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La debolezza della falce e martello
Giuliano Garavini, 18 maggio 2009, 13:20
Dibattito
Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L'obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo. Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico
Un intervento su questo tema deve partire da una premessa fondamentale in questa epoca di revisionismo storico. Io considero che l'Unione Sovietica non sia identificabile unicamente con il sistema della "purghe" staliniane, con un meccanismo economico asfittico che ha prodotto inquinamento e scarsità di beni alimentari e di consumo o con la sostanziale assenza di partecipazione democratica. Sono convinto che l'Unione Sovietica abbia parlato anche all'Europa Occidentale forzandola a muoversi verso un sistema di democrazia sociale dopo la seconda guerra mondiale, condivida il merito storico della vittoria militare sul Nazismo e sul Fascismo e abbia saputo parlare ben oltre i confini europei: aiutando lo sviluppo di movimenti di liberazione nel Terzo Mondo, così come la richiesta da parte di questi paesi di maggiori aiuti economici. Si tratta comunque di un dibattito, quello sul ruolo storico del comunismo sovietico, che sarebbe più saggio lasciare agli storici che utilizzare come moneta nella polemica spiccia del quotidiano.
Detto questo dirò anche che oggi, nel maggio 2009, in Italia, la "falce e martello", per quanto riconosca la sua gloria passata in Italia e altrove, non ha una vera potenzialità rivoluzionaria e resterà il simbolo di un piccolo movimento politico. Chi continua ostinatamente a sventolarne la bandiera tradisce, e non tutti lo fanno in buona fede, l'obiettivo di fondo di una rivoluzione vincente dei più deboli contro i più forti, dei proletari contro i capitalisti.
Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L'obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo.
Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico. Un mondo che per i comunisti ha avuto sempre la priorità sulla concezione dei diritti, sulla dinamica delle istituzioni politiche e delle idee. Il problema consiste nel fatto che i comunisti di oggi non si sono confrontati fino in fondo con la fine dell'Unione Sovietica, con i limiti delle loro parole d'ordine e alcune debolezze della loro analisi economica.
Si dice conflitto fra capitale e lavoro. Certo, giusto, questo conflitto non è sparito ed è oggi più vivo che mai, come dimostra il modo il cui si reagisce alla crisi economica in atto: cioè salvando il capitale e mandando a casa i lavoratori. Il capitale è sempre più forte, si mangia fette crescenti del Prodotto interno e la necessità di salvarlo prevale di gran lunga sugli interessi dei lavoratori, così come gli interessi dei paesi più dotati di capitale prevalgono sugli interessi dei paesi che ne sono privi. Il problema è che i comunisti non possono più indicare il Sole dell'Avvenire, perché non sanno più quale sia. A chi dicesse che il Sole dell'Avvenire è la proprietà dello Stato delle grandi banche, dei mezzi di produzione, nonché di tutti i servizi offerti al cittadino, come ho sentito ripetere ad "Annoa Zero" da Diliberto, io risponderei che, non poco, ho smesso di credere che questa alternativa sia, in definitiva, auspicabile. Lo Stato, e lo dimostrano le condizioni di precarietà che vivono i giovani italiani nelle strutture pubbliche, così come lo dimostra il fatto che il governo della Merkel ha dato vita al più grosso debito pubblico del dopoguerra, si comporta esattamente come gli altri padroni. E non è detto che fornisca una qualità migliore. Questo è stato purtroppo il punto debole del socialismo reale: alla fine dei giochi gli operai polacchi, avendo lo Stato come padrone, lavoravano negli anni Ottanta in condizioni più disperate dei loro omologhi nei paesi dell'Europa occidentale. Mentre il Primo Maggio in Europa occidentale era una ricorrenza viva, sentita, combattiva, in Europa dell'Est era una pratica triste e vuota perché i sindacati erano un braccio del pauroso potere dello Stato e dei suoi gestori.
Le soluzioni devono essere, credo, nuove e devono includere un definitivo superamento dell'idea di pervasiva proprietà statuale. Serve per esempio una proprietà pubblica delle reti, ma è giusto che chi utilizza questi reti possa essere un privato, una cooperativa, un ente locale o altro. Facciamo l'esempio dell'elettricità. Come prospettiva futura sarà essere mille volte meglio un sistema con migliaia di piccoli produttori di energia elettrica pulita, serre fotovoltaiche, pale eoliche così come grandi centrali, tutti connessi attraverso un sistema di reti pubblico, magari coordinato a livello europeo e fortemente slegato dal controllo dei partiti politici. Questa è stata una bella lezione di internet finché dura: i produttori di conoscenza sono tanti e la rete è sostanzialmente pubblica. Ma un nuova ENEL, che produce mastodontiche quantità di energia elettrica, gestisce le reti e poi sistema nei ruoli dirigenti gli amici dei partiti, mah! Servono battaglie radicali e senza esitazioni per conservare pubbliche tutte le reti, nonché quei beni come l'acqua che sono comuni, ma occorre liberarsi in modo definitivo dall'idea di centralizzazione statale della produzione di tutte le merci e i servizi.
