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Legge Lanzilotta, pericolo sventato

Giovanni Russo Spena*, Francesco Manna**,   17 maggio 2007, 18:48

Legge Lanzilotta, pericolo sventato Politica     E' stato raggiunto l'accordo nella maggioranza sul ddl che liberalizza i servizi pubblici locali. E' andato a buon fine l'inserimento di alcune norme fondamentali, tra cui le misure a tutela dei lavoratori e quelle che consentono, agli enti locali, una reale scelta tra pubblico e privato



L'accordo raggiunto, dopo mesi di trattative, sul ddl Lanzillotta, che regolerà le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali rappresenta una netta inversione di tendenza rispetto alle politiche del governo Berlusconi, ma anche rispetto alla versione iniziale dello stesso ddl.
La privatizzazione dei beni comuni è stata una bandiera della destra, in Italia come ovunque. E' un'ideologia, ancora prima che una pratica feroce, e come tutte le ideologie si rivela impermeabile alla realtà. I fallimenti delle privatizzazioni, a partire da quello disastroso del trasporto pubblico in Gran Bretagna, non hanno neppure scalfito la fede del centrodestra, e purtroppo anche di parecchi esponenti del centrosinistra, nelle virtù taumaturgiche delle liberalizzazioni. O più precisamente della privatizzazione dei servizi pubblici, perché di questo in realtà si trattava.

La prima urgenza, per Rifondazione, è stata dunque quella di ribadire la centralità del concetto di bene comune, difendendo il principio per cui esistono e devono continuare a esistere beni che non possono essere privatizzati: come l'acqua. L'obiettivo di una legge delega che sancisca l'esclusione dell'acqua da qualsiasi logica di mercato doveva però necessariamente essere accompagnato e anticipato da una moratoria che impedisse l'arrembaggio prima del varo della legge. Inutile chiudere la stalla dopo la fuga dell'ultimo bue.

In secondo luogo, abbiamo insistito perché nel ddl fossero inserite clausole precise a garanzia dei lavoratori. L'esperienza concreta degli ultimi 30 anni ha insegnato sin troppo dolorosamente cosa significhi, in concreto, per i lavoratori, la magica pargoletta "liberalizzazione". Un governo di centrosinistra non può accettare un simile massacro sociale.
Il punto chiave, quello più delicato e combattuto, è tuttavia rappresentato certamente dalle norme che regolano la scelta tra ricorso alle aziende pubbliche oppure alla gara. La prima versione della legge obbligava di fatto, con poche e temporanee eccezioni, alla gara e si prodigava, a scanso di ogni rischio, per avvantaggiare ulteriormente il privato. Si trattava, a conti fatti, di una privatizzazione totale appena mascherata da liberalizzazione.
Neppure i successivi rimaneggiamenti del testo apparivano tali da frenare la corsa verso la privatizzazione iniziata negli anni del Cavaliere. Alle autonomie locali era riconosciuta la possibilità della gestione diretta "in economia" dei servizi pubblici. Di fatto era però un'opportunità limitata a una percentuale minima di comuni. Confinava il pubblico in una ristretta area residuale. Una specie in via di estinzione, e neppure protetta.

Il testo definitivo, che prevede il ricorso alle aziende speciali per la gestione dei servizi pubblici consente invece una vera possibilità di scelta tra il privato e un pubblico non più ridotto a semplice residualità. Non è ancora quel rilancio del servizio pubblico che resta uno degli obiettivi fondamentali non del solo Prc ma dell'intera sinistra. E' già un efficace stop all'orgia privatizzatrice. Il primo da molti anni.

*Capogruppo Rifondazione comunista al Senato

**Responsabile Enti locali Rifondazione comunista





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