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Le contraddizioni del prof. Ichino
Michele Gentile*, 15 giugno 2007, 19:10
Il Punto
Da un po' di tempo il Prof. Ichino ci aveva fatto mancare le sue idee, senza grande rimpianto a dire il vero.
Ma ecco che ricomincia e con un solo articolo, pubblicato mercoledì scorso sul Corriere della Sera, presenta tre concetti contraddittori tra loro e totalmente inaccettabili per il mondo del lavoro.
Il Primo è che "il rinnovo dei contratti è un optional: un atto che si può fare o non fare a seconda delle convenienze";
il secondo è che il rinnovo dei contratti presuppone una visione comune - una comunità di intenti tra datori di lavoro e lavoratori-;
il terzo, infine, che in assenza della suddetta "comunità d'intenti", è da preferire la contrattazione nelle aziende al posto del contratto nazionale.
Tre concetti inaccettabili e contraddittori tra loro (non si capisce perché la mancanza di una visione comune dovrebbe impedire il rinnovo del contratto nazionale e favorire quello aziendale).
Ma soprattutto questi concetti, anche per la sede dalla quale sono stati espressi, forse non rappresentano solo il pensiero di uno studioso "radicale", ma lo scenario politico per forze datoriali e politiche che vogliono sfruttare il bisogno del contratto per il potere di acquisto dei salari e per contrattare l'organizzazione del lavoro e le condizioni del lavoro, per uno scontro politico nel paese, utile anche perché le imprese abbiano mano libera in una fase di "ripresa" mentre arrivano le risorse derivanti dal cuneo fiscale.
Perché se fossero solo le elucubrazioni di un intellettuale, la domanda da porsi sarebbe: come mai quel giornale le pubblica in prima pagina?
Questi interrogativi però non debbono dirottare l'attenzione sul fatto che si è in presenza e si prospetta una stagione contrattuale particolarmente difficile. Gli interessi datoriali in campo sono corposi: la gravissima ed inaccettabile vicenda del rinnovo del contratto dei giornalisti, così come la complessa, e per qualche verso incomprensibile, vicenda del rinnovo dei contratti pubblici, o come il rinnovo ancora mancante del contratto delle imprese di pulizia stanno lì a dimostrarlo.
In una fase politica così complessa ognuno cerca di ritagliarsi un suo spazio senza regole se non quelle di garantire i propri interessi. Anche per i meccanici sarà lo stesso: i segnali già sono chiari: in una stagione di crescita, la tentazione di avere mano libera in azienda è forte ma, al contempo, è forte la preoccupazione che le lotte operaie possano turbare quel clima necessario per poter crescere.
Torniamo al Prof. Ichino: come e su cosa sarebbe possibile avere "comunità di progetto fra lavoratori e datori"? E perché l'abrogazione del contratto nazionale dovrebbe rendere possibile la contrattazione aziendale? Oggi, nonostante quanto previsto dal protocollo del '93 e dai contratti nazionali, la contrattazione aziendale riguarda non più del 38% dei lavoratori dei settori privati. L'ipotesi del prof. Ichino si spinge fino alla generalizzazione dei contratti aziendali? Credo si possa escludere! Ed allora senza contratto nazionale e con i contratti aziendali - laddove possibile - la tesi è che i lavoratori si debbono affidare ai progetti dei "padroni" e sperare che in questi ci sia anche la presenza e la valorizzazione del lavoro. Si tratta di inaccettabili scorciatoie verso la tesi dell'unilateralismo della gestione aziendale sulle condizioni dei lavoratori, sugli orari, sul salario.
Proprio contro tale tesi continuiamo a dare valore centrale al contratto nazionale come tutela dei salari dalla reale crescita inflativa: strumento solidaristico, ma anche strumento certo per la tutela delle retribuzioni di lavoratori e lavoratrici. Autorità salariale, che non si fermi alla sola difesa del potere di acquisto ma, dopo tanti anni nei quali si è dimostrato che la ricchezza si è spostata dai salari ai profitti, afferma la necessità di migliorare il potere di acquisto. Autorità anche per la definizione di diritti universali normativi e lavoristici individuali e collettivi.
