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Femminismo, tra continuità e innovazione

Marzia Bonacci,   14 gennaio 2008, 19:43

Femminismo, tra continuità e innovazione Interviste     Sabato 12 gennaio alla Casa internazionale delle donne, a Roma, si è riunita la rete femminista. Un'occasione per fare il punto sulle iniziative da tenere anche in vista del prossimo 8 marzo. Ne abbiamo parlato con Lea Melandri, presente all'appuntamento capitolino



Sabato 12 gennaio alla Casa internazionale delle donne di Roma si è data appuntamento la rete femminista. Un'occasione per fare il punto sulle iniziative che ci sono state, in primis la manifestazione contro la violenza sulle donne del 24 novembre scorso, ma anche per rilanciare un'azione comune in vista dell'8 marzo. Ne abbiamo parlato e discusso con Lea Meandri, presente all'incontro romano.

Partiamo da sabato, dall'incontro alla Casa internazionale delle donne di Roma a cui tu hai partecipato. Che impressione ne hai avuto?
L'aspetto più rilevante è stato quello della partecipazione: l'assemblea ha visto la presenza di 300 donne provenienti da tutta Italia, tanto che la sala della Casa internazionale delle donne si è rilevata inadeguata ad accogliere questo affollatissimo appuntamento. Molte partecipanti si sono sedute in terra: una scena che mi ha evocato con piacere ed emozione vissuti del passato.

Se dovessi tratteggiare una immagine delle donne che hanno partecipato all'incontro di sabato a Roma come sarebbe?
All'assemblea era presente soprattutto una giovane generazione di donne che si aggiravano sui 30 anni. E' stata così confermata, come per altro si era già visto con la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile, l'esistenza di una ripresa del movimento delle donne, diciamo anche di femminismo.

Tu parli di femminismo?
Si, di femminismo. Una parola, quest'ultima, che da un anno pronunciamo tutti con più facilità, dopo averla vista entrare in disuso perché troppo spesso accolta come qualcosa di superato, di antico. Ora è nuovamente in auge, a partire proprio dall'esperienza di Roma, dove è iniziata questa nuova ondata di femminismo, con i collettivi capitolini che non hanno stentato a definirsi tali.

Come si rapporta questa rinascita femminista all'esperienza del passato, degli anni '70?
Dagli interventi di sabato mi è sembrata emergere una ripresa del tema che imperversava negli anni '70, ovvero la discussione critica del rapporto uomo-donna. Un modo di uscire, finalmente, dall'equivoco che riduce la questione dei sessi a quella femminile, come se il problema fosse quello della condizione storica delle donne, quando invece si è trattato e si tratta di un rapporto storico di dominio, fondato su una visione del mondo che è stata ed è esclusivamente maschile.
Gli interventi di sabato erano focalizzati sulla necessità che le donne escano da questa condizione di dominio, che la ha rese oggetto di controllo e di sfruttamento maschile, e che si esprime spesso nella violenza privata, per affermare la propria esistenza a tutto campo, nell'interezza di una individualità fatta di corpo e di mente. Ma per superare questa condizione, è stato ammesso sabato in occasione della nostra discussione, è necessario elaborare una soggettività più profonda capace di rispondere al fatto che c'è stata una sola visione del mondo e che è stata detta soltanto dall'uomo. Cosa è maschile, cosa è femminile, quale deve essere il ruolo della donna e dell'uomo: tutto è stato stabilito sempre e soltanto da un sesso che ha dominato l'altro. Questo ha generato degli adattamenti profondi, con le donne che hanno interiorizzato questo sguardo sul mondo mediato dall'uomo. Perciò è indispensabile un lavoro di riflessione per poter arrivare ad un pensiero autonomo: ad una nuova soggettività appunto. Una presa di coscienza di questa visione del mondo che abbiamo ricevuto è secondo me indispensabile ed è già di per sé una pratica politica, perché modifica i rapporti delle donne con loro stesse, con l'uomo, con il mondo.