Poi vi è il grande tema della lotta di classe. La falce e martello richiama la lotta degli operai e degli agricoltori contro i padroni e i proprietari terrieri. C'è una disperata necessità di estendere questa lotta di classe oltre i confini mai possibilmente immaginati dai comunisti. O meglio pensata da quella parte dei comunisti, come il gruppo dei "quaderni rossi" a Torino, che sono sempre stati minoranza e che erano abituati a ragionare seguendo da vicino le innovazioni nel mondo economico. Bisogna pensare come mettere insieme precari della ricerca, avvocati schiavizzati, immigrati, precari dell'industria, operai, piccoli imprenditori si sé stessi con partita IVA, lavoratori nei servizi, aziende in subappalto. La falce e martello con tutti questi può essere una garanzia di radicalismo, ma non può vincerne i cuori e le menti perché siamo di fronte ad una nuova classe lavoratrice molto più formata (anche se non sempre più educata) di quella degli anni '20, ma anche degli anni ‘50 del Novecento.
Se si riuscirà mai convincere tutti questi novelli sfruttati, la mia impressione è che questi vogliano, al di la di garanzie solide e redditi decorosi, anche usufruire di massima libertà di movimento e di partecipazione. Bisogna mettere in discussione l'assenza di democrazia nel mondo dell'impresa privata, non per delegare tutto allo Stato, ma per una partecipazione diretta di chi è dipendente nelle strutture in cui lavora. Partecipazione non vuol dire partecipazione azionaria, vuol dire che si prendono direttamente le decisioni e si gestiscono i meccanismi della produzione.
Non basta aprirsi ai movimenti per affiancarli al Partito. Bisogna mutare la propria strategia politica. E' questo aveva solo in parte capito Bertinotti quando aveva creato Sinistra europea come strumento per aprirsi ai movimenti, per poi restare il solo a decidere dalla A alla Camera. Serve molto di più. Che so creare leghe settoriali per difendere tutti i beni comuni, organizzare la massiccia propaganda per referendum europei, sottoporre le decisioni importanti del Partito a referendum su internet, e serve che tutto questo sia fatto in nome di una vocazione al futuro e non al passato. Vocazione al futuro che è sempre stata la matrice storica dei movimenti socialisti e comunisti.
Un'ultima ragione della debolezze della falce e martello, in prospettiva futura, riguarda l'Europa e le prossime elezioni europee. Tutti i partiti della "nuova sinistra europea", quelli che si sono battuti con successo contro la Costituzione di Giscard d'Estaing, hanno abbandonato i simboli comunisti. Questo vale per il Partito socialista in Olanda che ha preso come simbolo un pomodoro e ha il 20 per cento dei seggi in Parlamento. Vale per "die Linke" in Germania che mette in difficoltà la socialdemocrazia e vale per il Nuovo partito anticapitalista di Besancenot in Francia. E' possibile che l'Italia sia sempre così diversa da tutti gli altri grandi paesi europei?
