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L'uomo che fissa le capre
Valentina d'Amico , 06 novembre 2009, 12:05
Cinema
Dal brillante libro di jon Ronson, George Clooney trae un film, diretto dal collega e socio Grant Heslov, a tratti imperfetto, ma divertentissimo e che possiede molte frecce al suo arco
Uomini rinchiusi in basi militari segrete, intenti a passare le giornate concentrandosi nel tentativo di sviluppare enormi poteri psichici che permettano loro di piegare posate e passare attraverso i muri. Capre private delle corde vocali e nascoste in capannoni per essere sottoposte a esperimenti scientifici. Ballerini esperti di arti marziali capaci di uccidere un criceto con la sola forza dello sguardo e prigionieri di guerra costretti ad ascoltare a ripetizione la canzone di Barney il dinosauro viola. Fantapolitica? Sublime satira kubrickiana in stile Dottor Stranamore? Visioni da incubo alla Brazil?
Niente di tutto questo, bensì strategie militari top secret. E' il giornalista inglese Jon Ronson a svelare nel suo interessante romanzo-inchiesta intitolato Capre di guerra l'esistenza di una corrente riformista serpeggiata nell'esercito americano post Vietnam che ha portato alcune menti illuminate a teorizzare la nascita di un nuovo tipo di soldato, capace di sviluppare i poteri della mente per potenziare le proprie capacità entrando in armonia col resto del mondo; il guerriero jedi (no, Guerre Stellari stavolta non c'entra niente). Come da copione tutte queste belle teorie, in seguito, sono degenerate confluendo in parte nelle umilianti tecniche di tortura la cui esistenza è emersa in concomitanza con lo scandalo delle foto di Abu Ghraib.
Prima o poi era inevitabile che l'esistenza del brillante libro di Ronson giungesse alle orecchie di George Clooney, attore che unisce lo status di star glamour di Hollywood a quello di artista politicamente impegnato, particolarmente sensibile alle magagne del governo made in USA. Non per nulla le sue prime due regie sono dedicate, rispettivamente, all'ascesa e caduta di un conduttore televisivo assoldato come spia dalla CIA (Confessioni di una mente pericolosa) e al crollo del maccartismo (Good Night, and Good Luck). Stavolta Clooney affida la regia al collega e socio Grant Heslov, ritagliando per sé il ruolo del guerriero jedi Lyn Cassady capace, almeno teoricamente, di compiere grandi imprese grazie alla forza del pensiero. A imbattersi in Cassady è lo sfortunato giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor) il quale, dopo essere stato tradito e abbandonato dalla moglie, decide di andare a caccia dello scoop della vita recandosi in Iraq. Qui intraprenderà un rocambolesco viaggio attraverso il deserto insieme a Cassady alla ricerca del fondatore del movimento dei guerrieri jedi, il mitico Bill Django, soldato/filosofo/hippy teorico dell'esercito psichico (un Jeff Bridges d'antologia).
Nell'adattare il romanzo-inchiesta di Ronson per il grande schermo, Heslov e Clooney si sono trovati di fronte a numerosi problemi, primo tra tutti quello di trarre una storia da un'opera non narrativa. I due
soci hanno scelto di basare la buona riuscita del film soprattutto sulla presenza di un cast eccezionale e sulla brillantezza degli eventi narrati. La dura denuncia di Jon Ronson, veicolata con maggiore facilità attraverso l'ampio uso di ironia e iperboli, ma non per questo meno efficace, stavolta si stempera in una commedia che, della storia originaria, conserva soprattutto gli elementi più incredibili e pittoreschi. Il personaggio di Clooney, in particolare, nasce dalla fusione di almeno un paio di figure borderline intervistate da Jon Ronson nel corso della sua inchiesta, mentre il fragile giornalista a cui presta il volto Ewan McGregor è in parte ispirato allo stesso Ronson. La scelta di calcare la mano sulle bizzarrie e sui tic dei personaggi, impiegando sapientemente tutti i mezzi comici a disposizione (dalle battute al fulmicotone a irresistibili momenti slapstick), distoglie l'attenzione dal pensiero che gli eventi mostrati siano in buona parte veri e il fatto che siano oggettivamente buffi non ne diminuisce la gravità. La presenza sul grande schermo di due facce da fratelli Coen come Clooney e Bridges ci riporta costantemente col pensiero a un certo tipo di cinema citazionista e amante del paradosso e la chiave interpretativa di tutti e quattro i personaggi principali (è doveroso ricordare anche un cattivissimo Kevin Spacey nei panni di un militare poco incline alle teorie New Age diffuse dal collega Django), volta all'esagerazione e al grottesco, in qualche caso risulta un filo straniante.
L'uomo che fissa le capre è un film a tratti imperfetto, ma divertentissimo che possiede molte frecce al suo arco, non ultime una irresistibile colonna sonora d'annata (capeggiata dai Boston di More Than A Feeling), e una serie di flashback che ricostruiscono la ricerca spirituale di Django e le conseguenze impreviste che essa comporta. Trattandosi di Clooney, forse ci saremmo aspettati una pellicola più coraggiosa o una critica più graffiante nei confronti del governo americano (in effetti qualche riferimento a Reagan ci sarebbe pure, anche se piuttosto rapido) e del suo militarismo sfrenato, ma il film scorre godibile e brillante e per il momento ce lo facciamo bastare. In attesa che George, o chi per lui, impari a passare attraverso i muri. Quello sarebbe davvero uno spettacolo.
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