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Per rompere il circolo dannato

Franco Bianco,   05 novembre 2007, 13:01

Per rompere il circolo dannato Sicurezza     Per il caso di Roma non ci sono giustificazioni. Però si dovrebbe, soprattutto da parte della politica, cercare di intervenire "a monte" per distruggere le ragioni del crimine: per esempio, applicando la "tolleranza zero" anche verso gli sfruttatori della manodopera straniera, spesso datori di lavoro che impiegano in nero e per due soldi gli extracomunitari



La criminalità, una volta avvenuta, deve essere perseguita e punita, con severità e senza uscire dalle regole dello Stato di diritto: non può esservi ambiguità su questo. Però la criminalità va anche e per quanto possibile prevenuta, come tutti ammettono, e la si previene perseguendola anche "a monte", come non tutti fanno.

Mi spiego. Si dice, specialmente a destra, che il soggiorno agli stranieri non può essere autorizzato se essi non hanno un lavoro, altrimenti lo stato di indigenza in cui chi è senza lavoro viene a trovarsi "agevola" l'ingresso nei circuiti delinquenziali. Quest'ultima considerazione ha senz'altro un fondamento parziale di verità. Però, vogliamo anche vedere bene come stanno le cose? Il fatto è che molti stranieri "irregolari" in realtà lavorano, ma: a) non possono dimostrarlo, perché lavorano in nero, e non certo per scelta personale (lavorano in nero anche gran parte di coloro che sono in possesso dei documenti che consentirebbero la loro assunzione regolare); b) lavorano il più delle volte a condizioni miserrime, sia per il contesto materiale in cui il lavoro si svolge che per il trattamento economico.

Esemplifico concretamente. Parlo di Roma, ma quello che descrivo avviene dovunque (anche se in misura maggiore nel Centro-Sud). Ogni mattina, su molte strade al limite della città (ad esempio sulla Palmiro Togliatti, ma non solo) ci sono scene penose ed indegne di un Paese civile: file di disperati in attesa; ogni tanto arriva un furgoncino, ne carica una parte di qua ed una parte di là (le file sono molteplici) e se li porta via. Poi ne viene un altro, e vedi quegli occhi dei poveracci rimasti a terra brillare di speranza; ed un altro gruppo - non tutti - viene portato via. Come una tratta di schiavi, un caporalato che non ha mai avuto fine, ma ha, tutta al più, cambiato i soggetti su cui si esercita: ieri i braccianti ed ora i "nuovi schiavi" immigrati. Li portano a lavorare, generalmente in cantieri edili (ma anche in altri tipi di aziende), dove quei disgraziati si sbatteranno per un'intera giornata, quasi sempre in totale assenza di misure di sicurezza, e per paghe da fame (letteralmente, poiché la fame di questi disgraziati non è quasi mai una metafora); e talvolta quella paga da schiavi non gli viene nemmeno data, approfittando del fatto che sono costretti a subire e non possono (non gli conviene) protestare. Notare: quei cantieri, o quelle aziende, appartengono quasi sempre ad italiani.

Allora, un Paese civile deve chiedersi: questo ignobile mercato non è causa diretta della disperazione in cui costringe migliaia di persone, che lavorano 10,12, 14 o anche più ore al giorno per poche miserabili decine di euro? Non è, questa, un'indegna sopraffazione ed una violenza schifosa su queste persone? E questa violenza non rischia di innescare altra violenza, perché chi vede che la propria vita non vale niente è portato a non dare nessun valore nemmeno alla vita degli altri?

Non è sociologismo a buon mercato, non si vuole assolvere nessuno che abbia commesso reato, tanto meno quando quel reato è odioso per l'efferatezza con cui ha distrutto la vita di una persona innocente e segnato per sempre quella dei suoi cari; ma il sindaco di Roma, invece di cavalcare l'onda dello sdegno popolare dicendo cose sulle quali avrebbe fatto bene a riflettere un po' meglio, potrebbe - DOVREBBE - cominciare a fare (finalmente!) tutto quanto è in suo potere per impedire l'ignobile mercato delle braccia umane. Se non si può (e certo non si può) giustificare chi compie atti delinquenziali, si deve perseguire anche - ed ancora prima- chi violenta cinicamente la vita degli altri per il proprio sporco interesse economico (sporco, perché chi paga in nero evade anche tasse e contributi, oltre a comportarsi in modo infame). Succede infatti che un disgraziato che fatica come una bestia per quattro soldi, ed è senza famiglia e quello che guadagna forse non gli consente nemmeno di comprarsi un amore fugace (neanche da quelle prostitute straniere che tutti sanno dove sono ma che nessuna autorità - nemmeno il sindaco di Roma - si preoccupa di togliere dalla strada e di difendere dai loro magnaccia, che sono talvolta stranieri ma talvolta anche italiani), quel povero disgraziato, che viene violentato ogni giorno nella sua dignità denegata di persona, compie poi -per risentimento sociale, o per sete di quel maledetto danaro che manca sempre, o spintovi da tempeste ormonali prive di ogni possibile sfogo- una violenza terribile ed estrema su una donna, facendo scattare lo sdegno e la rabbia (comunque un po' pelosi, si dovrebbe ammettere, anche senza parlare del rivoltante sciacallaggio di alcuni politici) di chi non si è mai preoccupato - o non abbastanza - di mettere in campo le misure sociali che, oltre ad essere un dovere civile, potrebbero evitare lo scoppio di questi drammi, che rischiano di generarne altri ed ancora peggiori.

Non è giusto concedere attenuanti, si deve partecipare al dolore per quella povera vita che è stata spenta in quel modo così inumano, ma conservando la ragione, e chiedendo che si intervenga, appunto, "a monte", e che non si usino pesi e misure diverse; che la "tolleranza zero" venga sì praticata, ma anzitutto verso coloro che rubano la vita e la dignità degli altri, esercitando una sopraffazione odiosa su coloro che non hanno che le loro braccia e la loro nuda vita. Una così infame violenza economica non può che generare violenza sociale, in un circolo dannato che si allarga sempre più.





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