Dal punto di vista organizzativo cosa è stato deciso? Per esempio sono state previste delle iniziative di risposta a questo attacco fondamentalista che è in corso verso la legge 194?
Senza sottovalutare l'attacco estremista all'aborto, il movimento femminile ha deciso di non affrontare direttamente la questione, ma di collegarla con tutti gli altri temi riguardanti l'autodeterminazione della donna. Non è opportuno infatti seguire di volta in volta le provocazione che vengono avanzate dall'esterno, non c'è bisogno di un femminismo solo della reazione e della difesa. L'aborto è legato al tema del potere maschile sulle donne, come lo è la legge 40 od altro. Centrale è allora il lavoro di riflessione su questa tematica originaria.
Perciò si è deciso di organizzare, probabilmente a Roma, due giornate di riflessione in modo da arrivare all'8 marzo con un documento e delle proposte più chiare su come dare continuità all'iniziativa del 24 novembre e a questo nuovo protagonismo delle donne. Sull'8 marzo, poi, si è discusso molto perché alcune partecipanti avrebbero voluto indire una manifestazione nazionale, che però avrebbe rischiato di inficiare il lavoro che le donne stanno portando avanti a livello locale. Alla fine è prevalsa l'idea di appuntamenti organizzati in tutta Italia ma con un filo conduttore comune nei contenuti, da elaborare proprio in occasione di questa due giorni di febbraio.

Questa nuova generazione di donne di cui tu mi hai parlato è legata alla politica, che rapporto ha con quest'ultima?
Alla manifestazione del 24 novembre hanno partecipato realtà molteplici, tra cui anche donne legate alla politica. Ancora di più nella manifestazione di Milano il 14 gennaio, caratterizzata dall'obiettivo di tenere insieme queste due anime, quella più movimentista e quella più politicizzata. Sabato a Roma, invece, questo elemento di politicizzazione non c'era.
La diffidenza della rete femminista verso la politica è del resto comprensibile perchè nasce dalla delusione verso le politiche istituzionali e dal desiderio di partecipare in prima persona. La tentazione delle donne legate ai partiti di entrare in questo movimento femminile in modo massiccio è infatti molto temuto e per questo criticato. Personalmente non mi sento di biasimarlo. Perciò si tratta di capire che tipo di relazione si deve intessere tra queste due componenti.

Quindi quello attuale ti appare come un femminismo non politicizzato?
No, non proprio. Mi sembra un movimento che rifiuta la sottomissione ai partiti e in questo senso non è politicizzato. Ma il punto è che il femminismo, che deve restare un movimento capace di porre delle conflittualità, è fondato sulla tematizzazione del rapporto uomo-donna che attraversa il privato come il pubblico. In questo senso è stato ed è politicizzato, perchè offre anche una visione diversa della realtà sociale che nasce da una nuova concezione dei rapporto fra i sessi che si instaurano nella vita personale e pubblica.
Questi collettivi a mio avviso portano avanti una battaglia politica nel senso che il femminismo ha dato a questa parola e a questo concetto, cioè passione che critica la politica come monopolio maschile mutilatane e monco della componente femminile.

Però non neghi l'esistenza di una conflittualità tra donne che fanno politica e donne che invece, pur all'interno del movimento femminista, la guardano con diffidenza?
No non la nego. Quando nasce un fenomeno nuovo che si collega ad una storia passata si può generare un atteggiamento di chiusura, la paura che possa cancellare quanto fatto in precedenza, in particolare se assume una caratterizzazione generazionale nuova e radicale. Negli anni '70 il neofemminismo ha del resto operato rispetto alla storia precedente delle donne in totale discontinuità, praticando uno strappo violentissimo: abbiamo infatti cancellato quanto accaduto prima, almeno nella nostra fase iniziale. Forse è questo ciò che temono le donne che adesso sono legate ai partiti ed hanno partecipato alle battaglie degli anni '70. Ma è un sentire infondato perché nel movimento attuale è presente una continuità con ciò che siamo state ed è possibile arrivare ad una sintesi con le donne della politica. Certo, chi sta nelle istituzioni e nei partiti non deve sovrapporsi o sostituirsi al protagonismo delle altre, ma deve avere quella generosità all'ascolto che in politica è indispensabile.

Tu hai criticato gli Stati Generali ma anche il processo unitario per la marginalizzazione delle donne. La Sinistra non ha quindi accolto le istanze che provengono dal femminismo?
Credo che nei partiti della Sinistra cosiddetta alternativa ci sono donne che rappresentano una novità: sono femministe appassionate e si relazionano criticamente alla realtà politica di cui fanno parte per il maschilismo che la caratterizza. Proprio loro possono essere il tramite non solo di una lotta comune, ma anche di una contestazione verso un modello patriarcale che è presente nel processo unitario e nelle formazioni che lo animano. Del resto il ceto politico, anche a Sinistra, è dominato da una generazione non certo giovane, che quindi ripropone forme di relazione antiche, patriarcali, che non sono mai state affrontate in modo radicale, oggi come ieri. Nonostante questo, vedo delle crepe significative che mi danno speranza che anche in questa area politica qualcosa si stia muovendo, e provengono soprattutto dalle giovani generazioni, sia femminili che maschili, permeabili ai richiami che il movimento delle donne sta sollevando.





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