Un secondo livello negoziale che va esteso anche attraverso la contrattazione territoriale, di area, di filiera o di distretto, nella quale distribuire salario di produttività e contrattare le condizioni della produzione e del lavoro.
Ipotesi di incentivazione della contrattazione aziendale attraverso la defiscalizzazione dello straordinario nascondono, dietro il possibile ma incerto vantaggio salariale, il totale depotenziamento della contrattazione in azienda sulle condizioni di lavoro e sull'orario: una vera e propria destrutturazione e deregolazione della condizione principale della contrattazione aziendale: quella di contrattare l'orario.
Nel settore pubblico poi, una contrattazione aziendale al posto di quella nazionale implicherebbe "condizioni strutturalmente diverse di offerta dei servizi pubblici" ( si pensi alle modalità di offerta qualitativa e quantitativa oggi definiti nel contratto nazionale e quindi universalmente validi). In sostanza, si sarebbe in presenza di una sorta di federalismo contrattuale a modo della devolution di memoria leghista.
Poi, a fine della stagione contrattuale in corso, sarà possibile affrontare il tema della manutenzione del sistema contrattuale ( biennio; triennio; ruolo e estensione della contrattazione aziendale).
Tutti temi che nulla hanno a che vedere con quanto affermato dal prof. Ichino!
.
*Cgil, coordinatore Settori pubblici
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#2 · maurizio
16 giugno 2007, 14:26 La verità è che anche noi lavoratori diamo troppo spazio ai deliri di questo miserabile sottoprodotto della subcultura nostrana. E pensare che oltre a doverlo ascoltare, siamo anche costretti, tassando i nostri salari, a pagargli pure la scorta a fronte di tute le cazzate che spara!!!.#4 · balzanodadue
17 giugno 2007, 15:29 Leggo dalla sua biografia ( http://www.dsl.unimi.it/dslwtemp/ita/modello_scheda_persone.php?id=14 )che Ichino è nato nelmarzo del 1949. Nel 1969 era già dirigente sindacale nella Fiom. dal 1973 al 1979 è stato responsabile del Coordinamento servizi legali della Camera del Lavoro di Milano. Dal 1975 è iscritto all’Albo degli Avvocati e Procuratori di Milano ed esercita la professione forense. Nell’ottava legislatura (1979 – 1983) è stato membro della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, eletto nelle liste del Partito comunista italiano. Nel 1985 ha assunto l’incarico di coordinatore della redazione della “Rivista italiana di diritto del lavoro” (diretta dal prof. Giuseppe Pera), della quale è stato vicedirettore dal 1991 ed è ora direttore responsabile. Domanda : ma uno che a 20 anni era già dirigente sindacale, e che oggi pontifica su diritti e doveri del lavoro, quando ha mai avuto occasione di sperimentare direttamente, sulla propria persona, quei diritti e quei doveri ? E pensare che è stato pure eletto nel PCI nell’ottava legislatura. Qui ha da venì Baffone per davvero, datemi retta…#5 · giovanecomunista
17 giugno 2007, 17:31 guardate,ve lo giuro,quando sento certa gente mi viene la voglia di abbandonare Rifondazione e divenatre stalinista…perchè certi proprio t viene la voglia di sterminarli in massa…mamma mia#6 · Mariano
17 giugno 2007, 18:36 La questione è molto seria e bene ha fatto il coordinatore CGIL a sottolineare l’articolo. Devo però ribadire un mio personale parere, ovviamente, la CGIL ha messo del Suo nel far crescere il Prof. ICHINO. Con una politica sindacale suicida con un Governo (quello attuale) che non merita nessun rispetto. Ma siete sicuri di andare a trattare i problemi dei lavoratori e dei non lavoratori, senza avere prima un via libera a trattare, con uno straccio di assemblea tra i lavoratori? Al prof. Ichino chiederei essendo un giuslavorista quanto prende di notula professionale per attaccare i sindacati ei lavoratori del P.I. ? e sopratutto chi lo paga? Cordialità#7 · Mario L
