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Aung San Suu Kyi libera per un'ora

Vittorio Strampelli,   11 gennaio 2008, 19:50

Aung San Suu Kyi libera per un'ora Birmania     La leader della opposizione birmana a colloquio con il mediatore designato dalla giunta militare. E' il quarto incontro dopo la repressione che fra settembre e ottobre stroncò nel sangue le proteste dei monaci buddisti per la democrazia. Un "segnale positivo" secondo il partito guidato da Suu Kyi, che solo una settimana fa aveva denunciato l'assenza di progressi nei contatti con il regime



Appena qualche ora. Tanto è durato l'inatteso faccia a faccia tra Aung San Suu Kyi e il generale a riposo Aung Kyi, ministro della giunta militare incaricato dall'ottobre scorso di tenere i rapporti con la leader della principale forza politica dell'opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd).

La leader ha lasciato la sua villa affacciata sul lago centrale dell'ex capitale Rangoon, dove ha trascorso ai domiciliari 12 degli ultimi 18 anni, per raggiungere una caserma poco distante, ma la tenaglia stretta attorno ai canali di comunicazione birmani dal regime - che da ultimo ha riveduto al rialzo il canone della televisione satellitare, rendendo di fatto impossibile per la maggior parte della popolazione il suo pagamento - ha fatto sì che poco o nulla trapelasse dell'incontro. Secondo alcune testimonianze, al termine del faccia a faccia il generale avrebbe offerto colloqui diretti se Suu Kyi smetterà di sostenere le sanzioni contro i militari che governano l'ex Birmania da 45 anni. La Lega Nazionale per la Democrazia, che solo una settimana fa aveva denunciato la totale assenza di progressi nei contatti con la giunta, lo ha comunque giudicato "un segnale positivo".

Dello stesso tenore è stato il giudizio espresso da Piero Fassino, inviato speciale dell'Unione Europea per la ex Birmania, il quale ha tuttavia sottolineato anche la necessità che a questo colloquio seguano "atti e fatti conseguenti". "Che il dialogo avviato a novembre continui è certamente un segnale positivo - dice Fassino in un comunicato - a cui ci auguriamo seguano tempestivamente atti e fatti di apertura di un dialogo effettivo, quali la possibilità per Aung San Suu Kyi di avere relazioni permanenti con il proprio partito, l'abolizione degli arresti domiciliari a cui è costretta da anni la leader della Lnd, la liberazione dei leader politici detenuti".

E' questa la quarta riunione tra il premio Nobel per la Pace nel 1991 e l'emissario designato dal regime (l'ultima risale al 19 novembre scorso), dopo le pressioni da parte della comunità internazionale seguite alla brutale repressione che fra settembre e ottobre stroncò le proteste di piazza per la democrazia guidate dai monaci buddisti.

Continua a crescere, intanto, il rigetto internazionale verso la dittatura militare: è di mercoledì 9 gennaio la decisione dell'Indonesia di tagliare i rapporti commerciali con Myanmar, interrompendo i collegamenti della compagnia aerea di bandiera "Garuda" con Rangoon. Ma il governo di Giacarta ha fatto anche sapere che sul territorio indonesiano non saranno benaccetti i membri del regime già oggetto di sanzioni da parte di Unione europea e Usa. Sanzioni che il paese asiatico sarà il primo ad applicare, almeno a parole.

Dall'Indonesia agli Stati Uniti: dal Dipartimento di Stato Usa è arrivato martedì, per bocca del numero tre, Nicholas Burns, un nuovo appello al regime per nuovi colloqui con i dirigenti dell'opposizione e il rilascio dei prigionieri politici. In un intervento pubblicato dal Washington Post, Burns ha scritto che i vertici della giunta militare del Myanmar, al potere dal 1962, e "le loro politiche sono la principale minaccia all'unità, la stabilità e la prosperità della Birmania".

Un Paese, l'ex Birmania, che ha vissuto una costante commistione tra religione e politica, sin dalla propria indipendenza dal dominio coloniale del Regno Unito, nel 1948, quando il primo presidente U-Nu elaborò un programma politico che denominò "socialismo buddista". Un autentico Stato socialista, era la tesi del presidente, deve contemplare tra le proprie finalità la promozione dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani, contrastare l'avidità personale e al tempo stesso tenere in debita considerazione il tempo libero dei cittadini, in modo da consentire loro di dedicarsi alla meditazione e alla ricerca del nirvana. Ma U-Nu, che tentò la sintesi tra gli insegnamenti del buddismo e la dottrina socialista, fu destituito dall'esercito nel 1962 e dovette fuggire in India, salvo poi far ritorno nel suo Paese a distanza di anni per farsi monaco.

Quasi quarant'anni dopo, un nuovo tentativo di coniugare i principi buddisti con una politica laica è stato fatto proprio da Aung San Suu Kyi, che nel suo libro "Liberi dalla paura" affiancava l'ipotesi di una democrazia modera al rispetto per i diritti umani e per i valori buddisti tradizionali, come la verità, il coraggio, la rettitudine e la bontà.





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