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Anatema papale contro la satira

Paolo Giorgi,   15 novembre 2006, 17:33

Anatema papale contro la satira Il caso italiano     La satira, in quanto tale, è uno sberleffo che fa pensare, che colpisce il potere (meglio, i poteri), che "fa male", e facendo ridere turba e fa riflettere. Quindi il fatto che sia rivolta a un capo spirituale, e che milioni di fedeli potrebbero rimanerci male, deve sicuramente indurre alla cautela, ma non certo all'autocensura



E venne il giorno in cui la Chiesa si scagliò contro la satira. Contro due comici, Crozza e Fiorello, che si producono in imitazioni (più o meno riuscite) di papa Ratzinger e del suo aitante segretario don Georg.
Ad alzare il piattello ci aveva pensato l'Avvenire, con due editoriali che nei giorni scorsi chiedevano in particolare una limitazione alla parodia di Maurizio Crozza, su La7, nella quale Benedetto XVI è ritratto come un uomo un po' isterico, capriccioso e riottoso, che i due cardinali al suo fianco faticano a riportare ai suoi doveri di pontefice. Una parodia definita dal giornale dei vescovi "di dubbio gusto". E a sparare, facendo centro, è stato don Georg in persona, interpellato dall'AdnKronos (che evidentemente ha un canale preferenziale con il segretario del papa, visto che non si tratta della prima intervista-scoop), il quale ha rilasciato dichiarazioni durissime: «Spero che smettano subito - ha detto don Georg - Queste 'cose' non hanno livello intellettuale e offendono uomini di Chiesa. Non sono accettabili. Non le vedrò mai - ha aggiunto - Trasmissioni così sono poco costruttive. Ho preso atto del fatto e voglio dimenticare».

Dal Papa, assicura, nessun commento nè alcuna reazione. «Un commento del Santo Padre o una sua qualunque reazione sarebbero davvero troppo onore per questa gente». Immediato, e inevitabile, il can can mediatico in Italia, dove i due schieramenti non aspettano altro che di prendere posizione su ogni sussurro proveniente dal Vaticano, come se non avessimo abbastanza problemi ben più concreti. Al centro della polemica, la libertà di satira.

Un tema che negli altri paesi europei hanno già affrontato e tutto sommato risolto, e che da noi si colloca invece tra le dispute eterne, insieme alla Resistenza, al Risorgimento, e giù giù fino a Romolo Augustolo. Il buon don Georg a suo modo è onesto: la satira contro il papa e il suo segretario "non ha livello intellettuale", cioè non ha la dignità di essere trasmessa (visto che come noto tutto ciò che si vede in tv è di alto profilo morale). A prescindere, si direbbe, visto che don George ammette di non aver visto neanche un minuto di gag.

E' dunque un anatema: non solo Crozza e Fiorello, ma chiunque osasse in futuro avvicinarsi alla satira sui due illustri personaggi sappia che commetterà una cosa "inaccettabile". Perché non si può fare satira sul papa? Lo sintetizza il presidente del Pontificio Consiglio per la cultura e il dialogo (sic!) Paul Poupard, secondo cui, «i credenti soffrono se il Papa viene trattato male».

A destra le reazioni sono più ipocrite: da un lato si conferma che la satira sul papa non si può fare, perché offensiva; dall'altro si butta lì che "non fa ridere". E' il caso di Cesa (Udc), secondo cui si tratta di "satira stucchevole che non fa nemmeno ridere». E del maestro dei vignettisti di destra, Forattini, secondo cui "colpire il papa non è coraggioso e non fa nemmeno molto ridere". Come se, in caso di parodia esilarante, si potesse fare. Un'evidente contraddizione, che maschera una semplice verità: la satira, in quanto tale, è uno sberleffo che fa pensare, che colpisce il potere (meglio, i poteri), che "fa male", e facendo ridere turba e fa riflettere. Quindi il fatto che sia rivolta a un capo spirituale, e che milioni di fedeli potrebbero rimanerci male, deve sicuramente indurre alla cautela, ma non certo all'autocensura.

La satira, in un paese democratico, si può fare contro chiunque incarni un'autorità. E il papa la incarna eccome, specie in Italia, anche sul piano politico: verrebbe da dire "chi è causa del suo mal pianga sé stesso". D'altra parte, nessuno prende in giro il Dalai Lama, e ci sarà un perché. E il problema non è tanto se faccia sbellicare dalle risate o no: forse è più divertente vedere una grassona che scivola sulla classica buccia di banana, ma certo non è satira, non assolve ad alcuna funzione sociale, è una semplice presa in giro del grottesco. Ma i politici nostrani questo vogliono: non la satira dei fratelli Guzzanti, che attacca ferocemente a destra e a manca, da Berlusconi a Prodi, da D'Alema a un esilarante Veltroni (ancora si ride per la celebre proposta del Veltroni di Corrado Guzzanti di far pagare le tasse ad agosto: "potremmo chiamarlo ‘Un fisco per l'estate'). E che non a caso è stata messa a tacere a suo tempo, con il ritornello canonico: "non fa ridere", "i comici si occupino di fare i comici", cioè in sostanza "la satira non può in alcun modo far ragionare". In Italia piace la comicità del Bagaglino, assolutoria e connivente come l'ultimo Alberto Sordi, o la finta indignazione di "Striscia la Notizia", che attacca chi vuole e quando vuole, ma mai per caso e sempre con le dovute cautele per chi versa lo stipendio. Poi c'è l'altro incredibile argomentare. La satira va fatta con "par condicio". Sono riusciti a tirarlo fuori anche nel caso Crozza-Fiorello: è Forattini a sottolineare che "Questi che attaccano il Papa e lo prendono in giro dovrebbero spiegare perche' lo fanno e non osano farlo con Bin Laden". Perché hanno paura, risponde indirettamente l'immancabile Gasparri: «A differenza dell'Islam, da noi c'è una tolleranza maggiore - precisa - E infatti nessuno direbbe mai quello che hanno detto, e anche fatto, i musulmani per la satira olandese su Maometto". E' vero, i musulmani radicali bruciano le immagini in piazza, o anche peggio.

Da noi, in questo paese occidentale ma con tanta, tanta voglia di medioevo, per ora ci si limita a mettere alla berlina le voci libere, a depotenziarle ("non fanno ridere..."), a ricattarle moralmente ("i fedeli ci rimangono male..."), a chiudere loro la bocca. E che il livello tenda comunque al basso vale per i censori ma anche per i censurati: quattro secoli prima di Cristo era Aristofane a mettere alla berlina il potere e gli stessi dèi. Oggi ci pensano Crozza e Fiorello. Per loro nessuna cicuta, come per un'altra famosa censura di qualche millennio fa, ma semplice silenzio: Crozza avrebbe deciso di non riproporre la gag su Ratzinger, e il programma di Fiorello previsto per domenica potrebbe saltare. Missione compiuta.





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