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Lacrime e rabbia

C.R.,   10 dicembre 2007, 12:05

Lacrime e rabbia     "Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve pagare" è il ricordo di Antonio, sopravvissuto all'incendio della Thyssen Krupp. Ora, il governo accelera i tempi verso il via libera dei decreti attuativi del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro



In una città listata a lutto, con i negozi che chiudevano le serrande in segno di solidarietà e gli applausi della gente comune, è esplosa questa mattina la rabbia dei 30 mila lavoratori si sono dati appuntamento a Torino per la manifestazione organizzata da tutte le sigle sindacali contro gli omicidi sul lavoro dopo la tragedia della Thyssen Krupp costata la vita finora a quattro giovani operai - Bruno Santino 26 anni, Roberto Scola 33 anni, Antonio Schiamone 36 anni e Angelo Laurino 43 anni -, mentre altri tre ancora lottano tra la vita e la morte in ospedale. Presenti in piazza il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, i ministri Livia Turco e Paolo Ferrero, i segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm, i vertici delle istituzioni locali, il segretario nazionale di Rifondazione Franco Giordano e il vicepresidente del Pd Enrico Franceschini. Non sono mancati i momenti di forte tensione. Fischi e contestazioni nei confronti dei sindacati confederali, parole dure, ''assassini'', ''pagherete caro, pagherete tutto'', ma anche una costante richiesta di ''giustizia'', perché ''non si può ''morire di lavoro''.

Nelle intenzioni delle direzioni di Cgil Cisl e Uil doveva essere una manifestazione silenziosa, ma non appena il corteo si è cominciato a muovere da piazza Arbarello in direzione di piazza Castello, insieme agli applausi che accompagnavano il passaggio dello striscione listato a lutto delle Acciaierie Speciali Terni, si sono cominciate a levare anche le prime proteste contro i vertici dell'azienda, contro le burocrazie sindacali, contro i giornalisti.
Il padre di Bruno Santino è in testa al corteo: tiene in mano un giornale con un titolo a grandi lettere, con la notizia della tragedia. Lo sostengono, ai lati, i familiari, sembra stare in piedi a fatica. Grida il nome del figlio e delle altre vittime: "Bruno, Angelo, Roberto. Bruno, 26 anni", ripete. Il corteo passa lentamente, ma non è un corteo silenzioso, è pieno di rabbia.
"Assassini, assassini" si sente riecheggiare. "E' un cimitero, non una fabbrica"; "Il casco: in mezzo al fuoco, cosa ti serve il casco". Vengono pronunciati a gran voce i nomi dei dirigenti della fabbrica, seguito da: "Ci avete abbandonati", "Pagherete caro, pagherete tutti", e alcuni se la prendono anche con i giornalisti: "Siete buoni a parlare solo della Franzoni".

Davanti alla prefettura, il corteo diventa silenzioso. La gente finalmente cammina piano e in piazza Castello si ferma, rispettosa, per ascoltare la voce dell'unico testimone della strage, Antonio Bocuzzi, la fronte ancora bruciata dalle ustioni: "Antonio, Roberto, Angelo, Bruno- dice con voce piena di dignità e dolore- siete sempre davanti ai miei occhi, ho il dovere di andare avanti, di testimoniare cosa è successo, sono l'unico sopravvissuto di una strage inaudita. Il dolore incredibile di quello che ho visto è paragonabile solo all'inferno. Nessuno questa volta potrà permettersi di dimenticare. Io chiedo ad ognuno di voi di questa piazza e alle istituzioni, due cose soltanto: essere vicini alle famiglie dei nostri compagni che non ci sono più e vi chiedo di andare avanti, per far valere i nostri diritti, far sì che da domani andare a lavorare non sia come andare in guerra.
Quando si è alzato il fuoco- prosegue Antonio Bocuzzi, sopravvissuto all'incendio-, altissimo, enorme, non hanno avuto scampo; l'insulto più grave è sentire qualcuno che insinua che la colpa sarebbe di noi operai. Non si rendono conto delle loro parole. I Vigili del Fuoco ci hanno messo sei ore a spegnere quei fuochi immensi, cosa avremmo potuto fare noi?
Pensate saremmo andati a lavorare quella mattina se avessimo saputo la certezza di andare a morire? Sapere che quel gigantesco impianto si sarebbe guastato era roba da tecnici, responsabilità dell'azienda, e che adesso scaricano le loro colpe su di noi. E sarebbe come uccidere ancora una volta Antonio, Roberto, Angelo e Bruno.
Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve pagare. I sindacati tutti hanno fatto tutto quello che era possibile, l'azienda non tenti di scaricare le sue responsabilità. Tutta quella fabbrica ormai era al collasso, sapere che quegli impianti si sarebbero spaccati così improvvisamente non era cosa potessero capire né gli operai né i sindacati. La ThyssenKrupp aveva ricevuto 35 segnalazioni per anomalie, Guariniello svela che alcuni ispettori erano anche consulenti aziendali e noi siamo solo andati a morire".

