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Vallettopoli come Dossieropoli?

Andrea Santini,   22 marzo 2007, 20:23

Vallettopoli come Dossieropoli? Cronaca e politica     Quello che sta venendo fuori dalle inchieste accomunate dal meccanismo tanto vituperato delle intercettazioni fa impallidire le intemperanze milanesi degli anni 80, quelle della Milano da bere tra nani e ballerine, vigilia annunciata di Tangentopoli e indigesta anticipazione al crollo della prima Repubblica



Lapo Elkan finito nella trappola coca-trans grazie alle trame di un agente del Sismi? Vallettopoli come Dossieropoli? Oppure un "Grande Blob" in cui tutto rischia di annegare e di annullarsi? Dopo la scoperta, nell'archivio segreto del Sismi in Via Nazionale di dossier riservati che riguardano anche il mondo del gossip, da calciatori a soubrettes ai vip accompagnatori, di solito appartenenti al mondo dorato dell'alta finanza, ora il sospetto che corre sul filo delle inchieste a luci rosse è che nel gioco dei ricatti fotografici, accanto ai Lele Mora e ai Fabrizio Corona, possano spuntare barbefinte del Sismi che, come si è già visto anche nella vicenda Telecom, appaiono molto interessate a tutto quello che assomiglia a ricatti o manipolazioni.

Quello che sta venendo fuori dalle inchieste accomunate dal meccanismo tanto vituperato delle intercettazioni fa impallidire le intemperanze milanesi degli anni 80, quelle della Milano da bere tra nani e ballerine, vigilia annunciata di Tangentopoli e indigesta anticipazione al crollo della prima Repubblica. E, forse, fornisce indizi interessanti anche sul perché si levino voci sempre più chiassose interessate non tanto a difendere giustamente chi capita, innocente, sotto la gogna mediatica, ma ad eliminare le intercettazioni come arma della magistratura contro una criminalità, non solo comune, sempre più professionale e di conseguenza sempre più difficile da cogliere con le mani nel sacco.

In termini cattolici si potrebbe parlare di coscienza pelosa. In termini laici di scheletri nell'armadio. Il senatore a vita Giulio Andreotti, uomo che se ne intende, coniò una frase che rimane incisa, se non ancora nella storia, almeno nella cronaca: "A pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca". E non si può dire che il pm di Potenza Henry John Woodcock, che in questo momento è sottoposto, lui, alla gogna mediatica degli ispettori ministeriali, non faccia buon esercizio del "pensar male". Che tra l'altro, da Philip Marlowe al commissario Montalbano, ha sempre costituito l'arma migliore di un buon inquirente.

In questi giorni sono molte le inchieste che si stanno incrociando e tra queste quella di Vallettopoli è solo la più fresca oltre che, per i palati meno esigenti, la più ghiotta. Ma a fianco e, forse, contigue, almeno per certi aspetti, ve ne sono altra, che hanno in comune alcuni protagonisti. Proprio oggi, nell'inchiesta milanese sui dossier illegali di Telecom, sono state notificate - alcune in carcere - tredici ordinanze di custodia cautelare, che hanno fatto finire in manette anche poliziotti ed ex agenti segreti passati al settore privato. Tra i già noti troviamo Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza di Telecom e di Pirelli, Fabtio Ghioni, capo della squadra anti-hacker di Telecom, e il giornalista, ex inviato di Famiglia Cristiana, Guglielmo Sasinini, oltre all'ex manager della Pirelli Pierguido Iezzi. E proprio da un appunto di Sasinini su una agenda si scopre l'interesse degli investigatori "deviati" per Tremonti e Bossi: in questo appunto si dice in pratica che Bossi, proprio nel periodo in cui la sua casa sarebbe stata pignorata per debiti, avrebbe ricevuto da Berluscono 70 miliardi in cambio della sua totale fedeltà. "Pure fantasie", dice ora l'avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, senatore di Forza Italia. Certo, è solo un appunto, che non ha quindi alcun valore. E tuttavia, su questo appunto, sono state scatenate da Tavaroli & C. orde di investigatori a cercare le tracce dell'ipotetico accordo clandestino. E' anche un segnale del modus operandi di questa sgangheratama pericolosa combriccola. Accanto a loro, tra gli arrestati, spuntano una ex guardia forestale, Mirko Ferrari, un artificiere in servizio presso la questura di Milano; Amedeo Nonnis, il brigadiere dei carabinieri Edoardo Dionisi, un investigatore, Francesco Rossi, ex agente del Sisde; Diego Tega, ex militare della Guardia di finanza e ora anche lui investigatore privato; e l'ex sindacalista e dipendente Alitalia Antonio Vairello.

