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Pensioni, un test per il governo

Titti Di Salvo,   10 maggio 2007, 19:15

Pensioni, un test per il governo     

Il ministro Padoa-Schioppa contrappone il risanamento dei conti alla sostenibilità sociale. Ma la vera necessità è decidere il livello di spesa previdenziale sostenibile, socialmente oltre che finanziariamente



Esiste diffusamente un clima di attesa vigile nei confronti della trattativa che si è aperta ieri tra le parti sociali e il governo: c'è attesa da parte del sistema delle imprese, c'è attesa da parte dei cittadini, c'è attesa anche fuori dall' Italia.


In gioco ci sono le condizioni materiali delle persone, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati; condizioni che si modificheranno a seconda delle scelte che a quel tavolo saranno prese su regole del mercato del lavoro, ammortizzatori sociali, sistema previdenziale pubblico.
Non è sbagliato a mio avviso, né impropria drammatizzazione, considerare l'esito di quel confronto test della capacità del governo di coerenza con il proprio programma, ma anche di rispondenza alle aspettative di giustizia sociale che si levano nei confronti del governo Prodi: perché di questo si tratta.
Quando è iniziata la legislatura, esattamente un anno fa, il paese era diviso; il tasso di disuguaglianza tra i più alti di Europa; quello di povertà anche; il tasso di istruzione al contrario tra i piu bassi di Europa.
La competitività del sistema paese in quanto tale, nelle collocazioni più basse delle graduatorie internazionali; le assunzioni a tempo indeterminato via via sostituite percentualmente da quelle con rapporti di lavoro precario; l'etica pubblica calpestata dal ricorso continuo ai condoni e dall'uso della politica a fini personali.
Da quella situazione di declino morale, economico e sociale, naturalmente era ed è difficilissimo risalire: rimane il fatto che noi consideriamo il miglioramento delle condizioni di vita delle persone il metro di misura per valutare la capacità di risalita dal declino.
Utilizzando quel metro di misura e aggiungendo ad esso la pubblicazione dei dati Eurispes sui salari europei (i più bassi sono quelli italiani ad eccezione del Portogallo) non è difficile fare una valutazione delle scelte economiche e sociali fin qui realizzate dal governo Prodi e nel contempo trovare la bussola che dovrà guidare l'azione di governo nel confronto con le parti sociali.

La Finanziaria ha iniziato a delineare il profilo di una politica economica in discontinuità rispetto alla precedente: la competitività del paese non si è realizzata inseguendo l'abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto; il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è stata la scelta perseguita; il contrasto alla precarietà, nelle sue diverse forme, la strada. Analogamente non è stata la Finanziaria la sede per quella verifica sulla riforma previdenziale cui rimandava la Dini, per non trasformare una verifica, in primo luogo dell'equilibrio finanziario del sistema, in operazione di cassa: si è dunque tracciata una via positiva, anche se tra grandi contraddizioni, sostenuta da un gran rigore nella lotta al sommerso, all'elusione e all'evasione fiscale.

Oggi l'andamento dei conti pubblici è positivo, fino al punto da rendere visibile e addirittura nominabile una disponibilità di risorse: il tesoretto. Al contrario, nonostante i segnali positivi, le condizioni materiali delle persone in difficoltà non sono risolte e soprattutto si è riaperta la questione dentro al governo, con la posizione del ministro Padoa-Schioppa di sostegno a una cultura politica che contrappone il risanamento dei conti alla sostenibilità sociale: come chiamare altrimenti l'invito del ministro al coraggio da parte del sindacato? Nel merito e con più precisione la nostra opinione è che il tesoretto debba essere utilizzato prioritariamente per finanziare una nuova politica di ammortizzatori sociali, per eliminare lo scalone di Maroni, per contrastare la precarietà, proseguendo nella strada tracciata e risolvendo così il tema della precarietà oggi e delle pensioni da fame domani, per rivalutare le pensioni.

L'equilibrio finanziario del sistema previdenziale è molto importante, naturalmente. Nessuno lo sottovaluta perche è la condizione della sopravvivenza del sistema stesso. Ma proprio perciò i conti vanno fatti bene. Non solo, per farli bene occorre separare l'assistenza dalla previdenza e ancora prima decidere qual è il livello di spesa previdenziale sostenibile socialmente oltre che finanziariamente.
Infine tra le proposte emerse fuori dal sacco, oltre a quell'indirizzo di cultura politica prima stigmatizzato, ce n' è una particolarmente negativa. Si ispira ad un'idea di parità negativa tra uomini e donne e riguarda dunque l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne, irricevibile per più ragioni: in generale perché punitivo e misogino. Perché confronta situazioni non confrontabili: le socialdemocrazie europee con i loro accoglienti e ospitali stati sociali ricchi di servizi per i bambini e per le donne e l'età pensionabile delle donne italiane in un paese fondamentalmente misogino. Perché ignora la realtà di pensioni di donne, le più basse, come esiti dei lavori peggiori e più precari; così come ignora che la pensione di vecchiaia per le donne coincide con quella di anzianità.

La proposta in questione aggiunge a tutto questo altro: le donne che volontariamente lavorassero un anno in più trasferirebbero questo surplus, dimezzato a 6 mesi, in contributi per i propri figli.
Ci dispiace una proposta, che speriamo sia solo giornalistica, che da un lato assegna alle donne (e perché non agli uomini) il compito di vestale sacrificale materna; dall'altra è ispirata ad una logica che affossa l'ispirazione del sistema previdenziale pubblico italiano che è un sistema a ripartizione: vuol dire che con i contributi di chi lavora si pagano le pensioni di chi è in pensione. Questa la solidarietà del sistema; non di madre in figlio. E i figli degli altri?
Non si può fare, il governo abbia il coraggio di usare il tesoretto, sottraendolo dalle mire delle imprese che tanto hanno avuto, in favore di una vera giustizia sociale: naturalmente ivi compresa la fine della telenovela sul rinnovo dei contratti pubblici.





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