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#2 · cronin
18 maggio 2009, 17:11 mah!anch'io penso che il comunismo,così come è teorizzato e praticato in italia sia del tutto insufficiente,da solo,a vincere,o per lo meno a concorrere,al superamento,da sinistra,del neoliberismo e del capitalismo.ma al di la di vecchi slogan socialdemocratici questo articolo non fornisce spunti interessanti di discussione.si ci sono idee cme la parcellizzazione delle produzioni,i network di controllo e di decisione,i pari diritti tra stato e privato,ma sono molto anni 80.olof palme inorridirebbe.#3 · saint just
18 maggio 2009, 18:07 La falce e martello non sono la risposta salvifica, ma neanche il problema. Garavini elenca forze della sinistra molto diverse tra loro, ma con una caratteristica comune. L'essere a sinistra del Pse. Che c'entra con tutto questo Nencini(persona stimabile). Una lista che tenesse insieme Prc-Pdci, Vendola e i settori più radicali di Sd avrebbe avuto sicuramente più senso.#4 · aggressione a Forenza, segreteria Prc
18 maggio 2009, 20:09 Barbara aggressione della polizia agli studenti a Torino. Rifondazione Comunista denuncia con forza la barbara aggressione avvenuta stamattina a Torino da parte delle forze dell’ordine agli studenti e ai ricercatori che protestano contro il G8 University Summit. Negli incidenti è stata aggredita e ferita, tra gli altri, Eleonora Forenza componente della Segreteria Nazionale del Prc-Se, responsabile dell’area della Conoscenza. Molti tra studenti e ricercatori sono stati arrestati impedendo loro di esercitare il diritto al libero dissenso pacifico. Il Prc-Se chiede con forza che si consentano le dimostrazioni contro una riunione illegittima dei rettori europei e chiede, altresì, la liberazione degli studenti in stato di fermo. E’ quindi di fondamentale importanza una massiccia partecipazione di tutte le compagne ed i compagni del partito che potranno raggiungere Torino alla manifestazione di domani, 19 maggio 2009 che partirà da Palazzo Nuovo (Via Sant’Ottavio nei pressi della scalinata della Facoltà Umanistica) alle ore 10,00. Roma, 18 maggio 2009#5 · Pomigliano e Termini: verso la chiusura
18 maggio 2009, 20:28 Quasi 6500 operai. E' il numero complessivo delle tute blu italiane che rimarranno senza lavoro. Secondo il piano industriale preparato da Sergio Marchionne per la creazione del nuovo gruppo auto Fiat-Chrysler-Opel e che Affari è in grado di pubblicare, infatti, gli stabilimenti di Pomigliano e Termini Imerese verranno chiusi (no comment della Fiat). E' per questo che la tensione fra i lavoratori Fiat del Sud, durante la manifestazione di sabato a Torino, era alle stelle. Il piano che il numero uno del Lingotto ha presentato ai ministri del governo Merkel e che la Fiat, interpellata da Affari, non ha voluto commentare, prevede una maxi-razionalizzazione in Europa degli stabilimenti di GM Europe, Opel e Fiat. Riorganizzazione che, si legge sempre nei documenti con marchio Fiat, lascerà senza lavoro 18mila lavoratori, costerà 950 milioni di euro di oneri sociali e, a regime, genererà circa 480 milioni di euro di savings all'anno. Più altri 200, a fine 2015 però, che arriveranno dall'ottimizzazione della produzione degli stabilimenti Powertrain. La società del gruppo torinese creata in joint venture con General Motors, per la costruzione di motori (stabilimenti di Cordoba, Kaiserslauten diesel e gasoline, Russelshein, Aspem, Bochum e Ispol); da Affari.it#6 · Prc: inaccettabile la chiusura
18 maggio 2009, 20:29 Rifondazione Comunista attacca: "E' inaccettabile. Evidentemente il Governo lo sapeva perché altrimenti non si spiega perché non abbia mai posto il problema dell'Italia mentre Marchionne faceva accordi con tutti. E' inaccettabile, ne ha una responsabilità piena il Governo e per quanto ci riguarda ci batteremo assieme ai lavoratori per modificare questo piano". Il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, interpellato da Affaritaliani.it, commenta così il piano di Sergio Marchionne Fiat-Chrysler-Opel e che prevede la chiusura degli stabilimenti di Pomigliano e Termini Imerese.#9 · Franco Bianco - incentivi, non protezioni
