stato.





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