Domenica, 21 Marzo 2010 - Ultimo aggiornamento alle 21:25
L'anatema dei semplici
Nane Cantatore, 29 marzo 2007, 19:14
Approfondimenti
La nota della Cei sui Dico esprime, ancora una volta, una concezione autoritaria della religione e della morale, che apre un serio problema di compatibilità democratica. I "valori" rischiano ormai di diventare una trappola per l'indipendenza delle istituzioni, ed è necessario sgombrare il campo da ogni tentazione teocratica se si vuole avviare un dialogo costruttivo
Al di là dell'attualità politica, che è certamente significativa, la nota della Cei sui Dico ha l'indubbio pregio di mostrare la reale sostanza degli argomenti clericali: l'ingiunzione ai politici cattolici di votare secondo quanto prescritto dall'obbedienza alla dottrina ecclesiastica stabilisce, una volta di più, che nel cattolicesimo, per lo meno stando a quello che dicono i vescovi, la coscienza deve essere sempre orientata dalla gerarchia, e che questa gerarchia si impone su ogni scelta concreta.
Insomma, l'azione politica dei cattolici, e in particolare di quelli che ricoprono cariche legislative, deve essere sempre ricondotta al loro essere cattolici, e questa condizione al loro obbligo di obbedienza: in poche parole, il celebre detto kantiano, per cui l'illuminismo sarebbe l'emancipazione da uno stato di minorità, non si dovrebbe applicare ai seguaci della Chiesa di Roma.
Del resto, sembrano ammetterlo gli stessi vescovi, quando chiariscono che il loro appello contro i modestissimi Dico è rivolto soprattutto a tutelare i semplici, vale a dire la povera plebe incolta, che non sarebbe in grado di distinguere le convivenze dal matrimonio classico, e che quindi vedrebbe una svalutazione di quell'istituto che, sempre stando ai vescovi, costituisce una delle basi fondanti della società. In altre parole, l'obiezione non tocca la sostanza del provvedimento, ma la sua parvenza; e chi rischia di confondere sostanza e apparenza è, appunto, l'insipiens, lo sciocco, il minore. Proprio per evitare che i semplici siano indotti in errore, del resto, la Chiesa ha sempre praticato la censura e impedito per secoli che la Bibbia fosse tradotta nelle lingue volgari, gettando nelle fiamme migliaia di libri; proprio per tutelare i semplici, la Chiesa ha lasciato una certa libertà di espressione nelle cerchie accademiche, per stroncare con la violenza ogni tentativo di parlare liberamente al popolo e con il popolo.
Ma questo disconoscimento dell'autonomia di scelta da parte del popolo è, in una parola, il rifiuto dell'assunzione di base della democrazia moderna, per cui la sovranità appartiene al popolo e non vi può essere nulla al di sopra di esso. La nota della Cei si pone così in aperta rottura con la Costituzione e con ogni principio di sovranità democratica: non si tratta dell'espressione di una posizione specifica e legittima, ma di una vera e propria eversione reazionaria del patto di cittadinanza, per cui i vescovi si pongono al di sopra della legalità e del diritto, e dunque fuori da entrambi. Contro il concetto moderno e democratico di popolo, i vescovi cercano di far valere quello antico e reazionario di plebe.
In questo ritorno a una visione che non è soltanto preconciliare, ma che sembra ricollegarsi agli anatemi di Pio IX contro l'usurpazione dello Stato italiano nei confronti dell'autorità ecclesiastica, si coglie anche un sostanziale arretramento sul piano etico e teologico: la coscienza dei fedeli, e nella fattispecie dei politici, viene richiamata all'ordine con tutta la forza della gerarchia, negando ogni autonomia e ogni mediazione, e disconoscendo qualsiasi altro vincolo di rappresentanza, quale ad esempio il programma in base al quale i parlamentari hanno ricevuto il voto popolare. Ci si lascia così alle spalle il grande sforzo fatto da molti teologi ed ecclesiastici cattolici nel Ventesimo secolo, quando cercavano di conciliare l'appartenenza religiosa al nuovo bisogno di autonomia delle coscienze.
