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Le priorità di chi opera per la sanità globale

Angelo Stefanini,   27 ottobre 2006, 12:59

Le priorità di chi opera per la sanità globale Cooperazione     Prosegue il dibattito sugli aiuti sanitari cooperativi e non-profit con una nuova riflessione in risposta all'intervento di Gino Strada, che avalla la strategia "Primary Health Care" sottoscritta da tutti i paesi membri dell'Oms nel 1978 ad Alma Ata in cui si identifica negli interventi di "base" la strada per migliorare la salute nel mondo

 



Innanzitutto mi scuso con Gino Strada, ed eventualmente con gli altri lettori che come lui non avessero compreso il senso del mio discorso, per non essere stato sufficientemente chiaro. Vorrei quindi affermare nel modo più esplicito come la mia richiesta di trasparenza non contenesse affatto insinuazioni di "distrazione di fondi" e tanto meno di disonestà di chi li gestisce, ma la sollecitazione ad un aperto dibattito, non soltanto all'interno di Emergency ma in tutto il mondo della cooperazione internazionale, sui criteri di intervento sanitario nei paesi poveri. Del Progetto Salam non metto in discussione la "validità scientifica", ma la sua razionalità in funzione dell'obiettivo che, mi pare, intende raggiungere: l'equità. Mi chiedo ad esempio quali siano i criteri secondo i quali debbano essere i cardiopatici, piuttosto che, a caso, i malati di insufficienza renale o epatica, ad avere gli stessi diritti ad essere operati, così nei paesi poveri come in quelli ricchi.
Ripeto, non è mia intenzione mettere in dubbio né l'onestà né la professionalità di Gino Strada, chirurgo di guerra. Il mio timore è che il suo messaggio che non posso non condividere pienamente ("tutti debbono godere degli stessi diritti") venga interpretato come "viviamo in un mondo in cui nonostante sia possibile operare tutti i bambini cardiopatici, ciò non avviene". Questo è palesemente falso. Non è possibile con le risorse sia private che pubbliche attualmente a disposizione assicurare l'accesso alla cardiochirurgia a tutti i bambini cardiopatici del mondo. E questo vale non solo per i paesi poveri ma anche per quelli ricchi o ricchissimi, vedi primo fra tutti gli Stati Uniti.
Che cosa si può fare allora?
Una risposta, sottoscritta e avallata da tutti i paesi membri della Organizzazione Mondiale della Sanità, ovvero da tutti i paesi del mondo, l'abbiamo da tempo: si trova nella Dichiarazione di Alma Ata del 1978 che propone una strategia chiara e articolata, detta Primary Health Care (Assistenza Sanitaria Primaria). Il fatto che tale strategia non sia mai stata attuata, se non da paesi come Cuba (che ne ha raccolto abbondanti benefici come dimostrano i suoi indicatori sanitari), ha ragioni storiche e politiche che qui non è il caso di elencare, ma è dovuto soprattutto alla opposizione dell'establishment medico-scientifico (con l'appoggio economico della Banca Mondiale) che non ha mai visto di buon occhio la promozione di interventi "di base" (opposti all'alta tecnologia). Tanto è vero che è riuscita a spacciare tale strategia, denigrandola con ogni mezzo, come "roba per sottosviluppati". La PHC non è affatto "medicina di seconda scelta" né tanto meno da lasciare ai poveri, ma l'approccio globale prioritario per migliorare la salute del mondo, Nord e Sud, proposto e accettato da tutti i governi quasi trent'anni fa. Proprio in questi ultimi mesi sono usciti articoli su prestigiose riviste scientifiche (Nature, 21 luglio 2005; International Journal of Epidemiology 2006, 35:817-24; Lancet 19 marzo 2005) che, osservando i successi ottenuti da Cuba, si chiedono perché il mondo ricco esiti ancora nell'imitare un tale esempio. E provano anche a darne timide risposte che lascio a chi vorrà leggerli.

Condivido pienamente le preoccupazioni di Gino Strada per il perverso doppio standard nella salute applicato al Nord e al Sud del mondo; ne ho scritto anche in modo approfondito (Tropical Medicine and International Health Novembre 1999). Credo che la ricerca dell'equità dovrebbe essere il principio comune a chi opera in sanità e per la salute sia a livello globale che locale. Tale ricerca, a mio parere, deve seguire una scala di priorità cominciando con l'assicurare a tutti i bambini del mondo la possibilità di superare indenni (cioè vivi) le cause principali, responsabili del maggior numero di morti, che mietono milioni di vite ogni giorno. Queste cause di morte sono proprio quelle diarree e polmoniti che il sito http://www.emergency.it/dirittoalcuore/salam_xche.php accantona come problemi di second'ordine. Un tale approccio di PHC, ritengo, dovrebbe essere attuato anche nei paesi ricchi dove lo sbilanciamento delle risorse sanitarie su ospedali superspecialistici e alta tecnologia, a spese della prevenzione e della assistenza sanitaria di base, continua a far sì che questa ingiustizia rimanga irrisolta.

Per concludere, una precisazione: non sono, ahimé, un Professore ma un semplice Ricercatore non più giovane (anzi decisamente attempato per tale ruolo) che non ha fatto carriera, oltre che per i suoi demeriti personali, anche perché ha trascorso buona parte della sua vita professionale in ospedali rurali africani in zone simili al Sudan (Nord Uganda) dove per un decesso per insufficienza cardiaca valvolare ne avvengono cento per diarrea, polmonite e malattie infettive varie. Da specialista in cardiologia quale ero in Italia prima di partire per l'Africa, ho sentito, scontrandomi con i problemi del posto, la necessità di concentrarmi dove l'efficacia del mio intervento, in termini di vite salvate, poteva essere molto superiore: la sanità pubblica fatta di PHC e prevenzione.





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