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Il sessantotto dei Beatles

Emanuele Martorelli,   26 ottobre 2007, 15:29

Il sessantotto dei Beatles Suoni e immagini     Sta per uscire nelle sale "Across the Universe", un film tra documento e musical che racconta le spinte propulsive che negli anni sessanta hanno nutrito ideali, generazioni e movimenti. Con, sullo sfondo, la musica dei quattro di Liverpool



I Fab Four li hanno raccontati più o meno in tutti i modi, così sia chiaro: non è un lavoro sui Beatles. Semmai il film, diretto da Julie Taymor (già autrice del musical tratto dal "Re Leone"), è una panoramica schietta sugli slanci passionali che hanno animato il decennio dei sessanta, non senza qualche ammonizione alle nuove leve che la regista tiene a sottolineare: "Vorrei che il film facesse riflettere i giovani di oggi: non basta protestare nei blog della rete, da soli in una stanza. Bisogna uscire e gridare ad alta voce insieme agli altri".

Per lo spunto sui caratteri dei personaggi la Taymor non lascia dubbi: "i protagonisti vengono dai miei ricordi personali", dichiara, "anch'io avevo un fratello e una sorella più grandi e, ragazzina, osservavo il loro percorso: il college, i movimenti, lo sconforto per la leva militare, gli hippies, le droghe. Lo spirito ribelle dell'epoca mi è rimasto addosso. Nelle canzoni dei Beatles ho ritrovato tutto". Dopo le rotture dal filone anni '50 dei primissimi lavori, il percorso artistico dei baronetti (sviluppatosi di pari passo con quello culturale dell'epoca) è rintracciabile direttamente sulle copertine dei loro dischi: Rubber Soul sancisce definitivamente l'entrata del gruppo in terreni più sperimentali. La foto li ritrae con i capelli più lunghi in una prospettiva grandangolare e stranita. E' il periodo delle comunità hippy, del movimento dei figli dei fiori e di una serie di proposte culturali ai quali i quattro aderiranno in un loro personalissimo modo, spesso influenzando direttamente alcune tendenze in un continuo gioco di rimandi. I passi successivi sono le sperimentazioni di "Revolver", il trionfo del "Sgt Pepper" (celebrato da poco per i suoi 30 anni) in bilico tra musica da camera e psichedelia, le celebrazioni dei viaggi on the road del "Magical Mystery Tour" fino al minimalismo del "White Album" (che anticipa gli stili visivi dei primi anni '80) ed il commiato con "Let it be", anche se non ufficialmente l'ultimo disco registrato dai Beatles è il grandioso "Abbey Road".

Che quella dei Beatles non sia mai stata musica di contestazione nel senso più datato del termine è un dato più che lampante (la sinistra giovanile americana di allora definì il singolo "Revolution" come "un meschino inno borghese"). Il punto focale su cui è basato il film è invece il carattere fortemente innovativo della loro opera, in grado di porsi come atto controculturale pur essendo veicolata dai canoni ufficiali dell'industria dello spettacolo. Se i Rolling Stones denunciavano la mancanza di pigli rivoluzionari (Street fightin' man), i Beatles stravolsero la forma canzone canonica, avanzarono noncuranti degli stilemi dell'epoca fino a dettare mode e generi musicali, fecero nei loro dischi quello che nessuno aveva fatto fino ad allora e soprattutto con una leggerezza infantile ed impertinente (furono tra i primi ad inserire espressioni gergali provenienti dallo slang dell'epoca riferite all'uso di sostanze stupefacenti). Quella dei Beatles è stata in definitiva una rivoluzione soffice, che proprio per questo li ha consacrati come oggetto pop per eccellenza, indefinito ed inafferrabile. E' questo aspetto che il film cerca di racchiudere e veicolare ad oggi offrendo un messaggio ancora acceso e possibilmente non datato. Trentatre brani del repertorio dei Beatles sono stati così reinterpretati da attori e musicisti illustri (tra i vari anche Bono Vox e Joe Cocker, già autore in passato di una storica rilettura del brano "With a little help from my friends" presentata a Woodstock).





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