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Ascanio Celestini al Creberg

Renzo Francabandera,   29 febbraio 2008, 17:17

Ascanio Celestini al Creberg Teatro     Una tre giorni con i suoi lavori per il teatro, Scemo di guerra, La pecora nera e Appunti per un film sulla lotta di classe, in scena a Bergamo presso il Teatro Creberg. Il narratore, ripercorrendo il filone della tradizione orale, ricerca nelle storie di tutti i giorni il senso del quotidiano che si modifica, la perdita di valori e d'informazione, la perdita di memoria e di consapevolezza sociale



"Mi chiamo Ascanio Celestini, figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera. Mio padre rimette a posto i mobili, mobili vecchi o antichi; è nato al Quadraro e da ragazzino l'hanno portato a lavorare sotto padrone in bottega a San Lorenzo. Mia madre è di Tor Pignattara, da giovane faceva la parrucchiera da uno che aveva tagliato i capelli al re d'Italia e a quel tempo ballava il liscio. Quando s'è sposata con mio padre ha smesso di ballare. Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera".

Me la conta proprio come farebbe se fossimo al bar, la vita, Ascanio Celestini. Me la fa sorseggiare senza parole difficili, come sul divano di una casa normale, senza il preconcetto della formalità.

Anche con duemila spettatori ci siamo sempre io e lui; che racconta. Perché questo racconto è individuale. Della vita sua, della sua esperienza che parla alla mia. Ma è anche un livello di narrazione che sta facendo un raffinato salto dalle storie dei singoli alla storia delle masse.

E se potessimo pensare in forma sintetica a quanto sta portando in questi giorni in scena a Bergamo al Teatro Creberg l'autore romano, esperto di monologie, di neologie, sicuramente di affabulate magie narrative, penseremmo a questo filo conduttore che lega i tre spettacoli: Scemo di guerra, La pecora nera e Appunti per un film sulla lotta di classe sono storie di singoli ma anche di collettività. Storie rispettivamente dell'umanità dimenticata che fu in guerra, delle umanità vinte da una guerra mai combattuta, e dell'umanità che deve combattere la guerra quotidiana nel sistema economico, a proposito della quale Celestini riscopre quella blasfemia che era diventato il concetto di "lotta di classe".

"Loootta di claaaasse? Ma come paaaarli? Ma lo diceva mio zio quarant'anni fa, Marx un secolo e mezzo fa?! Ma che roba vecchia, Ascanio!"

"Vecchia? Vecchio come il complesso del centro commerciale in cui i precari dei call center, uguali agli operai di un secolo e mezzo fa, o delle lotte sindacali di trent'anni fa cercano dignità e possibilità alla vita in un lavoro a frammenti? Vecchia me stai a dì? Ma vecchio ce sarai te, che pensi de vive e nun te gguardi manco attorno, pe' nun vedè che t'hanno già ammazzato!"

Non l'abbiamo sentito rispondere a questa domanda, ma forse questa potrebbe essere una sua risposta, lui che a poche centinaia di metri da quel call center, durante l'ultima notte bianca di Roma ha organizzato proprio uno Spazio della memoria, un angolo di resistenza all'oblio sociale.

Ed è in fondo quanto si racconta nei tre spettacoli, memoria di memorie.

Scemo di guerra: è la storia, vista dal basso, della Roma sotto i bombardamenti. E' quella della San Lorenzo dove lavorava suo padre, è proprio una incredibile passeggiata in quella città sventrata in cui una buccia per terra poteva essere il pranzo di una giornata o la salvezza da una raffica di mitra. Uomini sugli alberi, non baroni rampanti o visconti dimezzati, al più cavalieri inesistenti in una tenzone combattuta, come tutte le guerre, per conto terzi. È la storia del 4 giugno del 1944, il giorno della Liberazione di Roma, nel ricordo della Storia e in quello di suo padre.

La pecora nera parla invece degli effetti dell'introduzione della Legge 180 del 1978, nota come "Legge Basaglia", in una collaborazione con il Teatro Stabile dell'Umbria. L'autoreattore ha indagato fra i testimoni della vita manicomiale, prima e dopo la Riforma, a Perugia e poi in tutta Italia. Celestini regala attraverso il suo essere solo sul palco un sentimento ulteriore di abbandono, e scorrendo le storie di infermieri e di medici, e accompagnato dal trio composto da Roberto Boarini (violoncello) Gianluca Casadei (fisarmonica) e Matteo D'Agostino (chitarra), dice di un esperimento che non ha risolto il grave problema sociale. Anzi.

Infine c'è Appunti per un film sulla lotta di classe, tracce di un percorso nel post-capitalismo, dove il concetto che qualche furbo fa passare per obsoleto di "lotta di classe" torna prepotente.

Il lavoro precario è miccia per uno spettacolo condotto per sequenze intervallate dalle armonie dei tre ottimi musicisti jazz che lo accompagnano. Da Cinecittà in Roma, ai luoghi di sfruttamento del lavoro precario in ogni angolo d'Italia e d'Europa il passo è breve. Episodi di una guerra che cambia al più campo di battaglia ma che dovunque è percepita in tutta la sua devastante potenza.

Storie di autorganizzati, che hanno rischiato per la dignità del lavoro e sono stati licenziati. "Qualcuno poteva salvarsi e accettare un lavoro pagato 550 euro al mese, ma "noi non siamo mica il Titanic -mi dicono- non affonderemo cantando". Parole sante! Rispondo io." dice l'autore.

In fondo Celestini racconta i nostri tempi. Piace ascoltarlo, e il successo bergamasco lo dimostra, scoprendo anche un po' tristemente che non si smette mai di essere scemi di guerra, con lo scolapasta in testa come Chisciotte, senza manco saperlo, in tempi in cui si scambia sempre più spesso il diritto con il favore, eroi senza nome di battaglie contro mulini dove si macinano le esistenze.

Storie di quelli che... il mutuo non ce lo danno, quelli che... scadono a marzo, come il pezzo di formaggio in frigo, come il latte per fare colazione, quelli che... oggi tocca cercare un altro lavoro, in una giornata un po' si e un po' no di un mese qualunque di una vita non a caso.





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