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Martedì, 09 Febbraio 2010 - Ultimo aggiornamento alle 18:14

I vescovi di Strapaese

Nane Cantatore,   19 marzo 2008, 21:11

I vescovi di Strapaese Politica     Nuove raccomandazioni dei vescovi italiani, che individuano le loro priorità per il prossimo governo: legge elettorale, scuola e lotta alla mafia. Tutto tanto vago da sembrare sensato, ma c'è da chiedersi su cosa mai i vescovi non abbiano un parere



La Conferenza episcopale italiana, a seguire il sostantivo e il primo aggettivo, sembrerebbe un'istituzione seria, dedita alle questioni di fede e alla guida spirituale del clero; il secondo aggettivo, però, chiarisce che si tratta di un soggetto italiano, e come tale soggetto a tutti i vizi e le poche virtù di questo splendido Paese baciato dal sole. I vescovi italiani hanno pertanto una certa propensione alla chiacchiera e all'intromissione, che li fa assomigliare non poco allo stereotipo del bar di provincia, in cui tra un grappino e un caffé corretto si decidono le sorti del Paese, si fa la formazione della nazionale di calcio e si confrontano i meriti pettorali delle ragazzotte che sgambettano in televisione.

Lo conferma anche la faccia di Giuseppe Bettori, segretario generale della Cei, uno che sembra un parroco di provincia, amante del vino e gran giocatore di briscola, allenatore della locale squadra di calcio e animatore di gite e pellegrinaggi, magari anche propenso a tirare qualche sganassone ai chierichetti impertinenti e ai paesani irriverenti.

Quest'immagine doncamillesca, a dispetto della sua evidente vetustà, sembra sempre più quella a cui i vescovi italiani vogliono ricondurre il Paese, con esortazioni e paterni richiami all'ordine, sullo stile del parroco che si ferma al bar della piazzetta, scambia due parole con tutti e assolve ogni peccato, a patto che ci si confessi regolarmente, e i parrocchiani contenti di avere un prete così alla mano, pronto a condividere le loro preoccupazioni. Un modello, insomma, fondato sul campanile al centro della piazza, sull'oratorio come luogo di socialità e sulla tonaca come presenza costante e rassicurante, che non ha nemmeno più bisogno di alzare i toni o di scagliare anatemi, e nel quale in fondo non è nemmeno tanto importante quanto le esortazioni pastorali siano seguite o persino ascoltate: conta solo che il parroco sia lì, chiamato a battesimi, matrimoni e funerali, e che ad esso sia riconosciuto un ruolo privilegiato in questo microcosmo, anche se quasi soltanto decorativo.
Le continue uscite della Cei vanno prese in questo modo: è inutile analizzarne i contenuti, allarmarsi per le uscite più ferocemente clericali o esprimere una cauta soddisfazione quando vanno nel senso di una blanda giustizia sociale: non importa che cosa i vescovi dicono, ma il fatto stesso che, un paio di volte al mese, essi intervengano nel dibattito pubblico. Così è capitato anche in quest'ultima occasione: gli auspici per una riforma elettorale che ripristini le preferenze, uno sforzo per riqualificare la scuola e un maggiore impegno nella lotta alla mafia possono essere analizzati finché si vuole, ricavandone, rispettivamente, un viatico per il grande inciucio, la premessa di ulteriori richieste di quattrini e un richiamo retorico abbastanza scontato. Si può anche rispondere con la consueta ironia da mangiapreti, facendo notare che, quanto a sistema elettorale, quello per la nomina del pontefice cattolico non è tra i più evoluti, e che in fondo la chiesa cattolica non è poi questo capolavoro di democrazia rappresentativa; ma, in fondo, tutte le discussioni sui contenuti non fanno che accettare il fatto più importante, vale a dire la continua presenza delle tonache sulla scena pubblica italiana.

A questo punto, è facile aspettarsi che le prossime dichiarazioni di Bettori possano spaziare su ogni tema dello scibile, dalla materia oscura dell'universo all'elezione di Miss Italia: ormai il parroco è entrato nel bar, e non ne uscirà tanto presto.





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