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Telecom, io ti salverò

Leo Sansone,   05 aprile 2007, 17:11

Telecom, io ti salverò Il punto     



Il telefono squillò per la prima volta a casa mia nel 1961, 46 anni fa. Il numero era: 378978. Avevo poco più di 6 anni e lo vedevo come uno strumento magico: permetteva di parlare con delle altre persone molto lontane, addirittura a centinaia di chilometri di distanza. Era stupefacente. Non capivo (e continuo a non capire), ma funzionava. Era un apparecchio nero, di plastica, con una cornetta dalle estremità tondeggianti, con un dischetto per comporre i numeri.
Mio padre era contrario all'installazione perché aveva paura delle spese, poi si fece convincere da mia madre. La consegna era severissima: niente telefonate per diletto, solo chiamate essenziali e, in pratica, al paese dei miei nonni per sapere come stavano. Si chiamava da Roma tramite il centralino perché la teleselezione non esisteva ancora. Le telefonate, comunque, dovevano essere brevi, brevissime. Il termine "interurbane" incuteva timore, perché significava tariffe alte per chiamare fuori città. La mia era una famiglia di lavoratori, persone immigrate dal sud Italia, e c'era grande attenzione al lavoro e al risparmio.


Ma il telefono, sistemato su un tavolino nero, con sotto un centrino ricamato a mano, era un motivo di vanto, anche se era vietata l'ostentazione. Era il 1961, la Repubblica coniava le 500 lire d'argento per commemorare i 100 anni dell'unità d'Italia, e la mia famiglia stava cambiando, la società stava cambiando. Erano gli anni del boom economico, del reddito nazionale che cresceva del 7% l'anno, ritmi cinesi, mai più raggiunti. L'anno seguente sarebbe decollato il primo governo di centrosinistra, quello di Amintore Fanfani, con l'ingresso del Psi nella maggioranza. Mio padre nel 1959 aveva comprato una Fiat Topolino usata; dopo venne il telefono (Teti Iri), arrivò il televisore (Indesit), quindi la lavatrice, il frigorifero (entrambe Ignis). E io mi ripromettevo di spuntare una macchina da scrivere portatile (Olivetti).
Automobile, telefono ed elettrodomestici, i simboli del made in Italy, della modernizzazione della società, della masse che sottraevano spazio all'élite.

Ora mi vogliono, ci vogliono, vendere la Telecom (erede della Teti e della Sip) agli stranieri: è inaccettabile. Va sbarrata la strada agli americani, ai messicani, ai tedeschi, agli spagnoli, ai francesi (ne ho dimenticato qualcuno?) che vogliono impadronirsi della Telecom-Tim. Marco Tronchetti Provera si è stancato, vuole realizzare 3-4 miliardi di euro dalla vendita e tornare a produrre pneumatici Pirelli? Bene. Rimbocchiamoci le maniche e organizziamo noi una "cordata tricolore". Non è possibile per l'Italia perdere anche il settore strategico delle telecomunicazioni, dopo aver ceduto ai gruppi multinazionali o fatto fallire gloriosi gruppi industriali (Olivetti e Montedison sono i primi nomi che mi vengono in mente). Del resto già tutte le società di telefonini, esclusa la Tim, sono già di proprietà di gruppi britannici (Vodafone), cinesi (3) o egiziani (Wind).
Si tratta di un mercato enorme: noi siamo dei telefonatori folli, in Italia ci sono 65 milioni di cellulari e 20 di telefoni fissi. Cari colleghi e compagni di aprileonline, organizziamo "una cordata italiana" e compriamo da Tronchetti Provera la Telecom. Mettiamo mano ai portafogli. Costa troppo? Vale tanto. Ha 23 miliardi di euro di ricavi, 2,3 miliardi di utile netto, il 40,3% del mercato dei cellulari e il 78% della telefonia fissa. Certo ha anche 39,5 miliardi di debiti e 84.376 dipendenti ai quali garantire un futuro, ma non si può avere tutto dalla vita.

