Martedì, 06 Gennaio 2009 - Ultimo aggiornamento alle 18:52
Sul dissesto idrogeologico non abbassiamo la guardia
24 novembre 2006, 18:13
Osservatorio ambiente
Presentato il nuovo rapporto di Legambiente e Protezione civile sul fenomeno. In Italia ancora il 70% dei comuni rischia frane e alluvioni per via di un' insana politica di urbanizzazione e disboscamento
Urbanizzazione irrazionale, abusivismo e disboscamento dei versanti, sarebbero queste le cause del dissesto idro-geologico che minaccia la nostra penisola, come ha ricordato il rapporto pubblicato da Legambiente e dal Dipartimento della protezione civile. Secondo il dossier Ecosistema Rischio, presentato venerdì mattina nel corso di una conferenza stampa da Guido Bertolaso, capodipartimento della protezione civile, e da Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente, il 70% del totale dei comuni italiani sarebbero esposti al pericolo ambientale. 5.581 sono infatti i comuni a rischio idrogeologico, di cui 1.700 a rischio frana, 1.285 a rischio di alluvione e 2.596 a rischio sia di frana che di alluvione. Basti pensare che nel decennio 1991-2001 il nostro paese è stato colpito da circa 13mila eventi di dissesto idrogeologico, di cui 12mila frane e oltre mille piene.
Con Operazione Fiumi 2006, la campagna d'informazione per la prevenzione dei rischi legati al dissesto idrogeologico, sono state monitorate le azioni che 946 amministrazioni comunali, classificate nel 2003 dal Ministero dell'Ambiente e dall'UPI a rischio idrogeologico molto elevato, svolgono per la prevenzione di frane e alluvioni in tutta Italia.
Fattore aggravante sarebbe l'eccessiva cementificazione concentratasi lungo i fiumi e i torrenti italiani: l'80% dei mille comuni più esposti a rischio idrogeologico ha infatti abitazioni minacciate da frane e alluvioni, uno su tre interi quartieri e oltre la metà vede addirittura sorgere in queste aree fabbricati industriali. A fronte di questo, ancora nel 37% dei comuni non viene realizzata una manutenzione ordinaria delle sponde e le delocalizzazioni di quelle strutture presenti nelle aree a maggiore pericolo. Nettamente migliore la situazione per quanto riguarda l'organizzazione locale di protezione civile: quasi quattro amministrazioni comunali su cinque possiedono un piano d'emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione, anche se oltre la metà non lo ha aggiornato negli ultimi anni, rendendolo così uno strumento spesso poco efficace in situazioni di calamità. Due comuni su tre complessivamente bocciati nella mitigazione del rischio idrogeologico, il 28% addirittura non fa praticamente nulla per la sicurezza del territorio.
Complessivamente in Italia le amministrazioni locali non sembrano ancora sufficientemente attive per rendere meno fragile il territorio, anche se tanti esempi positivi dimostrano come una gestione diversa dei fiumi sia possibile.
Concentrate nel nord e nel centro le "maglie rosa" assegnate ai comuni più meritori. Primi in classifica Santa Croce sull'Arno (PI) e, per il secondo anno consecutivo, Palazzolo sull'Oglio (BS). Sono cinque, invece, le "maglie nere", attribuite tutte al centro-sud. Tra le grandi città Roma guadagna un 7 e mezzo nella pagella ambientalista, fanalino di coda invece Napoli, la quale ottiene una grave insufficienza.
Su base regionale è nelle Marche la percentuale di comuni più attivi contro il rischio idrogeologico, il 59% svolge infatti un lavoro complessivamente positivo in questo senso. Anche in Emilia Romagna, Valle d'Aosta e Toscana le realtà comunali più meritorie superano la metà. In fondo alla classifica, Abruzzo, Calabria e Sardegna, dove oltre l'80% svolge un lavoro negativo.
"I disastri ambientali che vedono protagonisti i fiumi italiani sono la diretta conseguenza di scelte sciagurate compiute dall'uomo. Questa situazione purtroppo non è solo eredità del passato, ancora oggi l'abusivismo aggredisce fiumi e torrenti e troppo spesso le opere di messa in sicurezza realizzate lungo le sponde divengono alibi per continuare a costruire in aree a rischio", ha ricordato il direttore generale di Legambiente Ferrante nel corso della presentazione della indagine. Ferrante ha poi anche aggiunto: "quest'anno finalmente i fondi stanziati dalla Finanziaria per la difesa del suolo tornano a crescere in modo consistente, ma diventa improrogabile che soprattutto i sindaci li spendano per interventi realmente efficaci, segnando un'inversione di tendenza verso la buona gestione del territorio, mettendo la sicurezza dei cittadini tra le priorità assolute del loro lavoro".
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#1 · Ro Marcenaro
27 novembre 2006, 10:52 Penso che sia necessario porre la questione del dissesto idrogeologico in termini economici e non tanto relativamente al costo dei danni ambientali, quanto piuttosto su quello dei mancati guadagni derivati dal degrado del territorio. Di ciò andrebbe fatta opera di sensibilizzazione ( economica ) nei confronti di operatori agricoli, commercianti, industriali che potrebbero vedere giungere nelle proprie casse molti maggiori profitti derivati da un armonioso sviluppo del territorio su cui sorgono le loro attività. Pur rendendomi conto dell’ iniquità della seguente affermazione mi spingerei a non vedere profusa alcuna forma di risarcimento in caso di disastro ecologico nei casi in cui venisse acclarato che tale disastro è stato causato da incuria, disinteresse, disinformazione da parte di enti o amministrazioni.