A nome di Fim-Fiom-Uilm nazionali ha parlato Gianni Rinaldini, numero uno della Fiom: "Non sono morti bianche, siamo di fronte a un omicidio compiuto nei confronti dei lavoratori, una strage. E' un' azienda che ha voluto spremere fino all'ultimo i lavoratori per ricavare profitti. E' normale che ci sia tanta rabbia, bisogna muoversi per colpire i responsabili". Rinaldini ha ricordato che venerdì tutti i metalmeccanici italiani si fermeranno per quattro ore. "E' una rabbia giustificata - ha detto Rinaldini a proposito dei fischi - che esprime uno stato d'animo che va compreso. Sono lavoratori che hanno visto morire i loro colleghi nel fuoco. C'é una richiesta urlata di giustizia in un paese dove di giustizia per i morti di lavoro se n' è fatta ben poca".

"Tutte le morti sul lavoro sono una tragedia, e pongono una questione nazionale di grande drammaticità e peso umano, ma con quelle di Torino, stavolta, "per il modo in cui tanti giovani operai hanno perso la vita, siamo di fronte a qualcosa che va oltre, a qualcosa di atroce". E' la riflessione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - in un colloquio con il quotidiano La Stampa - che sulle morti bianche sollecita che "ciascuno si assuma le sue responsabilità, a cominciare dalle imprese, ognuna delle quali, quando si verifichi un incidente sul lavoro mortale o comunque grave, deve dar conto dei propri comportamenti dinanzi alla magistratura e a tutti i poteri interessati".

Ora, il governo accelera i tempi: il testo per la sicurezza sui luoghi di lavoro prevede pene severe, come l'arresto fino a tre anni e controlli accurati nelle imprese, ma il rischio è che - senza l'approvazione dei decreti attuativi - resti lettera morta. Martedì se ne parlerà in Consiglio dei ministri, ma difficilmente un quadro complessivo si potrà avere prima del 17 dicembre, quando è fissata una riunione tra i soggetti interessati, regioni comprese.
Una spinta a stringere i tempi l'aveva data già ieri sera il presidente del Consiglio Romano Prodi, impegnato a Lisbona nel vertice Ue-Africa, dando appuntamento per il suo rientro a Roma per una verifica sulla necessità di ''spingere o anticipare l'approvazione di alcuni aspetti del ddl Damiano''. E proprio il ministro Damiano saluta la notizia di un nuovo "tesoretto" Inail da 12 miliardi di euro spiegando che "sarebbe una rivoluzione se tornasse ai lavoratori sottoforma di miglioramento delle tabelle di indennizzo e alle imprese come riduzione del costo del lavoro, e cioè come forma di premialità nel caso diminuisca il numero di incidenti".

A chiedere un ulteriore impegno, e cioè il via libera entro Natale ai decreti attuativi della legge approvata il primo agosto scorso, è stato il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero chiedendo al governo di scegliere la via più breve, anche quella della Finanziaria, pur di approvare i decreti. Altrimenti quella legge "è come se non ci fosse o, quanto meno, è un buon proposito destinato a restare sulla carta''. E Ferrero ha manifestato oggi a Torino perché, spiega, ''non siamo di fronte a una fatalità ma a una tragedia che come molte altre si sarebbe potuta e dovuta evitare. Questo è ora compito ineludibile della politica''. E domattina (martedì) alle 9, alla Camera, è fissata una riunione della Sinistra-arcobaleno per adottare una linea comune da tenere nel Consiglio dei ministri che dovrebbe adottare misure per contrastare il fenomeno delle morti sul lavoro. L'orientamento è di chiedere un provvedimento d'urgenza.





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