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L'urgenza di una nuova etica del lavoro

Marzia Bonacci,   22 marzo 2007, 18:26

L'urgenza di una nuova etica del lavoro Morti bianche     Giuseppe Di Vincenzo, operaio sedicenne di Bari, è morto ieri dopo l'incidente che lo ha visto coinvolto la settimana scorsa mentre stava lavorando. Di questo ennesimo infortunio mortale abbiamo parlato con Domenico Pantaleo, Segretario Regionale della Cgil-Puglia



Giuseppe Di Vincenzo si è spento ieri sera alle 22,55 presso l'Ospedale "Cardarelli" di Napoli, dove era ricoverato dal 17 marzo scorso quando, lavorando all'ampliamento di una sala per ricevimenti di un agriturismo di Corato, in provincia di Bari, è rimasto ferito in modo gravissimo. La dinamica dell'incidente non è ancora chiara, ma due sono le ipotesi profilatesi in questi giorni: che Di Vincenzo sia stato investito da una fiammata sprigionata da una saldatrice oppure che sia stato colpito un'esplosione scatenata da una fuga di gas. Quel che è certo è che è stato avvolto da una lingua di fuoco che gli ha prodotto ustioni di terzo grado sul 75% del suo giovane corpo. Giovane, già, perchè Giuseppe non aveva nemmeno 17 anni, li avrebbe infatti compiuti a settembre se non fosse rimasto vittima del suo lavoro, in un incidente su cui ora indagano i carabinieri di Trani e su cui la Procura ha aperto un'inchiesta, che dovrà passare purtroppo dall'ipotesi di reato di lesioni colpose a omicidio colposo. Tre persone sono state indagate mentre si sta accertando anche la posizione lavorativa del giovane, per capire se fosse stato assunto regolarmente dall'impresa. Il fatto che sia stato abbandonato nei pressi del pronto soccorso, in condizioni gravissime, non depone certo a favore dei suoi datori di lavoro.
Di questa ennesima morte bianca e della sua atroce dinamica abbiamo parlato con Domenico Pantaleo, Segretario Regionale della Cgil-Puglia.

In che condizioni versa la Puglia dal punto di vista del lavoro e della sua sicurezza?
E' una situazione critica che coinvolge diversi settori, dall'edilizia all'Ilva di Taranto, dove abbiamo avuto diverse morti bianche. Una vera e propria piaga sociale che non trova però ancora una risposta decisa da parte dello Stato, nel senso che gli sforzi importanti che pure il governo sta compiendo (il testo unico, le norme contenute nella Finanziaria), per il momento non riescono a scalfire un modo di intendere la produzione o il sistema degli appalti che finisce per scaricare troppe contraddizioni sulle persone, ormai ridotte a merce insieme al valore del lavoro.
Il recente caso lascia attoniti non solo per la giovane età della vittima ma anche per le modalità con cui si è verificato l'incidente che la ha vista coinvolta: il giovane Di Vincenzo è stato infatti abbandonato vicino al pronto soccorso da gente senza scrupoli che prima lo ha sfruttato e poi lo ha lasciato solo quando versava già in condizioni disperate. Una barbarie.

Che misure possono essere attuate per combattere la piaga delle morti bianche?
Bisogna agire su più piani. In primis, condurre una lotta seria alla precarietà del lavoro, perchè se questa piaga si espande, come sta accadendo, e i diritti delle persone vengono sacrificati, il fenomeno è destinato a crescere. Non è un caso che molti infortuni non vengono denunciati perchè hanno come vittime lavoratori precari e addirittura in nero. Secondo, si devono potenziare i servizi ispettivi che devono poter agire con maggiore intensità sul territorio. Terzo, va mutato il sistema degli appalti: non è più possibile lasciare trionfare le logiche del massimo ribasso perchè queste non possono che tradursi in una riduzione dei diritti, compresi quelli che riguardano la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di lavoro. Anche le pubbliche amministrazioni devono impegnarsi in questo senso. E poi, ultimo, ma non per importanza, un nuovo atteggiamento delle imprese. In questi mesi e in questi frangenti infatti ho ascoltato gli interventi e i richiami del presidente della Repubblica, di quello della Camera e del governo, ma non ho sentito la voce autocritica del mondo della produzione. Se le imprese nello svolgimento delle loro attività non capiscono che bisogna rispettare le regole, allora il rischio è che il sistema economico degeneri ulteriormente, quando invece avrebbe bisogno di fondarsi sul rispetto dei diritti e delle regole.

Che atteggiamento assumono le imprese? Sono disponibili a riconoscere l'importanza di garantire il diritto alla sicurezza?
C' è una resistenza da parte di alcune ad attuare le norme sulla sicurezza perchè ritengono che gli interventi di prevenzione in materia siano solo un puro costo e non, viceversa, un aspetto fondamentale nel qualificare il modo di essere imprenditori.
Poi c'è il problema del sistema ispettivo, il quale deve poter intervenire in modo più articolato reprimendo con convinzione quelle situazioni di illegalità che incontra. In questo senso bisogna anche invertire la precedente azione della vecchia maggioranza berlusconina, che di fatto ha permesso che gli organi ispettivi si trasformassero in consulenti delle aziende.

Qual è la proporzione del lavoro nero e precario in Puglia?
Sono più o meno 300mila i lavoratori in nero, di questi il 20-30% sono minori. Cifre che tendono a crescere e a cui va aggiunta la precarietà, quindi l'insicurezza e la mortificazione delle persone, nonché l'assenza di rispetto delle regolamentazioni. Un quadro che favorisce la possibilità di lucrare che anima alcuni imprenditori senza scrupoli.
Un altro dato allarmante riguarda la giovane età delle vittime del lavoro: la maggior parte degli incidenti infatti vede protagonisti dipendenti appena assunti, molto spesso privati di un regolare contratto lavorativo, e soprattutto molto giovani.

La tua regione l'estate scorsa è stata al centro di uno scandalo, quello sollevato dall'inchiesta de L'Espresso sul caporalato. Cosa è cambiato e cosa si è fatto per superare la situazione denunciata dal settimanale?
Abbiamo conquistato sicuramente a livello nazionale delle leggi importanti, come per esempio quelle contenute nella finanziaria, dove sono presenti interventi significativi che riguardano l'estensione del documento unico di regolarizzazione contributiva, la denuncia dei rapporti di lavoro il giorno prima della loro instaurazione, gli indici di congruità, il tentativo di arrivare ad un testo unico sulle norme di sicurezza. Si è in sostanza tentato di ridefinire una legislazione. Anche sul versante regionale è stata raggiunta una ottima legge contro il lavoro nero.
Ma le norme non bastano, occorre infatti renderle operative sul piano pratico, far in modo che vengano rispettate, e soprattutto è necessario ristabilire un'etica nel rapporto fra imprese, mercato e lavoratori. Insomma, una rivoluzione culturale che consenta alla società nel suo insieme di comprendere come i diritti dei lavoratori siano il cuore pulsante di una idea di sviluppo e di economia moderne. Questo è però, secondo me, l'aspetto più complesso perchè spesso la stessa politica è tollerante rispetto a questi fenomeni, accecata dall'idea che soprattutto nel Mezzogiorno basti lavorare, a qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo.





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