19 maggio 2009, 09:28 Il tema dell'articolo è politico, ma si è scivolati in interventi di altro contenuto. Mi adeguo. ---- Che si debba difendere, ed anzi sviluppare, i livelli occupazionali - innalzando le retribuzioni, che sono, come sappiamo, al 23.mo posto fra i paesi Ocse - per me è scontato, benché sia lunga la strada da percorrere per ottenerlo. Ciò che non è scontato è COME si debba puntare a questo. L'Italia soffre di vari e gravi problemi (nanismo; arretratezza tecnologica, rispetto ai paesi più avanzati; assoluta insufficienza della spesa per ricerca e sviluppo, sia pubblica che privata); questo risulta evidente quando si consideri che il 95% delle aziende manifatturiere occupa meno di 10 addetti, e che la forza-lavoro da queste impiegata rappresenta il 47% di quella totale occupata (contro il 21% della Germania; il 27% della Gran Bretagna; il 22% della Francia). In questo senso non serve a nulla - anzi, si tratterebbe di un inutile spreco di risorse - voler difendere ad ogni costo i posti di lavoro esistenti: il problema si ripresenterebbe, perfino aggravato, in ben poco tempo (in questo senso ha ragione Marchionne e gli industriali: un "piano industriale" deve reggersi di per sé, non perché riceve sovvenzioni). Bisogna (bisognerebbe) invece dare luogo a massicci interventi che avviino in tempi accelerati una grande trasformazione produttiva, senza la quale l'Italia non conquisterà margini di competitività: e quando non si è competitivi non si riesce a vendere i propri prodotti; e quando non si vendono i prodotti l'occupazione o si riduce o si deve sostenere con risorse pubbliche, il che dà un sollievo nell'immediato ma aggrava le cose per il futuro, perché sottrae risorse ad usi più intelligenti e orientati allo sviluppo scientifico, tecnologico e produttivo, senza il quale non si va lontano.#11 · Autarchico
19 maggio 2009, 10:12 Biognerebbe aggiungere, allora, ic, a ciò che proponi: purchè costruite in Italia, purchè con componenti prodotti in Italia, etc. . Non è affatto semplice, e forse non è neppure giusto.#13 · Riformista Rivoluzionario
19 maggio 2009, 10:27 Certamente l'Italia ha soprattutto bisogno di una visione di politica industriale a livello nazionale, che purtroppo manca da molti anni. Cioè capire quale dovrà essere il nostro ruolo futuro nella "divisione internazionale del lavoro". A Garavini vorrei dire che è un pò ingenuo pensare ad una rete pubblica ed ad una distribuzione dell'energia elettrica privata in nome di una libera concorrenza fra tanti piccoli operatori (peraltro fonte di sprechi inaccettabili), mentre la realtà va verso grandi cartelli oligopolistici che si spartiranno il mercato europeo senza farsi una vera concorrenza.E mentre la Gazprom produce la materia prima, la trasporta e la vende (presto in Italia, secondo gli accordi presi con l'Eni). Non sarebbe meglio pensare invece ad un grande attore pubblico europeo? Lo stesso processo di concentrazione avviene nell'auto, nelle banche...#14 · giovanecomunista
19 maggio 2009, 14:00 Io non sono d'accordo con Garavini...e non sono d'accordo,inattno perchè,come diceva il compagno IC,ogni volta che si è tolta la falce e martello,ci si è spostati a destra.In secondo luogo sono d'accordo con Cronin e Saint Just.Mi permetto di aggiungere,se proprio vogliamo fare polemica storica,che gli operai nei Paesi dell'Est(URSS e Germania Est in particolare)non sono mai stati meglio dei loro colleghi all'Ovest.Nè stanno meglio ora dei loro colleghi all'Ovest,o di quando c'era il Comunismo.Certo,questo non vuol dire che dobbiamo copiare il Socialismo Reale.Tanto più che noi abbiamo un vantaggio:la democrazia permette un controllo molto maggiore sui governanti.Certo,nemmeno la democrazia è perfetta.Ma un certo controllo lo permette.E qua sta il punto:lo Stato compra e adotta una più intensa politica sociale.Questo ha in mente diliberto.E il fatto che lo faccia,viene,almeno fino a un certo punto,garantito dalla democrazia,cioè dal fatto che se non lo fa,si viene licenziati.Non capisco,inoltre,come si potrebbero tutelare i posti di lavoro senza un massiccio intervento pubblico.Marx,tra l'altro,sosteneva che prima che lo Stato deperisse,esso sarebbe diventato il proprietario dei mezzi di produzione.Questo,ovviamente,non esclude che si debba favorire una partecipazione dal basso dei lavoratori,come sta cercando di fare Chavez in venezuela.Finisco,però,copn una domanda:l'idea di socialismo che ha Garavini,è più vicina a quella di Ferrero e Diliberto,o a quella di Nencini?#15 · Ferrero: riprendiamoci la FIAT (1)