17 giugno 2007, 21:42 Sona d’accodo con Mariano, e quindi riprendo e ribadisco quanto ho detto nel primo post. La CGIL ci ha messo del suo. La politica salariale degli ultimi 20 anni ha mandato al macero un sacco di cose che nessuno avrebbe mai pensato. Non parliamo poi di potere d’acquisto!! Sembra che solo le famose massaie si sono rese conto della sua riduzione quando fanno la spesa. Ma i sindacalisti la fanno la spesa? O gliela portano a domicilio? Non vi sembra una vergogna rinnovare il cotratto pubblico con 101 euro (ben 3,36 euro lordi al giorno)di aumento? Con decorrenza 1 febbraio 2007? E’ chiaro, più si indeboliscono i lavoratori, più gli strumenti si afflosciano, più crescono gli ICHINO e compagnia bella. C‘è bisogno di una svolta profonda. E’ bene che chi deve, lo faccia.#8 · GIORGIO SORNICOLA
17 giugno 2007, 23:57 scusate se insisto. Aveva ragione il Compagno Giuseppe Stalin#9 · francesco p.
18 giugno 2007, 09:21 Ho letto la sua Biografia. Come immaginavo è uno che del mondo del lavoro non conosce nulla non avendone mai avuto esperienza diretta.Che capisca qualche cosa è quindi escluso. Chi non ha esperienza non può avere consocenza (lo dicevano già tanti anni fa). La sicumera è poi propria del percorso sindacale-politico CGIL-PC. Quante persono non di sinistra abbiano rappresentato la sinistra in questi anni, lucrando sulle fatiche di chi scioperava, manifestava, sfilava e lavorava nelle feste dell’unità, lo vediamo oggi con grande chiarezza.#10 · donato
18 giugno 2007, 16:06 La scala mobile ci è stata tolta; lo strumento dello sciopero ha perso il suo valore; la legge Biagi prende origine dal pacchetto Treu; scusate la colpa è di Ichino? Nella P.A., Caio fa una pratica al giorno, Tizio una alla settimana, Sempronio una ogni dieci giorni, Rossi una al mese. Tutti e quattro vengono premiati allo stesso modo, con la produttività, e con la p.e.o.. Ma la “baracca” la manda avanti Caio o Rossi. Ichino pone questo problema che va affrontato e risolto, non mettiamo la testa nella sabbia come lo struzzo altrimenti l’onda ci travolgerà.#11 · balzanodadue
18 giugno 2007, 16:21 a post di Donato voglio guardare in bocca : di scansafatiche e di somari silenziosi che tirano la soma senza protestare il mondo del lavoro ne è pieno da sempre. Il punto è che Ichino nei suoi giudizi è sempre, per così dire, un po’ strabico : se uno scansafatiche la sfanga per un anno o dieci anni facendo una pratica al mese o giù di lì, di chi è la colpa più grave ? Dello scansafatiche o del dirigente che gli ha consentito di esserlo ? La meritocrazia e il regime sanzionatorio dovrebbe prima di tutto applicarsi ai dirigenti incapaci : Berlusconi, che voleva uno stato più leggero ed efficiente, con la legge Frattini sullo spoil system ( n. 145) sdoganò più di 600 dirigenti di seconda fascia ( promuovendoli in prima) nella p.a. per il semplice motivo che erano fedeli al regime. E sono ancora lì, perchè al contrario di Berlusconi Prodi non si è ancora mosso in modo autorevole, con il risultato che le cause di mobing nel pubblico impiego stanno fioccando come neve al sole, al punto che i maggiori enti hanno aperto uffici appositi per trattarle. Moralizziamo, licenziamo i dirigenti incapaci e vedrete che i dipendenti scansafatiche diminuiranno, senza gli adeguati protettori. Chi ha sempre lavorato onestamente sa che cosa dico.#12 · fantozzi?