Del resto possiamo prendere ad esempio gli Agnelli, il tandem Colaninno-Gnutti e Tronchetti Provera. Compriamo facendoci prestare i soldi dalle banche. Il primo governo Prodi nel 1996 vendette ai proprietari della Fiat la Telecom, che poi fu "scalata" nel 1999 dai "capitani coraggiosi" (come furono chiamati da Massimo D‘Alema allora presidente del Consiglio), poi nel 2001 arrivò il presidente della Pirelli. Tutti rischiarono ben pochi capitali, acquistarono il gruppo tramite giganteschi prestiti con le banche e poi uscirono dall'operazione, rivendendo a prezzi superiori di almeno il 50%. E' quello che vuol fare anche Tronchetti Provera (intanto i clienti pagano bollette salate, anche facendo ben poche chiamate dal fisso). Ma vuol vendere agli americani, ai messicani, ai tedeschi, agli spagnoli, ai francesi, forse ai russi. A chissà chi, purché paghi quasi 3 euro ad azione.

E gli imprenditori italiani? Latitano. Del resto Tronchetti Provera e i Benetton sono i padroni che vogliono vendere, la Fiat degli Agnelli sta appena risalendo la china della ripresa dopo aver rischiato il fallimento, Marzotto vuol fare solo vestiti, i Merloni lottano per continuare a produrre lavatrici e frigoriferi, Della Valle è impegnato con le scarpe, i Barilla sono concentrati sulla pasta e sui biscotti (e fanno bene visto com'è finita la Parlamat, la Buitoni e la Cirio-De Rica). Roberto Colaninno sta sul ponte di comando della Piaggio e nessuno lo chiama per la seconda volta. Mi sforzo, ma altri nomi non mi vengono in mente. Ah, c'è Carlo De Benedetti che è un maestro nel demolire gruppi industriali (vedi l'Olivetti) o nelle incursioni finanziarie (acquisì con poco la Buitoni e la Omnitel che vendette dopo poco tempo con lauti guadagni), ma adesso sembra interessato soprattutto all'acquisto dell'Alitalia.

Certo c'è Silvio Berlusconi, ma è troppo impegnato. E' mobilitato a riscattare il centrodestra dalla sconfitta subita nelle elezioni politiche dello scorso anno dal centrosinistra (appena 24 mila voti in meno di Romano Prodi) ed è indaffarato a guidare l'impero Fininvest (televisioni, banche, assicurazioni, cinema, giornali, libri). Fedele Confalonieri, lo scorso 15 marzo, ha ammesso che Mediaset sarebbe interessata ad una sinergia con la Telecom, ma, ha sottolineato: "Non ce la faranno fare mai". Il Cavaliere è ingiustamente penalizzato dai vetero liberali e dai vetero socialisti perché, essendo il proprietario di Mediaset, è accusato di concentrare un enorme potere politico, economico e televisivo nelle sue mani.
Non mi sembra giusto, garantiamo noi per lui. Lanciamo "una cordata italiana" con al centro aprileonline, coinvolgiamo un'azionariato popolare (i lettori del nostro giornale, gli abbonati alla Rai, gli operai di Mirafiori, gli autoferrotranvieri lombardi, i dipendenti del Policlinico di Roma, gli studenti dei licei siciliani, gli iscritti ai sindacati pensionati Cgil-Cisl-Uil) e poi allarghiamo l'impresa a Berlusconi. Il Cavaliere potrebbe essere un socio di minoranza, potrebbe portare i programmi televisivi Mediaset in esclusiva sui cellulari e sui telefoni fissi, tramite micro video. Potrebbe assicurare la capacità manageriale, i contenuti tv e le nuove tecnologie digitali e satellitari. Sarebbe un grande successo. Colleghi e lettori di aprileonline, pensateci, aderite alla "cordata italiana".
"Io ti salverò", era il titolo di un film di Alfred Hitchcock, carico di tensione e di passione. Telecom, io ti salverò.





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