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L'Annunziata e le foto di famiglia

E.S.,   22 marzo 2007, 21:29

L'Annunziata e le foto di famiglia Cultura     "1977", l'ultimo libro della giornalista ex presidente della Rai, è stato argomento di discussione nell'aula "Bachelet" della facoltà di Scienze politiche dell'Università di Roma "La Sapienza". Tra i relatori Alberto Asor Rosa e Raul Mordenti



Si respira l'aria delle grandi occasioni nell'Aula 1 della facoltà di Scienze politiche alla Sapienza di Roma, quasi tutta riempita di studenti-spettatori, accorsi per vedere e ascoltare Lucia Annunziata, autrice del libro "1977. L'ultima foto di famiglia", pubblicato per gli "Struzzi" Einaudi (pp.165, € 14,50). In fondo alla sala, per tutti l'aula Bachelet, uno striscione appeso dai giovani frequentanti dell'Università: "1977. Col futuro alle spalle per cacciare i fantasmi". Con il rettore in primissima fila, è proprio da questa scritta che prende spunto il discorso introduttivo del preside di Facoltà Fulco Lanchester, che mostra tra l'altro alcune pietre, o meglio sampietrini, a suo dire originali di trent'anni. SI tratta di una citazione, dato che a pagina undici è la stessa Annunziata a ricordare "uno di quei cubi di pietra scura, con una faccia liscia e tre appena sbozzate, usati per pavimentare le strade e lasciati spesso in giro nei lavori in corso".

A questo punto la parola passa al prof. Alberto Asor Rosa, protagonista di quella stagione per aver scritto "Le due società", teoria politico-filosofica sfornata subito dopo le prime avvisaglie movimentiste del '77, e per aver schivato nelle strade interne l'Ateneo un sampietrino scagliato proprio dalla Annunziata. Il siparietto tra i due, con tanto di "corpo del reato" sul tavolo, a quel punto arriva puntuale.

"Non ho mai creduto che la memoria serva ad evitare gli errori del passato", è stato l'esordio di Asor Rosa, che ha poi proseguito il suo ragionamento, in particolare tenendo conto dell'importanze del risultato elettorale nel biennio '75-'76 per il Pci, e le conseguenti scelte da parte dell'allora segretario Enrico Berlinguer nella delicata fase passata alla storia con la definizione di "compromesso storico". Infine un pensiero ai ten affrontati in quel periodo: "Il '77, e gli anni '70 in genere, certificano la fine della centralità operaia, dell'era iniziata con la Resistenza e la Liberazione, dei grandi politici carismatici, delle grandi ideologie, del ruolo importante svolto sino ad allora dagli intellettuali".

Dopo il prof. Emilio Gentile, la cui formazione scientifica e politica non poteva che regalare un ragguaglio molto critico sul Movimento, chiamando a supporto della sua tesi alcuni passaggi tratti da manuali di storia contemporanea di Aurelio Lepre, Silvio Lanaro e Simona Colarizi, tocca a Raul Mordenti, ordinario presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Roma Tor Vergata, il compito di entrar più a fondo nel m,erito della questione, forte anche della sua esperienza diretta, vissuta all'interno del "gruppo degli 11", da lu9i stesso formato insieme a Piero Bernoccchi e altri in quella tumultuosa fase della nostra storia politica e sociale.

Mordenti ha parlato del '77 come di un "nodo irrisolto, rimosso e quindi doloroso della politica e della storia italiana", ricordando le distinzioni tra rivoluzione "bella" (quella del '68) e "brutta" (quella del '77), allora molto di mota dalle parti del ceto benpensante della critica politica nazionale.

Ed è stato sempre Mordenti a ricordare uno degli aspetti probabilmente più originali e stimolanti del Movimento di allora, vale a dire lo spazio creativo, l'innovazione linguistica, la stagione folgorante delle radio libere, il situazionismo applicato degli indiani metropolitani.

Prima del giro di domande, conclusione dovuta all'autrice, che ha presentato il suo lavoro come un libro di taglio fortemente e volutamente giornalistico, oscillante tra la memorialistica personale e la riflessione generale. Ma per chi lo ha interamente letto e metabolizzato, in verità alcune perplessità rimangono.

Dai presunti "Parricidi" alle ricostruzioni spesso inserite nella cronaca quasi ad autocelbrare in maniera "tranchant" una propria esperienza di vita, a volte la scrittura della Annunziata sembra infatti perdersi nei meandri di una consapevole "irripetibilità", pur argomentando l'iontero svolgersi del suo racconto attraverso fonti e documentazioni in presa diretta, che di certo aiutano a ricostruire lo spirito del tempo.

Oggi però sono latri, di tempi, e vale la pena cercare forse di comprendere meglio quali siano stati i reali motivi di un momento dirompente, esplosivo e tragico, che ha segnato un "prima " e un "dopo" della contemporaneità che tuttora viviamo. Anche perché, come ricordato in un aula piena di gioventù, ma anche di qualche giustificabile nostalgico, la storia è sempre storia contemporanea.

  

 





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