Sarebbe il caso di ricordare la figura del cardinale Newman, anglicano convertitosi al cattolicesimo e insignito della berretta da Leone XIII, che aveva sempre sostenuto il primato della libera coscienza sull'autorità pontificia: in una famosa lettera al duca di Norfolk, che gli chiedeva a chi avrebbe brindato come alla propria suprema autorità (volendo rimarcare il conflitto tra il suo dovere civile di obbedienza al re e la sua professione religiosa di obbedienza al pontefice romano), Newman rispose che avrebbe brindato in primo luogo alla propria coscienza, e solo poi, se gli fosse stato consentito, al papa. Proprio questo passo è al centro di un interessante articolo sulla coscienza e la fede, apparso sul Sabato del 16 marzo 1991 (link: http://www.parrocchie.it/casoli/santamarina/coscienza.htm) a firma di un certo Joseph Ratzinger. Forse sarebbe il caso che il celebre pontefice filosofo rispolverasse qualche sua lettura trascorsa.
Versione per la stampa
Commenta questo articolo
Feed dei commenti di questo articolo
Commenti
Nota Bene:
Aprileonline.info è uno spazio di informazione libero e aperto, creato per instaurare un confronto diretto sui temi proposti ogni giorno. La redazione di Aprileonline.info ha scelto di non moderare preventivamente i commenti dei lettori. Tuttavia, nel ribadire che gli unici proprietari e responsabili dei commenti sono gli autori degli stessi e che in nessun caso Aprileonline.info potrà essere ritenuto responsabile per eventuali commenti lesivi di diritti di terzi, la redazione tiene a precisare che non sono consentiti, e verranno immediatamente rimossi:
- messaggi non inerenti all'articolo
- messaggi
anonimi o con indirizzo email falso
- messaggi
pubblicitari
- messaggi offensivi o che contengano
turpiloquio
- messaggi con contenuto razzista o
sessista
- messaggi il cui contenuto costituisce una
violazione delle leggi italiane (istigazione a delinquere o alla
violenza, diffamazione, ecc.)
Al fine di limitare al massimo un uso distorto della libertà di commento da oggi 17/04/2008 sarà obbligatorio inserire oltre al nome e cognome anche la e-mail di riferimento.
In ogni caso, la redazione di
Aprileonline.info si riserva il diritto di cancellare messaggi e commenti
giudicati non idonei in qualsiasi momento e a suo insindacabile giudizio.
form di registrazione al sommario
e clicca su invia.
Se già sei registrato al sito fai il login
Gli articoli di oggi
Ma davvero Roma ha bisogno delle Olimpiadi?
Fabio Alberti*
Cgil: la mozione 2 si interroga sul futuro ma non si ferma
Giuliano Garavini
La politica economica e il Pd
Salvatore Cannavò*
Cittadini, vi imploro, aiutatemi...
Renzo Butazzi
Una lezione di democrazia
Stefano Rizzo
Il suono del leviatano
Corrado Cervellati
Non siamo più nel 2000
Francesca De Ruggieri
Parole, urla e silenzi
Govoni&Ameruoso
L'Inganno al Teatro Valle
Irene Buscemi



#1 · RazionalMENTE.net
30 marzo 2007, 09:31 Fermo restando che l’ingerenza della Chiesa nella politica è ormai palese e sfacciata (la Chiesa potrebbe limitarsi a indicazioni più generiche che riguardano tutti i fedeli e non in modo particolare i politici), occorre però dire che per ogni credente che si rispetti la legge di Dio viene prima di qualsiasi legge umana, non è una novità. Anzi, lo scandalo vero è il comportamento della Chiesa stessa con le sue infinite contraddizioni nonché il comportamento dei tanti sedicenti cattolici che di fatto se ne fregano, nella vita di tutti i giorni, della dottrina cattolica (chi vuol abortire abortisce, chi vuol divorziare divorzia, ecc.). Sinceramente io avrei preferito una nota dei Vescovi molto più vincolante che prospettasse la scomunica, e non solo per i politici che votano i DiCo, ma anche per tutti i sedicenti cattolici (come Casini ad esempio) che convivono more uxorio con una donna che non è la propria moglie. Il matrimonio per la Chiesa è indissolubile e non vedo perché si debbano usare due pesi e due misure. Essere cattolici non è una passeggiata, richiede un impegno forte e costante. Chi mostrerà di tener fede a tale impegno avrà tutta la mia stima, ma gli altri comincino a fare un biglietto di sola andata per il girone degli ipocriti.