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La cupola dei misteri
Andrea Santini, 09 ottobre 2006, 20:18
Inchiesta
L'ipotesi di un vertice "P3", costruito sulla falsa riga della precedente loggia massonica, prende corpo analizzando i legami tra vecchi e nuovi protagonisti del sistema dei servizi segreti italiani
Anni fa, all'epoca delle continue riforme che seguirono gli scandali prima del Sismi di De Lorenzo poi del Sid di Miceli e Maletti, il generale Casardi, incaricato di uno dei vari repulisti, ebbe a esprimere, con la sua calata romanesca, un concetto che ancora oggi potrebbe essere inciso all'ingresso di Forte Braschi: "So' rogne!" disse, a chi si congratulava con lui per la nomina. Poi ripeté, in modo da non lasciare dubbi: "So' rogne!". Oggi che l'inchiesta sul sequestro dell'imam di Milano Abu Omar è stata chiusa con il rinvio a giudizio di 39 persone tra agenti della Cia e uomini dei servizi, e che anche il direttore del Sismi Nicolò Pollari rischia l'incriminazione, una volta che sarà sciolto il dilemma del segreto di Stato - il problema lo sta valutando il sottosegretario alla presidenza del consiglio Micheli, che ha la delega all'intelligence e che in questo ruolo ha dato il cambio a Gianni Letta, il quale in precedenza lo aveva dato proprio a lui -, queste rogne sono sul tavolo del governo. E non si tratta di rogne di poco conto. Il piano dell'esecutivo, fino a questo momento, è stato di lasciare tutto come sta e di affrontare prima una riforma strutturale dei servizi, affidandoli a nuovi vertici. Ma se Pollari finirà sotto processo, il ricambio non potrà essere procrastinato, mettendo così a rischio la riforma. Nella settimana passata il Velino, voce di sottogoverno del centro-destra, aveva fatto un pressing anticipando addirittura a venerdì scorso il consiglio dei ministri in cui le "teste" della sicurezza nazionale dovevano essere tutte, o quasi, cambiate. Aveva fatto anche i nomi dei candidati, "bruciandone" alcuni che ora sembrano scomparsi dalla lista. Il Velino era stato seguito a ruota da dichiarazioni di esponenti autorevoli del centro-destra, i quali avevano rivendicato una partecipazione alla stesura della riforma. Cose già viste, ma rendono l'idea di quanto il tema sia scottante.
Anche perché, in questa vicenda che vede intrecciati gli stessi nomi non solo nel sequestro illecito di Milano, ma anche nel dossieraggio Telecom, nelle intercettazioni del "Laziogate", e persino in "Calciopoli", l'idea seguita da alcuni magistrati è che esista un vero e proprio Comitato d'affari, una sorta di P3, erede ma non del tutto scollegata dalla vecchia P2, in cui si mischiano, come nel passato, spezzoni dello stato, del mondo imprenditoriale, di quello finanziario e, forse, di quello politico. Il "cervello" sarebbe formato da un gruppo che si potrebbe definire garante del sistema illegale che attraversa il Paese, mentre i vari Tavaroli, Mancini, Cipriani e compagni ne sarebbero il braccio. Qualcosa di simile alla struttura di Cosa Nostra così come Tommaso Buscetta la descrisse a Giovanni Falcone, e altrettanto efficiente e letale per la democrazia.
C'è una intercettazione, pubblicata domenica scorsa dal "Corriere della Sera", che può aiutare nella comprensione. Protagonista il generale Gustavo Pignero, ex direttore della prima divisione del Sismi ed ex capo di Marco Mancini. E' il 27 maggio, non sa ancora di essere intercettato, e si trova in ospedale, sotto chemio per un tumore che l'11 settembre lo ucciderà. L'interlocutore è un funzionario del Sismi, chiamato "X", il quale teme di essere scavalcato dall'ufficiale che era in auto con Nicola Calipari e Giuliana Sgrena quando si trovarono sotto il fuoco americano, che entrambi chiamano "l'eroe".. "Secondo me - si lamenta X - si è mosso il Loggione...Credo che sia uno dei soci antichi del Loggione". Poi parlano di Mancini, del fatto che Pollari lo ha estromesso: "Ma lo sanno tutti che Mancini era nel suo pool, nella sua squadra..." dice X. "No - ribatte Pignoro - più che squadra.... era direttamente quello che...". X lo interrompe: "Tu mi hai sempre parlato di comitato d'affari". E Pignero: "Eh, quello mi sa che prima o poi verrà fuori". E aggiunge: "Che ci sia un comitato tra loro, una comunità, una colleganza molto stretta, questo è un fatto". Parla di Tavaroli come uno legatissimo a Mancini: "Se pensi che Tavaroli, orfano di padre e di madre, è stato praticamente ospite a casa di Mancini da quando era bambino...E adesso bisogna chiarire ‘sti soldi che sono andati all'estero a chi sono andati...". Aggiunge di favori fatti a Tavaroli. "Io una volta, Umberto un'altra... gli abbiamo fatto dare una consulenza.. ha scritto due righe che potevano valere 200 euro e gli abbiamo fatto avere una provvigione notevole".
