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Verso un vertice da inventare
A.C., 06 novembre 2007, 18:52
Medioriente
Mentre i palestinesi marciano in piazza contro la demolizione delle case, i colloqui della Rice con Olmert e Abu Mazen segnano il passo e l'incertezza domina ad un mese dalla conferenza di pace di Annapolis
Si muove, Gerusalemme, mentre i grandi del mondo decidono il suo destino. Come quasi ogni giorno, nell'indifferenza dell'Occidente, marciano per le strade i diseredati della pace, coloro che nella vita quotidiana scontano la colpevole titubanza dei governanti internazionali. Un lungo corteo ha attraversato oggi la parte occidentale della città, lambendo le mura della zona vecchia, per protestare contro la demolizione di una casa situata a Beit Hanina, a Gerusalemme est. Non è la prima volta che la municipalità di Gerusalemme impone questi sfratti forzati alle famiglie palestinesi e l'abbattimento delle abitazioni. Ma il caso ha fatto scalpore perché mai prima d'ora si era agito verso una casa in possesso del permesso di costruzione. Da anni l'amministrazione municipale e le forze dell'ordine hanno scelto la strada della demolizione delle case, abitate da intere famiglie, ma quasi sempre costruite senza le necessarie autorizzazioni, per fermare il sovraffollamento palestinese e ricolonizzare il territorio, in particolare in luoghi strategici e sensibili. Una pratica che fa scalpore ancor più perché fatta in un certo senso alla luce del sole, contrastata anche da alcune organizzazioni non governative, tra cui l'israeliana Icahd (Israeli Commitee Against House Demolitions), ma "lecite" al punto da fermarsi, per opportunità o falso pudore, durante il Ramadan o durante la visita di Condoleeza Rice in Terra Santa.
Il Segretario di stato statunitense, infatti, è in queste ore a Ramallah per una serie di colloqui con i dirigenti dell'Anp in vista della conferenza regionale di pace che si terrà ad Annapolis, negli Usa, tra l'inizio di novembre e l'inizio di dicembre. Nei giorni scorsi ha incontrato il premier Olmert e il ministro degli Esteri Tzipi Livni, coi quali ha cercato una piattaforma comune per i negoziati in corso tra israeliani e palestinesi. La linea di Olmert, ultimamente al centro delle cronache per l'annuncio di un tumore, seguito dall'assicurazione ai suoi cittadini di voler restare al suo posto, è quella di sempre. Ha promesso il rilascio di altri prigionieri (ma difficilmente le richieste palestinesi di rilasciare 2mila dei 12mila detenuti saranno accolte), nel frattempo ha però annunciato che la sicurezza di Israele viene prima di qualunque accordo di pace. "Se agiamo insieme con decisione, per noi e i palestinesi c'è la possibilità di raggiungere un autentico risultato, perché non c'è alcuna intenzione di trascinare i negoziati senza fine", ha dichiarato Olmert senza però specificare né le condizioni delle trattative né i reali progressi diplomatici, ma azzardando perfino l'annuncio della "pace entro la fine del mandato di Bush" (gennaio 2009). Ottimismo più misurato, invece, da parte del presidente Abu Mazen che ha affermato, a margine dell'incontro personale con la Rice, che "sono stati compiuti progressi nei preparativi per la conferenza di Annapolis", e che "i palestinesi sono seriamente intenzionati a sfruttare questa occasione per arrivare a una pace storica nella regione", nella speranza un po' irreale che i negoziati si chiudano sei mesi dopo il vertice.
Dal canto suo la Rice (scampata ad un attentato, a quanto riferisce la polizia israeliana, che ha parlato di una cellula terrorista pronta a colpirla durante la sua permanenza nei Territori) ha espresso la speranza che ad Annapolis si facciano passi avanti, limitandosi al teatrale annuncio di un prossimo "accordo storico". Non è chiaro su quali basi concrete si fondi la ritrovata fiducia di entrambe le parti, fino a ieri stagnanti nelle rigidità di sempre, senza progressi e nuove iniziative, che da mesi si rimpallano le responsabilità su chi deve cedere nel tavolo di confronto del Maryland. Anche l'incertezza della data, ad un mese dal possibile vertice, (in un primo momento si era parlato dei primi giorni di novembre) non depone certo a favore dei promotori. Erano state annunciate tabelle di marcia comuni, ma sembra oltretutto fallita l'ipotesi di una dichiarazione congiunta che fissi i principi su cui condurre le trattative su tutti i punti dell'aspro contenzioso, come i confini dello Stato palestinese, il futuro di Gerusalemme, la questione dei profughi palestinesi, il controllo delle fonti d'acqua, e soprattutto la situazione della striscia di Gaza, dove tre palestinesi sono stati uccisi due giorni fa. A questo punto si spera soprattutto nell'appoggio e nel consenso della comunità internazionale, a partire dall'itinerario di pace del Quartetto, fino al contributo chiave dei Paesi Arabi moderati come Egitto e Giordania, gli unici che possono trasformare in un passo avanti l'ennesimo incontro altrimenti interlocutorio. In tal senso è incoraggiante l'apertura di Olmert verso la Siria. Incontrando la stampa dopo un colloquio privato con il capo di stato Shimon Peres, il premier israeliano ha definito "giusta" la partecipazione di Damasco alla conferenza, invitando gli organizzatori americani ai negoziati per una convocazione ufficiale, nonostante la Rice avesse appena detto che non "non è ancora davvero giunto il momento di diramare gli inviti per Annapolis". Memore di recenti buchi nell'acqua, e senza che neanche più i suoi viaggi a Gerusalemme (quest'ultimo è il settimo dall'inizio dell'anno) facciano ormai notizia, il Segretario di Stato Usa, dopo le dichiarazioni roboanti della prima ora, ha lasciato intendere di non voler alimentare illusioni, e di non aspettarsi alcun documento ufficiale, nonostante il presidente Bush abbia etichettato Annapolis come il sicuro "trampolino di lancio" verso la risoluzione del conflitto.
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