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Una politica cosmopolita e coerente
Titti Di Salvo, 22 marzo 2007, 19:01
Dibattito a sinistra
"Che beneficio può trarsi da una globalizzazione che riduce il prezzo delle scarpe del bambino, se questo costa al padre il lavoro?" La risposta a questa domanda rappresenta simbolicamente la chiave di un modello di sviluppo sostenibile per le persone e per l'ambiente
Nel rapporto dell'Organizzazione Internazione del Lavoro sulla dimensione sociale dei processi globali, uno dei 26 interlocutori scelti in venti paesi dalla commissione di alto livello che ha steso il rapporto, conclude il suo ragionamento con una domanda: "Che beneficio può trarsi da una globalizzazione che riduce il prezzo delle scarpe del bambino, se questo costa al padre il lavoro?"
La risposta a quella domanda rappresenta simbolicamente la chiave di un modello di sviluppo sostenibile per le persone e per l'ambiente. Capace cioè di estendere a livello soprannazionale diritti sociali, del lavoro e ambientali storicamente iscritti dentro i confini dei singoli paesi e per questo capaci di allargare la democrazia, invertendo una direzione di marcia preoccupante.
L'affermazione "globalizzazione senza regole", entrata nel linguaggio comune, è infatti spia di una verità consolidata. Quel rapporto OIL sopraccitato dà il quadro degli effetti sociali del modello di sviluppo neoliberista e, attraverso le cifre delle disparità sociali crescenti nel nord del mondo e tra nord e sud del mondo, ne decreta il fallimento, insito peraltro nella simmetria tra i poteri reali delle istituzioni finanziarie mondiali (Fondo monetario, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio) e quelli non vincolanti dell'Onu e di tutte le agenzie per lo sviluppo, l'ambiente, l'alimentazione, la salute, l'educazione e i diritti sociali del lavoro, tenute a latere del sistema finanziario e del tutto ininfluenti su di esso.
Una simmetria che nel corso del tempo ha consentito che la globalizzazione avvenisse direttamente attraverso le ricette delle istituzioni finanziarie e indirettamente attraverso le multinazionali, senza nessun riferimento alla difesa e alla promozione di beni pubblici universali, secondo una logica esclusiva di mercato senza limiti: l'economia senza la politica, non finalizzata dunque a nessuna logica di interesse generale.
Quel modello ha fondato la sua esistenza sulla compressione dei diritti umani e del lavoro; ha prodotto precarietà attraverso una competizione senza regole sempre più aggressiva; ha determinato anche nel nord ricco nuove rigidità alle imprese che - nell'alternativa tra puntare sulla qualità e l'innovazione - hanno scelto in maggior parte di scaricare quella rigidità sul lavoro e nell'abdicazione diretta e indiretta a responsabilità sociale, fino ai crimini economici di Enron, Parmalat e a quelli nostrani; per tutto ciò ha realizzato instabilità di sistema, insicurezza di sistema esponendo cioè a rischio non una parte ma tutta la comunità internazionale, come dimostra anche la spirale guerra e terrorismo.
La sostenibilità ambientale d'altra parte è già al limite e di per se richiederebbe di rivisitare il senso di uno sviluppo che condanna l'umanità al suo suicidio. Al contrario, questa la nostra opinione supportata dalle esperienze dei paesi scandinavi, equità, giustizia sociale, protezioni sociali, diritti, rispetto dell'ambiente possono essere volano di sviluppo e al contempo suoi limiti positivi, scientemente praticati; le politiche pubbliche gli strumenti necessari per realizzarli.
La tendenza prevalente, al contrario, quella che nel sistema produttivo italiano è emersa con maggiore evidenza negli anni del governo Berlusconi, è stata esattamente quella di recuperare margini di competitività, non più favoriti dalla svalutazione della Lira, abbassando le tutele del lavoro, il costo del lavoro, i salari, i diritti individuali e collettivi delle persone, attraversando cioè la competizione globale rinunciando a innovare, strada sicuramente più difficile e rischiosa della trasformazione in precarietà sociale dello svantaggio competitivo. Si è rinunciato così a risolvere i problemi strutturali della competitività italiana: la dimensione delle imprese, il modello di specializzazione, i deboli investimenti in innovazione, ricerca e tecnologia.
Il governo Prodi si trova dunque ad affrontare un'eredità pesante e, nonostante tutte le contraddizioni, ha iniziato un percorso più convincente: ma la scommessa è come coniugare crescita economica, lotta alla precarietà del lavoro, coesione sociale per una migliore qualità della vita e del lavoro delle persone, rispondendo così alla domanda con cui è iniziata questa mia breve riflessione.
Allora, appare con tutta evidenza la necessità di ridefinire il profilo di una proposta e di una cultura alternativa alla filosofia che sta dietro a ciò che si intende per modello americano di sviluppo, ma altrettanto globale.
Quella proposta non potrà che basarsi sulla convinzione che è necessario che la politica scelga come proprio ambito lo scenario globale, lo sguardo cosmopolita di cui parla Ulrich Beck: bisognerà ricercare gli strumenti, ridefinirne gli obiettivi, i nuovi beni pubblici universali che la comunità internazionale dovrà garantire per garantire se stessa.
La centralità dei diritti del lavoro, della qualità del lavoro, dei diritti sociali, il ruolo delle politiche pubbliche nell'orientare la sostenibilità dello sviluppo e il livello di tassazione necessario per realizzarle, qualificheranno quella politica e la sua alternatività. La dovranno al contempo emancipare dalla logica dei compartimenti stagni, le politiche nazionali da un lato e quelle europee e internazionali dall'altro: la coerenza dovrà essere la nuova necessaria virtù della politica. Per farlo occorre dare forza al socialismo europeo e al partito che lo ha rappresentato nelle esperienze di governo europee, il PSE: anche in Italia.
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