Umberto è il predecessore di Gustavo Pignero alla direzione della prima Divisione del Sismi. Il suo nome e Umberto Bonaventura, colonnello dei carabinieri, nominato generale con la pensione.
Un personaggio di tutto rilievo nella storia dei misteri d'Italia. Nel 1972, due settimane dopo l'omicidio Calabresi, si occupa della strage di Peteano e del falso memoriale di Marco Pisetta, che chiamava in causa Lotta Continua per Calabresi e per Peteano, e che si scoprirà poi essergli stato dettato dall'allora colonnello dei carabinieri Michele Santoro. Comandante a Trento, Santoro tre settimane dopo viene premiato con il trasferimento al Nucleo giudiziario di Milano. E' proprio Lotta Continua, guidata da Adriano Sofri, con la sua controinformazione, a mandare all'aria il disegno dei carabinieri, svelando il falso. Sempre nel 1972 Bonaventura si occupa della morte di Giangiacomo Feltrinelli sotto il traliccio dell'alta tensione. Nel ‘74 è dietro al sequestro del giudice Sossi da parte delle Br, e sempre nel '74 è tra quelli che portano all'arresto di Curcio e Franceschini. Nel 1978 Bonaventura si trova nel covo di Via Montenevoso. E' lui, il quel momento già capo della prima Divisione del Sismi, che - confesserà candidamente nel maggio 2000 alla commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino - portò fuori dal covo il memoriale di Aldo Moro per fotocopiarlo, in modo che fosse portato a Roma. "A chi?", si chiederà Dalla Chiesa dinanzi alla Commissione Moro. Nel 1988 l'ufficiale riesce a vendicarsi di Sofri che ha svelato le manovre sul falso memoriale di Pisetta per Peteano e Calabresi: trova Leonardo Marino a La Spezia, resta con lui 17 giorni, e al termine Marino confessa al pm Pomarici la partecipazione, assieme a Bompressi e Pietrostefani, al delitto Calabresi. E' l'ergastolo anche per Sofri, leader di Lotta Continua, secondo il teorema "non poteva non sapere".
Una carriera colma, verrebbe da dire. Ma non è finita. Bonaventura è il dirigente del Sismi che riceve in mano, materialmente e per primo, il dossier Mitrokhin, quello che doveva fornire la mappa delle spie sovietiche in Italia durante la guerra fredda. E proprio il 7 settembre 2002, alla vigilia della sua audizione dinanzi alla commissione Mitrokhin, il generale in pensione Umberto Bonaventura, 63 anni, viene trovato stroncato da un infarto ai piedi del letto nella sua abitazione romana.
Questa carriera, con tutti i suoi grandi segreti, fa capire soprattutto una cosa. Non si arriva a dirigere la Prima Divisione del Sismi solo con modi affabili e alcune raccomandazioni. Bonaventura viene dalla Divisione Pastrengo, i cui vertici, molti dei quali nell'elenco della P2 sequestrato a Licio Gelli, furono coinvolti nel fallito Piano Solo, il "golpe bianco" che doveva rinchiudere in campo di concentramento politici, sindacalisti, persino preti, tutti con il comune denominatore di sinistra. Ma, come quasi tutti i protagonisti delle vicende di cui ci stiamo occupando, a Milano fa parte anche della squadra antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Al blitz in via Monte Nevoso avrebbe preso parte anche Gustavo Pignero che già prima, in Piemonte, faceva parte delle squadre di Dalla Chiesa che avevano arrestato Curcio e Franceschini e ucciso Mara Cagol, e che poi diventerà il successore di Bonaventura al Sismi. Nella fine anni '70 e negli anni ‘80, della squadra milanese di Dalla Chiesa - Bonaventura - Pignero fanno parte anche il maresciallo Marco Mancini, poi successore di Pignero e il brigadiere Giuliano Tavaroli. Tutti legati dalle stesse esperienze, dalle stesse amicizie. E da almeno parte degli stessi segreti.