19 maggio 2009, 14:11 Il segretario del Prc sostiene la Fiom e chiede lo sciopero generale. PAOLO FERRERO: “Riprendiamoci la Fiat”Intervento pubblico contro ipotesi di tagli: ”I profitti alla Fiat, i tagli ai lavoratori.” Può sembrare schematico definire così il modello partecipativo di sindacato che tanto successo sta incassando in Italia. Il segretario di Rifondazione Paolo ferrero conosce bene quest’ordine di questioni. E conosce la Fiat, dove ha lavorato come operaio il secolo scorso. Perciò, questo suo commento tranchant sull’acquisizione della Chrysler va preso sul serio.Cosa pensi delle performances di Sergio Marchionne?L’amministratore del Lingotto tratta con gli stati e i governi, quelli almeno che pongono condizioni alla vendita delle loro società. Negli Usa, e non solo, il governo salva le banche private, con i soldi dei lavoratori utilizzati per evitare che gli speculatori perdano i loro, in conseguenza delle scelte che hanno fatto. E i mille miliardi alle banche non sono considerati assistenza.In che modo pagano gli operai americani?Con il salario differito. I fondi pensione, che ora in Chrysler detengono il 55% del capitale, questo sono. Una proprietà pagata con licenziamenti di massa, riduzione drastica della copertura pensionistica e sanitaria, per non parlare dei sei anni di rinuncia a esercitare il diritto di sciopero. Profitti e garanzie di pace sociale alla Fiat, costi ai lavoratori. Il modello di cogestione che comporta la presenza dei sindacati nei cda è l’opposto di quel che serve da noi, se si vuole superare la condizione attuale dei lavoratori trattati come variabili dipendenti del capitale.La Fiat tratta con i governi, ma non con quello italiano.Esattamente, e concede garanzie a chi giustamente le pretende: garanzie occupazionali, non chiusura di stabilimenti, garanzie ambientali.#16 · Ferrero: riprendiamoci la FIAT (2)
19 maggio 2009, 14:12 In Italia, a parte i sindacati, queste garanzie non le chiede nessuno, e dunque i nostri lavoratori sono quelli che rischiano di pagare il conto più pesante, , in un ipotesi di accordo con Opel. Se è vero che mettendo insieme Fiat, Opel e Chrysler si moltiplica per tre la capacità produttiva, è altrettanto vero che la domanda, dentro la crisi che atrtraversa l’auto, non si triplica di sicuro. In questa logica i tagli rischiano di diventare un fatto automatico. Perché il governo italiano è l’unico, per subalternità confindustriale, a non mettere il becco. Dal canto loro, Cisl e Uil cantano nello stesso coro liberista che aggrega praticamente tutto l’arco parlamentare.Per fortuna i metalmeccanici. Piuttosto soli, però, anche rispetto alla cosidetta società civile che sabato a Torino non era in piazza con le tute blu.Una manifestazione sacrosanta, collocata in un deserto di iniziative sindacali, in un contesto che chiederebbe lo sciopero generale contro le risposte del governo alla crisi.Resta la solitudine operaia.Questo ci ricorda che c’è un’egemonia culturale della destra, forte di una mancata risposta politica generale. I conflitti non mancano, li incontro ogni giorno nelle fabbriche e nella società. Quel che manca, insisto, è una rispos ta generale.Cosa chiede Rifondazione? Blocco dei licenziamenti, nessuna chiusura di stabilimenti, ed estensione a tutti della cassa integrazione, per evitare la guerra tra poveri.#17 · Ferrero: riprendiamoci la FIAT (3)
19 maggio 2009, 14:14 E per tornare alla Fiat? Lo stato deve intervenire con investimenti finalizzati allaa ricerca e allo sviluppo di tecnologie incentrate su fonti energetiche eco compatibili. Serve una riconversione ambientale dell’economia. Se invece la Fiat proseguisse sulla strada dei tagli, servirebbe un intervento ben più consistente dello stato per perseguire una strada diametralmente opposta. In questo senso non mi spaventa parlare di nazionalizzazione della Fiat, pur di salvare l’ultimop importante pezzo industriale del paese, l’automobile, che da lavoro a più di un milione di persone.La grande manifestazione di Torino si è però conclusa con l’assalto al palco da parte dello Slai-Cobas. Che giudizio ne dai? Che è un atto inaccettabile, sbagliato, con cui si è tentato di oscurare la manifestazione e il protagonismo dei lavoratori. Se la prendono con la Fiom, inj trincea con un’idea giusta di sindacato. Politicamente quell’azione è stata un favore a chi vuole affossare il movimento. Bisogna operare perché episodi del genere non si ripetano. Per quanto ci riguarda, noi continueremo a lavorare per ricostruire in Italia un’opposizione sociale, politica e culturale. da Il Manifesto: intervista di Loris Campetti a Paolo FERRERO, segretario PRC.#18 · pippo (libertario)
19 maggio 2009, 20:57 sono d'accordo con Garavini, finalmente si accende la luce di un pensiero.#20 · Ferrero:e prendiamoci pure la trabant
19 maggio 2009, 23:18 riteniamo indispensabile e fondamentale,dopo aver messo il muro di berlino sulle tessere per far capire per bene che quello era ottimo cemento del blocco dell'est,riprenderci la fabbrica della ex ddr della produzione della mitica Trabant,automobile gloriosa che i pdci preferiscono alla moskova:lo afferma l'ufficio meccanico di Paolo Ferrero segretario di RC:RETROMARCIA COMUNISTA#21 · per 20
