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Piccola lezione di virtù dagli italiani d'oltreoceano
Massimiliano Bianconcini, 07 novembre 2006, 18:32
Lanterna magica
"La vera leggenda di Tony Vilar", film in concorso al Festival di Roma, restituisce una preziosa immagine dei nostri connazionali trasferitisi in America nel dopoguerra
Gli emigranti italiani. Questo argomento è stato già affrontato in occasione del film di Crialese, ma senza porre attenzione a chi sono veramente questi nostri conterranei, rappresentati da poco anche in Parlamento. Ci voleva un piccolo, splendido film dedicato ad un italiano, emigrato oltreoceano subito dopo la guerra, a darcene un divertente e smaliziato cammeo. Un ritratto irriverente, a tratti anche un po' grossolano, certo. Ma che lascia alla fine trasparire un fondo di verità.
Tony Vilar, all'anagrafe Antonio Ragosa, negli anni 50 era una star internazionale. Conosciutissimo in Argentina e in tutto il Sud America, con il suo stile da crooner melodico ha fatto innamorare migliaia di fans. La sua fulminante carriera però si interrompe bruscamente e di Vilar si perdono completamente le tracce. Non un'intervista. Non un'apparizione televisiva. Non una notizia. E Tony Vilar era una celebrità con canzoni che hanno fatto il giro del mondo.
Peppe Voltarelli - protagonista e cosceneggiatore insieme al regista Giuseppe Gagliardi - nel ruolo di un giovane cantautore parte per l'Argentina sulle tracce di Antonio Ragosa. Inizia così La vera leggenda di Tony Vilar, road movie tra gli italiani emigrati nelle Americhe. La prima parte, girata in maniera quasi documentaria con sequenze di interviste, si svolge a Buenos Aires, nel quartiere italiano del Boca. Ma il film trae in inganno, perché di base c'è la voglia di giocare con lo spettatore, fingendo di presentare un lungometraggio con sequenze da televisione di servizio. In effetti, non appena si abbandona l'Argentina per seguire le orme di Ragosa fino a New York, il film cambia registro, aprendosi ad una comicità imprevedibile, allucinata e dai ritmi serrati, che inchiodano lo spettatore alla poltrona.
La comunità italiana degli States viene infatti dipinta con i soliti esilaranti cliché. Tutti i protagonisti sembrano appena usciti da un ritrovo di mafiosi, vestiti con un'eleganza grossolana e fuori moda. Fin dalle prime immagini in suolo americano ci viene in mente My name is Tanino di Paolo Virzì, che qualche anno fa aveva dato un volto, anche questo esilarante, agli italiani d'America. In più alcune sequenze trash di Gagliardi e Voltarelli ci riportano alla indimenticabile e ruvida "Cinico Tv". Mentre la parte più divertente della narrazione utilizza un linguaggio tecnico fortemente ironico, con rallenty, fermo immagine, sequenze surreali e preziose citazioni in chiave musical da Tano da morire, con uno strepitoso Roy Paci. Nelle battute finali, però, quando finalmente compare Tony Vilar, scappato lontano dai riflettori per un banale problema di calvizie, il film ritorna sui suoi passi, rinnega il gioco surreale e si fa di nuovo serio.
Eppure, La vera leggenda di Tony Vilar, una delle pellicole in concorso alla 1a Festa internazionale del Cinema di Roma, pur con tutto il suo bagaglio di ironia nei confronti di questi nostri conterranei, ci frutta anche una piccola scoperta sociologica. La fitta rete di relazioni sociali, per cui la comunità italiana si contraddistingue ancora oggi, dove non c'è emigrato che non si conosca, che non sia rintracciabile, che non si senta legato al "clan" italico - e su cui gioca in maniera irriverente il film -, sottintende comunque una forte coesione che va al di là delle differenze regionali e di censo. La lontananza dalla Patria, in Argentina come negli States, è anzi motivo di orgoglio per il proprio Paese di origine. Quello stesso orgoglio che li porta a dire che l'America l'hanno fatta gli italiani - magari esagerando un po', ma rivendicando alcuni di quei pregi che ci appartengono, come l'operosità, la capacità di reinventarsi, la forza di sostenersi e di aiutarsi vicendevolmente. Virtù, a dire il vero, che ultimamente negli "italiani d'Italia" sembrano essersi un po' adombrate.
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