Chi altri li condivide? Scoprire questo potrebbe avvicinare a quel "comitato" di cui parla, senza sapere di essere intercettato, il generale Gustavo Pignero. Dice l'investigatore fiorentino Emanuele Cipriani, intervistato in carcere: "I magistrati hanno fatto un lavoro formidabile, e io ho totale fiducia nella magistratura". E, quando gli chiedono da chi venissero le "ordinazioni", fa sempre un solo nome: Tavaroli. Giuliano Tavaroli, da parte sua, ai magistrati continua a ripetere che Cipriani andava autonomamente oltre quello che gli veniva richiesto. Un alleato infedele, insomma.
C'è, tra le carte dell'inchiesta Telecom, un particolare interessante sulla scalata dell'ex brigadiere ai vertici della sicurezza della società telefonica. E' cambiato governo, Colanino ha perso Telecom che è stata acquistata da Tronchetti Provera, il quale ha chiamato al vertice della Telecom il top manager Enrico Bondi, che già aveva mostrato le sue capacità prendendo in mano la Parmalat schiantata dallo scaldalo. Tavaroli è in quel momento responsabile della sicurezza Pirelli, e a capo della security di Telecon c'è Vittorio Nola, che ne era già responsabile ai tempi della Sip-Stet, azienda di Stato. Nola, ad un certo punto, viene "segato" a causa di un errore: non si è accorto che nella macchina di Bondi era nascosta una microspia, e lascia la strada aperta a Tavaroli. E' proprio Bondi a chiamare quest'ultimo, con il consenso formale della security, per un piccolo incarico esterno: la bonifica di una sede che si sospetta tappezzata di microspie. Tavaroli va, indaga e poi dice: c'erano, ma le hanno portate via. E' la premessa per l'ingresso in Telecom.
Racconterà Tavaroli ai magistrati: "Mi trovavo nell'ufficio del generale Stefano Orlando (già consigliere di Cossiga al Quirinale, n.d.r.), quando mi arrivò la telefonata che nell'auto di Bondi era stata trovata una microspia". Nell'ordinanza del gip ora si legge che la microspia era falsa, che serviva per screditare Nola e il vecchio gruppo dirigente e aprire la strada a Tavaroli e ai suoi. Cosa che poi è accaduta. Rimane una domanda: perché quel riferimento dell'ex brigadiere di Dalla Chiesa al generale Orlando? Un nome di carambola per far arrivare a nuora quel che suocera intende? E' lo stesso nome fatto dal Velino tra i candidati alla vice direzione del Sismi, in un ipotetico rimpasto del governo. Tutto questo assume l'inquietante aspetto di un messaggio cifrato, indirizzato a chi deve difendere i protagonisti di questa sporca storia. Che può essere alla sua conclusione in sede giudiziaria, ma che nel campo dei ricatti politici è solo all'inizio.
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#1 · Marcello Marani
10 ottobre 2006, 02:02 Dopo la P3 avremo anche la P4 e via enumerando e dobbiamo augurarci di non arrivare di nuovo alla P38.Ma non ci metterei la mano sul fuoco visto il buonismo ed il perdonismo imperanti che partono dal chi ha avuto avuto avuto, per arrivare al volemmose bene, che fa si che a pagare siano solo i poveri cristi e mai i grossi big, sia del potere che della mafia o della camorra o dei servizi.Se abbiamo ancora Andreotti considerato l’oracolo di Delfo cui rivolgersi per i vaticini su tutto; se il Caimano piduista è diventato Presidente del Consiglio; se il corruttore di giudici Previti continua a percepire lo stipendio da senatore e addirittura dovremo pagargli anche la riabilitazione sociale;se Dell’Utri colluso con la mafia non sta in galera, cosa possiamo aspettarci di nuovo da un Clemente Ministro di Giustizia o da un Amato Ministro di Polizia?Fare una nuova commissione d’inchiesta? A che pro visto che nessun risultato concreto si è avuto pur con l’ottimo lavoro della commissione Anselmi?Se vogliamo una vera sicurezza i servizi segreti non vanno riformati ma sciolti e ricostruiti dal nuovo, cercando all’interno delle forze di sicurezza e delle stesse forze armate, persone fedeli e rispettose della Repubblica e della Costituzione.Perchè se la Costituzione non entra nelle caserme, nelle questure e commissariati e nelle stazioni dei CC. hai voglia a riformare, dato che da un razzista, da un fascista e da un reazionario, non si può cavare un democratico.Perciò avanti con la Costituzione ed in special modo con il 3° comma dell’art.52 che sancisce: “L’ordinamnto delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”.maranimarcel@tiscali.it