Ma le due novità maggiori sono i nomi di Fulvio Guattari, ex ufficiale di collegamento tra i servizi segreti francesi e quelli italiani, poi passato a Eurogol, l'organismo di polizia della Ue, e John Paul Spinelli, ex agente Cia di alto profilo, già ufficiale di collegamento tra Cia e servizi italiani, e uomo ombra della Company americana in Somalia durante la guerra che ha visto coinvolte anche le truppe italiane e che conta, tra i misteri non ancora completamente rivelati, la morte della giornalista Ilaria Alpi. Attualmente Spinelli è titolare dell'agenzia investigativa Global Security Service, la cui filiale italiana era diretta dall'ex collaboratore del Sisde Marco Bernardini, longa manus di Tavaroli accanto e dopo la Polis d'istinto di Cipriani e, adesso, a quanto pare, collaboratore dei magistrati che indagano sui dossier raccolti da Telecom.

Proprio l'uomo della Cia, Jean Paul Spinelli, ci riporta, oltre che a Tavaroli, all'ex responsabile del reparto "Operazioni" del Sismi, Marco Mancini, in carcere perché, secondo i magistrati, milanesi, coinvolto nel sequestro di Abu Omar. I due amici fin da bambini. Tavaroli e Mancini, entrambi all'inizio della carriera sottofficiali dei carabinieri nel gruppo antiterrorismo di Milano formato dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, hanno fatto il salto di qualità, senza mai separare amiciaiz da sodalizio, proprio dopo l'incontro con Spinelli, arrivando Tavaroli a diventare supermanager di Telecom, con la responsabilità nel settore delicatissimo delle intercettazioni giudiziarie, e Mancini ad essere il numero tre del servizio segreto militare. E adesso, a quanto par di capire, sospettato da. pm di Potenza di aver ficcato le mani anche nel pentolone di ricatti di Fabio Corona. Con particolare attenzione nei confronti dell'erede dell'impero Fiat, Lapo Elkan.

Chiariamo subito: nessuna prova contro Mancini, solo un sospetto da parte dei magistrati. E, anzi, le registrazioni degli interrogatori, già ampiamente diffuse, e contro le quali avvocati e familiari di Mancini si sono scagliati parlando di "linciaggio mediatico", questa volta sono invece favorevoli all'ex dirigente del Sismi, perché tutti gli interrogati mostrano non solo di non conoscerlo, ma di essere stati contattati da Corona solo "dopo" la vicenda a luci rosse e il ricovero di Lapo Elkan in ospedale.
E tuttavia il sospetto che, dietro alcuni ricatti nei confronti di persone che detengono un qualche potere vi possano essere anche delle trappole precostituite, è difficile da sradicare. Il racconto ai magistrati di Marco Durante, il titolare dell'Agenzia Press che lavora per la Fiat, e che fu incaricato dalla Fiat di verificare le richieste di Corona e capire cosa avesse in mano, prima di rifiutare di pagare per "ritirare" - questo il gergo usato dai fotografi - le foto incriminate, oltre all'intervista rilasciata dal trans, posto immediatamente sotto contratto da Corona in cambio di 50 mila euro promessi e 15 mila consegnati, fa capire come in gioco, comunque si voglia definire, fosse estremamente pesante. Perché i magistrati di Potenza hanno pensato che fosse una trappola, e che dietro la trappola vi fosse un esponente del Sismi? A causa di una intercettazione in cui Lele Mora prometteva a Corona che avrebbe mosso un suo amico dei servizi segreti. Dichiarazione che, dinanzi ai magistrati, Lele Mora ha minimizzato dicendo che era una invenzione per rassicurare il fotografo.

E tuttavia, il "Grande Blob", come lo ha definito Ilvo Diamanti su "Repubblica", proprio a questo sembra servire. Accomunare cose veramente serie, come un sequestro illegale ma consentito, dossier illegali ma utilizzati., con un gossip giallo rosa a cui la gente si abitua sempre di più, perdendo anche quel poco di capacità di giudizio rimasta. Così, è facile, mi sia consentita la volgarità, buttar tutto in vacca, politica compresa. E, purtroppo, in questo clima, anche alla politica a volte risulta facile prendere scivoloni, o mostrare scarsa capacità di giudizio.
La richiesta dell'avvocatura di Stato di far cadere tutte le imputazioni per il sequestro di Abu Omar, basata sulla pretesa ignoranza dei magistrati di un segreto di Stato mai dichiarato prima e ora invece casus belli, ne è un esempio. Senza entrare nel merito, basti pensare che, per i vari collegamenti che vi sono all'interno dell'inchiesta su Abu Omar con l'inchiesta Telecom, rischierebbero entrambe di restare azzoppate e invalidate. Bambino e acqua sporca verrebbero buttati entrambi dalla finesta. A vincere, alla fine, sarebbe appunto il "Grande Blob".





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