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Martedì, 09 Febbraio 2010 - Ultimo aggiornamento alle 18:14

Il lupo e l'agnello: violenza e brutalità nelle nuove drammaturgie

Renzo Francabandera,   19 novembre 2009, 11:18

Il lupo e l'agnello: violenza e brutalità nelle nuove drammaturgie Teatro     A Milano alcuni spettacoli interrogano il pubblico sulla violenza endemica nel sistema di relazioni del nostro tempo. La nuova drammaturgia di Aquilino, portata in scena da Lupus Agnus e il lavoro dell'Accademia degli Artefatti con Mark Ravenhill svelano i retroscena dell'ambivalenza coesistente della dicotomia dei sentimenti



Nel teatro può esserci tutto (anche drammaticamente niente, capita spesso). E quando c'è il nostro tempo, come sempre più spesso accade nei luoghi che accettano le sfide delle nuove drammaturgie, capita di trovarsi davanti a dilemmi tragici, a violenze, a conflitti fra valori e disvalori, all'inversione degli stessi. L'esistente violento che somma microcosmo relazionale e macrocosmo planetario si specchiano come fossero congiunti astralmente nel tema natale dell'uomo. La scena contemporanea ripropone questi dilemmi.
E' il caso di alcuni spettacoli a Milano in questi giorni.

Partiamo dal Teatro Filodrammatici dove è andato in scena Verginella, secondo atto, per così dire, di una trilogia sulla famiglia (che si concluderà nel 2010 con l'antimusical Canicani), su testo di Aquilino, e affidato all'interpretazione della compagnia Lupusagnus diretta da Stefano De Luca, regista di scuola Strehler. Il sodalizio artistico fra tutti mira ad approfondire tematiche legate alla violenza e all'emarginazione, in particolar modo a quelle spesso meno visibili, quelle che hanno luogo fra le mura domestiche. Ecco quindi che il rapporto genitori figli in Mamma Mammazza fotografava quelle morbosità che segnano per molti le esistenze. Con Verginella il tema diventa ancora più duro e diretto. Lei è una bambina di undici anni, in fuga dall'istituto a cui è stata affidata in custodia, si rifugia in una chiesa. Gli adulti che si occupavano di lei, la madre e lo zio, sono stati arrestati con l'accusa di molestie sessuali ai suoi danni. Ognuno dei protagonisti racconta la sua versione dei fatti. Intanto si dipana in scena la storia, e i drammi relazionali che legano vittima e carnefice, dove vittima è la bambina, il sistema sano di relazioni fra individuo e società. Entro una scena semplice ma interessante, fatta di semplici panche di legno che diventano chiesa, cella, tribunale, camera da letto, la drammaturgia e la messa in scena reggono, poche le debolezze di un testo che riesce a tessere il delicato complesso della devastazione che la violenza provoca nel devastato mondo affettivo della bambina, ma anche i suoi dubbi e i suoi sensi di colpa, e il paradossale amore per i carnefici, tutte cose queste che chi ha affrontato a fondo questi temi conosce benissimo, mentre sono molte le letture superficiali che non arrivano al profondo. Verginella è un lavoro appuntito e doloroso che, a parte qualche semplificazione drammaturgica nel finale, mantiene una potente forza comunicativa per tutto il tempo. Intense e da segnalare le prove di Marta Comerio, la bambina e Tommaso Banfi, lo zio. Un po' urlata e sopra le righe sia l'interpretazione che la sfumatura drammaturgica della figura materna. Nel complesso, comunque, un altro potente lavoro di gruppo, che lascia il segno, e conferma una realtà di grande interesse.

Spigolo vivo

Quanto al lavoro dell'Accademia degli Artefatti al Teatro i a Milano, si tratta di "Spara, trova il tesoro e scappa" di Mark Ravenhill, drammaturgo contemporaneo ospite meno di un anno fa dello stesso Teatro i; questo testo, dello stesso autore del celebre "Shopping and Fucking", messo in scena nel '96 al Royal Court Theatre di Londra, è nato dopo che lo scrittore fu nel 2007 vittima di un attacco epilettico che gli causò il coma e la perdita di memoria. Scriverà un ciclo di 17 pezzi ispirati ad altrettanti classici della letteratura, del cinema o della musica: da "Il crepuscolo degli dei" a "Le troiane", da "La guerra dei mondi" a "Orgoglio e pregiudizio", in cui narrerà conflitti interiori che assomigliano a guerre fuori, mescolando realtà e finzione, micro e macro. Siamo spettatori di Delitto e Castigo con Fabrizio Croci, Caterina Silva, e Paradiso Perduto con Miriam Abutori, Michele Andrei, Pieraldo Girotto, Sandra Soncini: il clima psicotico di due interni-prigione si fa metafora della violenza che dall'esterno filtra all'interno delle abitazioni, delle case, delle vite.

Il primo è un bunker, una stanza interrogatorio, un luogo di tortura. Un Abu Ghraib con telecamere, dove la dimensione della violenza diventa cronaca spettacolare, un grande fratello della cattiveria inter omnes. Il richiamo all'Iraq è evidente nel finale, quando la bandiera americana e quella iraquena sventolano come a sancire la vittoria del male sul bene, trionfo di olimpica serenità e ordinarietà.

Il secondo un rapporto vittima carnefice in cui l'espediente drammaturgico è giocato intorno ad una figura femminile che dapprima si erge a difensore della vittima, poi con pretesti lievi, presa da o Nella trasposizione di Ravenhill siamo in un ipotetico (e quanto mai attuale) dopo-guerra: la potenza straniera si è ritirata e un gruppo di artisti del paese occupante arriva tra le macerie per promuovere l'efficacia dell'arte come rimedio alla tragedia del conflitto.

I giochi psicologici che emergono dagli spettacoli sono di stomaco, intensi, sensibilmente disturbanti nel riflesso di quello che tutti abbiamo dentro senza dire. Le parole libertà e democrazia risuonano ossessivamente come una presa in giro, come gli idiomi della stampa irregimentata che più assillano la fobia del vivere quotidiano: libertà, cultura, civiltà e pace. Fabrizio Arcuri sceglie, beccheggiando fra naturalismo e antinaturalismo, per una regia essenziale, senza effetti speciali, se non per pochissime cose abbastanza funzionali alle messe in scena. Il pubblico è quasi dentro questi ambienti, li finisce per vivere come casa propria ancorchè fittiziamente separati da una membrana che sembra solo di facciata. Non di rado sono gli attori che guardano fuori dalla loro casa, per cercare, quasi a curiosare identiche violenze che si svolgono al di qua. Il crescendo di pathos finisce per vincere e costringere lo spettatore ad una reazione. Non facile, certo, ma nemmeno ordinaria. E' il gioco di Ravenhill da sempre. E l'Accademia legge bene questa esigenza e se ne fa ruvida superficie di penetrazione.
Trapanante

Disegni: Renzo Francabandera





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