20 maggio 2009, 00:05 che miseria ! magari il signore del 20 si autodefinisce anche di sinistra ! l'unica cosa che sa produrre è acrimonia e insulto ! magari quando si guarda allo specchio ha pure il coraggio di non vergognarsi nonostante l'età ! che miseria di argomentazioni ! povera sinistra !#22 · pippo (libertario)
20 maggio 2009, 01:11 caro IC Garavini ha tratteggiato in modo efficace i punti salienti di un socialismo libertario fondato sulle reti e sull'accesso libero all'energia e all'informazione. senza per questo disperdere i fondamenti liberaldemocratici dello Stato costituzionale e la dimensione collettiva. c'è da lavorare per un secolo, e tu mi dici che non c'è un pensiero. perché hai nostalgia di falce e martello. ma la società di oggi è individualista, e non tutto è guasto di questo individualismo, anzi. bisogna capire cosa c'è di egoista e cosa c'è di creativo in questo individualismo e da qui si può recuperare una dimensione collettiva, che è comunque necessaria. per questo come giustamente nota Garavini, il segnale che manda la falce e il martello è debole: esprime nostalgia per una dimensione collettiva irrimediabilmente perduta e non tenta di capire il mondo odierno che non è solo male, è semplicemente complesso e andrebbe studiato e vissuto con uno sguardo più libero.#23 · pippo (libertario)
20 maggio 2009, 01:21 per esempio, gli italiani hanno paura dello Stato. e hanno ragione, perché ne hanno sperimentato spesso solo la parte repressiva. chiediamo loro di pagare le tasse, ed è giusto: ma dopo che hanno pagato, nessuno si impegna a far capire in modo non autoritario che questi soldi vengono spesi in sanità e scuola, servizi utili per tutti... tutto viene dato per scontato. qui allora sulla incapacità della sinistra di leggere il mondo in modo corretto, si inserisce la capacità di Berlusconi di diseducare il popolo e spingerlo verso quell'individualismo becero che tutti aborriamo. il problema della sinistra (e specialmente di falce e martello) è che è ancora spaventata dalla dimensione individuale della società odierna e guarda nostalgicamente all'indietro, non cogliendo le potenzialità creative e pedagogiche di questo individidualismo che non è cattivo di per se' se vuol dire capacità dell'individuo di prendere maggiore coscienza di se' e quindi del suo ruolo nella dimensione collettiva. la sinistra (e specialmente quella falcemartello) non è che dice qualche cosa di sbagliato... ma è pedante, pretende di educare reprimendo anziché accompagnando in modo intelligente gli istinti delle persone verso una maggiore autocoscienza. la sinistra falcemartello infine è ancora legata a un economicismo determinista che dimentica il peso di cultura, dell'ambiente sociale, dell'individuo nelle scelte politiche. l'individuo chiede maggiore libertà. cerchiamo di declinare in modo intelligente questo desiderio di libertà anziché sottilmente reprimerlo.#25 · pippo (libertario)
20 maggio 2009, 12:34 ma chissenfrega dei sondaggi? siete diventati berlusconiani così tanto per cui al sol dell'avvenire avete sostituito la prossima scadenza elettorale con relativi sondaggi?#27 · la debolezza della socialdemocrazia-1
20 maggio 2009, 14:10 mi permetto di segnalare alla redazione (e ai pochi che hanno voglia di leggere)questo interessante articolo di Salvadori sui destini della socialdemocrazia in Europa (mau68): In un recente articolo su questo giornale Timothy Garton Ash ha auspicato l'avvento di una «versione modernizzata» dell' «economia sociale di mercato», fondata sulla creazione da parte dello Stato di «un forte quadro giuridicoe normativo per l' impresa privata», sull' impegno «a garantire un minimo sociale a tutti i cittadini» e sulla lotta all' accumulo dei «grandi guadagni dei capitalisti» legittimati col richiamo ad un rischio imprenditoriale fatto in realtà gravare sulle spalle dei lavoratori subalterni. Sennonché qui si pone il problema: esiste in Europa una forza politica in grado di farsi carico di un tale obiettivo? Di primo acchito la risposta parrebbe scontata: la socialdemocrazia. Ma ecco che ci si trova a dover constatare che i partiti che ad essa si richiamano sembrano ormai più «cavalieri inesistenti» che non cavalieri con la corazza. Non molto tempo fa osservai che facevano riflettere «il silenzio della socialdemocrazia»e la mancanza di un suo protagonismo politico di fronte alla attuale pesante crisi economica. È quindi comprensibile che si possa parlare, come fa Giuseppe Berta, di Eclisse della socialdemocrazia (è questo il titolo di un suo breve saggio appena apparso presso il Mulino). Nell' analizzare i fattori del declino socialdemocratico, Berta centra nel segno. La socialdemocrazia nelle sue molteplici varianti non ha retto all' urto con il «turbocapitalismo» globale. E non ha tanto piegato le ginocchia di fronte ad un avversario più forte, quanto è andata piuttosto essa stessa attivamente inserendosi in quel tipo di sviluppo, giudicato la tendenza vincente. «La socialdemocrazia al governo - osserva Berta - ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente» ai caratteri del nuovo capitalismo, «abbandonando la pretesa di trasformarli».#28 · la debolezza della socialdemocrazia-2
