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L'ambasciatore Usa: da tempo trattiamo con i terroristi

Matilde Giovenale,   26 marzo 2007, 14:19

L'ambasciatore Usa: da tempo trattiamo con i terroristi Guerra in Iraq     Zalmay Khalilzad, diplomatico americano a Baghdad, ha rivelato al New York Times di aver avuto in prima persona contatti con i gruppi degli "insurgentes". Sarebbero avvenuti alla fine del 2005



Dopo le polemiche sollevate dal caso del rapimento di Daniele Mastrogiacomo, indirizzate verso il nostro governo soprattutto da parte dell'amministrazione americana che ha contestato a Palazzo Chigi la scelta di aver ceduto alle istanze dei gruppi talebani, oggi dal quotidiano New York Times arriva l'ammissione: anche gli Stati Uniti hanno trattato con i ribelli e lo hanno fatto nel contesto iracheno. A dichiararlo al giornale, consultabile nella sua edizione on-line, è stato l'ambasciatore Usa in Iraq, Zalmay Khalilzad, il quale ha anche definito i tempi e il quadro politico in cui questo confronto sarebbe avvenuto. Khalilzad ha infatti raccontato di aver incontrato diversi rappresentanti delle componenti sunnite irachene in vista della formazione dell'esecutivo dopo le consultazioni parlamentari del dicembre 2005: «Ci sono state discussioni con i rappresentanti di vari gruppi dopo le elezioni e durante la formazione del governo, prima dell'episodio di Samarra (l'attentato compiuto da terroristi sunniti al santuario sciita della Moschea d'Oro nel febbraio 2006, che ha inasprito il conflitto fra sciiti e sunniti, ndr), e anche alcuni incontri in seguito», ha spiegato l'ambasciatore dalla sua residenza nella zona verde di Baghdad. Alla base del confronto, il tentativo di creare un vero canale di mediazione fra gli alti responsabili della politica americana e gli "insurgentes", come li definisce il NYT.

Come sottolineato dal quotidiano, l'outing di Khalilzad rappresenta la prima ammissione pubblica compiuta da un responsabile dell'amministrazione statunitense circa l'esistenza di una strategia di compromesso che l'establishment di Bush avrebbe portato avanti. Ma soprattutto porterebbe alla luce un'evidente contraddizione da parte dell'esecutivo di Bush, da sempre ufficialmente schierato su posizioni di intransigenza avverse ad ogni forma di trattativa. Certo, rimane ancora da chiarire, spiega il NYT, se per condurre questi incontri di mediazione, per altro improntati al realismo e alla flessibilità, l'ambasciatore abbia dovuto chiedere l'autorizzazione di Washington, rendendola così protagonista consapevole.

Nello specifico Khalilzad, che a giorni lascerà il suo incarico a Baghdad per diventare rappresentante Usa alle Nazioni Unite, ha rivelato di essersi recato in Giordania nel tentativo di aver colloqui con i membri delle fazioni nazionaliste dell'Esercito Islamico dell'Iraq e delle Brigate Rivoluzionarie 1920. Il diplomatico ha preferito non scendere nei dettagli, ma altri ufficiali Usa in Iraq, citati dal quotidiano in forma anonima, hanno ammesso di essere venuti a conoscenza del fatto che i contatti con alcuni rappresentanti degli insorti si sarebbero addirittura verificati nell'autunno del 2005. E i gruppi avvicinati, a differenza di al Qaida in Mesopotamia e di altre sigle, sarebbero stati iracheni privi di capi e combattenti stranieri.

Khalizad ha inoltre spiegato come nel suo caso la strategia del confronto e del compromesso non si sia dimostrata vincente, visto che la mediazione alla lunga ebbe l'effetto di accrescere la tensione con gli sciiti, i quali lo accusarono di essere intimamente filo-sunnita per via delle sue origini afghane. Anche sul piano della violenza settaria non si ebbero risultati positivi: «Credo che non è andata come avremmo voluto», ha spiegato Khalilzad, aggiungendo che «secondo me il fattore che ha complicato il tutto sia stata l'intensificazione della violenza settaria, in particolare dopo Samarra».





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