18 giugno 2007, 19:42 denigrare la P.A. è come sparare sulla croce rossa. Da qual che anno (inizio De Michelis)è lo sport preferito da tutti coloro che desiderano acquisire visibilità. Trattasi verosimilmente di persona in cerca di blasonato e remuneratissimo incarico istituzionale (tipo: presidente autority della P.A., presidente commissione bipartisan sulla inefficienza della P.A. o qualcos’altro che abbia una presidenza ben pagata). Altri prima, con meno appoggio mediatico, ci sono riusciti. Purtroppo ci riuscirà anche lui.#13 · Marcello Marani
20 giugno 2007, 20:22 Che la P.A. sia inefficiente è indubitabile. Che il cittadino nei rapporti con la P.A. sia trattato alla stregua delle puglie del gioco dell’oca è accertato. Che all’interno si celino tanti e forse troppi nullafacenti nessuno lo può negare. Ma detto e confermato questo, cosa fanno i politicanti di ogni risma per riformarla e rederla puntuale ed efficiente cominciando ad applicare quanto sancito dall’art. 28 sulla responsabilità dei funzionari nella violazione dei diritti? E perchè non adottare drasticamente il principio del chi rompe paga? Forse perchè avendo inefficienti istituzioni, ciascuno prova ad ovviare cercandosi un santo protettore, e questo è un cattivo derivato proprio da quella “cultura cristiana” che si vorrebbe persino imporre all’Europa, esportando i nostri difetti. Infatti per ottenere il riconoscimento di qualsiasi diritto anche minimo, bisogna avere dei “santi in paradiso” Quanto a Donato non è esatto che la “scala mobile ci è stata tolta”, Infatti a ragione del vero se la sono fatta togliere proprio i lavoratori dipendenti e gli stipendiati che hanno creduto alle sirene craxiste e votato al referendum per la sua abolizione. Così mentre noi lavoratori autonomi, abbiamo in massa votato per conservarla sono stati proprio i lavoratori dipendenti a darsi la zappa sui piedi ed a nulla valse la grande manifestazione del PCI con Berlinguer, che richiamò a Roma oltre un milione di persone. Ed il giorno dopo l’Unità, pubblicò un titolo a nove colonne e mezza pagina, sopra una foto panoramica di piazza S. Giovanni con la scritta in rosso: “ECCOCI”, ma purtroppo non fu sufficiente. E chi è causa del suo mal, pianga se stesso! maranimarcel@tiscali.itform di registrazione al sommario
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#1 · Mario L
15 giugno 2007, 20:48 Esistono, ed hanno il coraggio di parlare a ruota libera, persone come Ichino solo perchè la classe dei lavoratori è stata ridotta all’impotenza. Nei decenni scorsi i lavoratori avevano uno strumento potente nelkle loro mani: LO SCIOPERO. Questo impediva ai padroni di appropriarsi di parte del surplus che ll forza lavoro produceva e per loro era una grave perdita. Oggi, tutti sanno che lo sciopero è depotenziato in quanto già si fatica con un normale salario ad arrivare alla terza settiman, figurarsi se si rinuncia a qualche giornata di retribuzione. Per di più il surplus è abbondantemente garantito dal basso costo del lavoro, che permette accumuli così ingenti che i datori possono anche permettersi uno sciopero dei propri dipendenti, senza perdere possibilità di arricchimento. Veramente rivoluzionario, oggi, sarebbe cercare forme diverse di protesta che garantiscano l’espressione dei lavoratori, riprendendosi un potere contrattuale arrivato ormai ai minimi storici. Bisognerebbe fare una profonda riflessione sulla percentuale di profitto che la classe datoriale può ricavare dallo sfruttamento del lavoro umano e porne un limite. Bisognerebbe ricreare delle condizioni di confronto paritario fra datori e lavoratori, che permettesse una discussione sui temi del lavoro, condotta ad armi pari. Altrimenti di “filosofi” come Ichino, fra un pò, ne troveremo a migliaia, con buona pace dei lavoratori e degli stessi sidacati.