20 maggio 2009, 14:11 Nel caso poi dei Blair e anche degli Schroeder, si è voluto persino cavalcare la tendenza. Si è così esaurito il cammino che aveva dato vigore alla socialdemocraziaa partire dal 1945 fino agli anni ' 70, quando è esplosa la crisi dei fattori che ne avevano determinato l' ascesa: la forza organizzativa dei partiti socialisti, la centralità dei sindacati, l' ancoraggio ad una robusta classe operaia, la capacità di affermare la propria identità, il ruolo del «sistema misto» privato-pubblico, le istituzioni del welfare. Secondo l' autore, lo sviluppo economico e sociale ha disintegrato a mano a mano tutti questi fattori e conferito alle resistenze a siffatto processo i tratti di un discorso meramente retorico. Dallo svuotamento della socialdemocrazia Berta deduce, portando alla ribalta il caso dell' Italia dove la socialdemocrazia più che esausta non è mai nata, che sia venuta l' ora del «centrosinistra», dei «democratici», del «liberalismo sociale»; cui spetta di incorporare quei caratteri della avanzante modernità che in primo luogo il Labour, sotto la spinta di incoercibili esigenze dovute alle trasformazioni della società, ha fatto propri con entusiasmo al prezzo di favorire il progressivo vanificarsi del discorso socialdemocratico: il fare appello all' elettorato in generale, alla responsabilità dei singoli, ai doveri e ai diritti individuali, il puntare per contrastare le diseguaglianze sociali sulle opportunità offerte dalla formazionee dall' esercizio delle competenze nel quadro del mercato aperto. E in questo contesto evoca il messaggio di Obama, la sua entrata in campo a «difesa del principio di una più ampia libertà di scelta individuale sulle questioni della vita» e di altri principi «in linea con le tendenze del centrosinistra».#29 · la debolezza della socialdemocrazia-2
20 maggio 2009, 14:11 Nel caso poi dei Blair e anche degli Schroeder, si è voluto persino cavalcare la tendenza. Si è così esaurito il cammino che aveva dato vigore alla socialdemocraziaa partire dal 1945 fino agli anni ' 70, quando è esplosa la crisi dei fattori che ne avevano determinato l' ascesa: la forza organizzativa dei partiti socialisti, la centralità dei sindacati, l' ancoraggio ad una robusta classe operaia, la capacità di affermare la propria identità, il ruolo del «sistema misto» privato-pubblico, le istituzioni del welfare. Secondo l' autore, lo sviluppo economico e sociale ha disintegrato a mano a mano tutti questi fattori e conferito alle resistenze a siffatto processo i tratti di un discorso meramente retorico. Dallo svuotamento della socialdemocrazia Berta deduce, portando alla ribalta il caso dell' Italia dove la socialdemocrazia più che esausta non è mai nata, che sia venuta l' ora del «centrosinistra», dei «democratici», del «liberalismo sociale»; cui spetta di incorporare quei caratteri della avanzante modernità che in primo luogo il Labour, sotto la spinta di incoercibili esigenze dovute alle trasformazioni della società, ha fatto propri con entusiasmo al prezzo di favorire il progressivo vanificarsi del discorso socialdemocratico: il fare appello all' elettorato in generale, alla responsabilità dei singoli, ai doveri e ai diritti individuali, il puntare per contrastare le diseguaglianze sociali sulle opportunità offerte dalla formazionee dall' esercizio delle competenze nel quadro del mercato aperto. E in questo contesto evoca il messaggio di Obama, la sua entrata in campo a «difesa del principio di una più ampia libertà di scelta individuale sulle questioni della vita» e di altri principi «in linea con le tendenze del centrosinistra».#30 · la debolezza della socialdemocrazia-3
