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(Dis)onorevole sfruttamento

Andrea Scarchilli, Marzia Bonacci ,   05 marzo 2007, 19:27

(Dis)onorevole sfruttamento     

Dall'inchiesta delle "Iene" risulta che il 92 per cento dei collaboratori parlamentari non ha un regolare contratto. Il problema è a monte, in un sistema che non prevede alcun tipo di controllo sugli assunti dai deputati e dai senatori



E' paradossale, certo, che la Camera dei deputati pulluli di lavoro nero. Che gli onorevoli, che rappresentano sì il popolo ma anche la Repubblica, si prestino all'evasione fiscale, massima manifestazione di sprezzo delle regole.

Eppure, a quanto pare, succede. "Le Iene", trasmissione di culto della seconda rete Mediaset, hanno snocciolato un dato che pesa come un macigno: il 92 per cento dei cosiddetti "portaborse", che in linguaggio politicamente corretto si chiamano "collaboratori parlamentari", non hanno un contratto regolare. Lavorano, insomma, in nero.

Le Iene, nella loro inchiesta, hanno utilizzato i documenti conservati all'Ufficio di presidenza della Camera. I deputati, infatti, nel momento in cui "assumono" dei collaboratori, devono dichiarare se questi lavorano a titolo oneroso o gratuito. Nel primo caso devono allegare il contratto, nel secondo niente. In entrambi i casi, comunque, i portaborse hanno diritto all'ambito "badge", il lasciapassare che gli consente l'accesso nei locali di Montecitorio. Le Iene hanno detto: su 683 collaboratori, 629 sono registrati sotto la dicitura "gratuito". Non hanno quindi alcun contratto.

Il problema sta nel meccanismo dei "rimborsi per il rapporto eletto - elettori". Ogni mese i parlamentari ricevono 4190 euro che possono utilizzare per un ufficio nel proprio collegio e per rimborsare i propri collaboratori. Di fatto, però, non è c'è alcun tipo di controllo, né preventivo né successivo. La Camera dà ai gruppi, i gruppi danno ai deputati. Il deputato fa dei soldi ciò che vuole. Può, per esempio, decidere di affittare un locale nel proprio collegio elettorale e pagarsi, con il rimborso, la bolletta del telefono e la connessione a Internet. Può assumere uno o più collaboratori. Anche in nero, eventualmente. Può, chi glielo vieta, tenersi tutto in tasca.

Al gruppo di Rifondazione comunista, per esempio, si è adottata una politica. I rimborsi per il 55 per cento vanno al partito. Chi risulta come "gratuito", poi, non è detto che sia un lavoratore in nero. Ci sono casi, ad esempio, di portaborse che hanno un regolare contratto con il partito e poi vengono accreditati alla Camera, o lavorano altrove e prestano servizio, per così dire, supplementare a Montecitorio. Non è detto, insomma, che chi non sia registrato senza contratto non sia in regola, poi, altrove. Il 92 per cento delle Iene è quindi, con tutta probabilità, un po' "pesante", ma comunque utile a fotografare una situazione di totale anarchia. Non c'è modo di sapere quanti siano, nel folto sottobosco dell'assistenza politica, i precari a 800 euro al mese e quanti quelli in regola. Questo perché regole non ce ne sono e ogni eletto fa come gli pare.

L'Associazione collaboratori parlamentari già due anni fa- per la precisione il 16 aprile 2004 - indirizzava alle tre cariche istituzionali, cioè l'allora presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, il presidente della Camera Pierferdinando Casini e del Senato Marcello Pera, denunciava la condizione di lavoro chiedendo maggiore trasparenza e regole più certe. E, inoltre, ricostruiva quanto riconosciuto al deputato o senatore in materia: "Al parlamentare -si legge nel documento - all'inizio della Legislatura, vengono assegnati fra le altre cose: un ufficio arredato (due scrivanie e mobilio vario), linee telefoniche con budget annuale di spesa per le chiamate interurbane e su cellulari, cancelleria, computer (due), ecc....nonché la possibilità di accreditare con tesserino, per l'accesso all'ufficio personale e agli altri Palazzi della Camera, per es., due collaboratori esterni; e per il pagamento di questi ultimi gli vengono messi a disposizione € 4.190,00 mensili". Una situazione a cui l'associazione prospettava anche possibili soluzioni come "l'ipotesi di estendere a tutti i parlamentari il diritto di avere a disposizione uno o più contratti ad personam, gestiti direttamente dalle Amministrazioni di Camera e Senato per i collaboratori esterni, e quindi non più soltanto a coloro che hanno ricevuto un incarico particolare (Ufficio di Presidenza, Questori, Presidenti di Commissione permanente, speciale o bicamerale,ecc..). Per ciò che riguarda il Bilancio i fondi verrebbero reperiti nella voce specifica (come da Regolamento): ‘Rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori: A titolo di rimborso forfetario per le spese sostenute per retribuire i propri collaboratori e per quelle necessarie a svolgere, anche nel collegio, il proprio mandato parlamentare, al deputato è attribuita una somma mensile di 4.190 euro, ......'".

Si chiedeva, cioé, di fare in modo che fosse direttamente la Camera di appartenza a gestire le situazioni contrattuali, come avviene nel caso del presidente, dei quattro vicepresidenti, dei presidente di Commissione e dei questori. Ogni volta che ognuna di queste cariche assume un collaboratore, si emette un decreto e si deposita il contratto all'Ufficio di presidenza. E la Camera provvede a pagare. C'è un limite, naturalmente, ed è di tre "full time", scomponibili dividendo assunti full time e più part time, secondo regole certe. Non si scappa, insomma, gli assistenti delle cariche elencate hanno diritto al contratto regolare. Ma gli altri no. Perché è il singolo parlamentare che gestisce i soldi come vuole. Non come in Germania, ad esempio, dove i rimborsi arrivano solo dopo la documentazione dell'assunzione.





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