20 maggio 2009, 14:13 Se concordo con Berta sul dato incontrovertibile dell' eclisse della socialdemocrazia (che per lui in realtà più che un eclisse è un inarrestabile tramonto e per me un serio rischio di tramonto), ne traggo una diversa lezione. Che oggi ci troviamo nel pieno della crisi congiunta e del «turbocapitalismo» e del socialismo europeo. Che la crisi del secondo è una conseguenza del suo essersi adagiato sul primo, nella convinzione, massima nel nuovo laburismo di Blair, che questo rappresentasse tout court l' economia dell' avvenire e perciò occorresse addirittura favorirlo. Che la crisi scoppiata nell' autunno del 2008 rivela palesemente che l' insufficiente difesa delle condizioni di vita degli strati inferiori - i quali, se non più in prevalenza dagli operai di fabbrica, sono formati dall' esercito dei lavoratori dipendenti a basso reddito, dei precari e dei senza lavoro - a cui si chiedeva di trovare una strada che non hanno affatto trovato nel mondo dell' iniziativa individuale e delle opportunità create da uno sviluppo sfociato nella grande depressione, ha avuto come risultato di causare il sempre maggiore arricchimento dei pochi e impoverimento dei molti. Che la crisi dimostra - questo ha in effetti detto chiaro e forte Obama - che si è riprodotta la perversione per cui i plutocrati incontrastati hanno dato con successo l' assalto ai governi, sicché è ora necessario che il potere pubblico ristabilisca regole in grado di impedire un ritorno al turbocapitalismo, che si ricostituisca una rete di protezione a favore degli strati rimasti vittime delle oligarchie dominanti, che si torni a rendere efficace il welfare, anche grazie al rilancio del ruolo dei sindacati. In Europa quale il soggetto politico organizzato in grado di dare senso, di interpretare un simile indirizzo? Il centrosinistra?#31 · la debolezza della socialdemocrazia-fine
20 maggio 2009, 14:15 Ma nel nostro continente il centrosinistra non esiste, salvo che in Italia, dove esso si presenta con grandi ambizioni, ma in passato altro non è stato se non un' alleanza debole di vari partiti privi di omogeneità e nel presente, incarnato nel maggiore partito di opposizione, non mostra di avere un sufficiente collante e all' interno del quale non manca chi di centro subisce il richiamo di altri centri e chi di sinistra non sa a che santo votarsi. L' eclisse della socialdemocrazia europea è un innegabile dato di fatto e il test a cui essa si trova sottoposta è storicamente decisivo. Ma se l' eclisse dovesse preludere, per una inadeguata capacità di reazione, a un definitivo tramonto, allora vi è da dubitare fortemente che lo scenario del futuro sia l' emergere del centrosinistra internazionalee non piuttosto per un verso il rafforzamento della destra e del centro, rimasti unici contendenti del governo della società, e per l' altro il sopravvivere di una sinistra minoritaria, emarginata, protestataria e impotente. Sono possibili una «economia sociale di mercato» e «un forte quadro giuridico e normativo per l' impresa privata» fatto valere dallo Stato senza la socialdemocrazia? - MASSIMO L. SALVADORI (da La Repubblica con il titolo "LA SCOMPARSA DELLA SOCIALDEMOCRAZIA"). mau68#32 · pippo (libertario)
20 maggio 2009, 14:18 alcuni compagni sono peggiori, come persone, di alcuni elettori berlusconiani.#33 · ic
20 maggio 2009, 15:45 Mi dispiace. ma non ho letto alcun pensiero nuovo! C'è solo la voglia di buttare tutto a mare senza sostituire niente di veramente innovativo per gli sfruttati. PRIMO. Qual è l'urgenza di sostituire la falce e il martello; SECONDO. Che cosa sostituire alla falce e martello, che abbia la stessa carica emotiva.Il pomodoro? La quercia, Il garofano, la rosa, il prezzemolo? Io pure penso che è venuta l'ora di sfornare un'altra IDEA FORTE al pari dell'illuminismo, del marxismo. Ma ovunque mi giro, non la trovo. Trovo solo rovine e demolizioni.form di registrazione al sommario
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#1 · ic
18 maggio 2009, 17:04 Giuliano Garavini dà delle motivazioni semplicistiche al simbolo del lavoro. Invece della falce e martello si potrebbe mettere un computer e non cambierebbe la sostanza. A me piace la falce e martello. Ogni volta che si è tolta dal simbolo la falce e martello, il potere dei lavoratori è arretrato. La prima volta l’ha tolta Craxi, sostituendola con il garofano, abbiamo perso la scala mobile ed è arrivato Berlusconi. La seconda volta l’ha fatto Occhetto e siamo scivolati in braccio alla Balena Bianca. Se vogliamo scendere nella teoria marxiana, anch’io sono contrario a sostituire il padrone privato con lo Stato padrone. Sempre padrone è. Infatti, Marx ed Engels parlano di “ESTINZIONE” dello stato e di potere al popolo lavoratore. Altrimenti ad una dittatura del capitale sostituiamo una dittatura burocratica statale, ancora più feroce, come abbiamo sperimentato nei regimi del cosiddetto”socialismo reale”.