Martedì, 06 Gennaio 2009 - Ultimo aggiornamento alle 18:21
Le priorità di chi opera per la sanità globale
Angelo Stefanini, 27 ottobre 2006, 12:59
Cooperazione
Prosegue il dibattito sugli aiuti sanitari cooperativi e non-profit con una nuova riflessione in risposta all'intervento di Gino Strada, che avalla la strategia "Primary Health Care" sottoscritta da tutti i paesi membri dell'Oms nel 1978 ad Alma Ata in cui si identifica negli interventi di "base" la strada per migliorare la salute nel mondo
Innanzitutto mi scuso con Gino Strada, ed eventualmente con gli altri lettori che come lui non avessero compreso il senso del mio discorso, per non essere stato sufficientemente chiaro. Vorrei quindi affermare nel modo più esplicito come la mia richiesta di trasparenza non contenesse affatto insinuazioni di "distrazione di fondi" e tanto meno di disonestà di chi li gestisce, ma la sollecitazione ad un aperto dibattito, non soltanto all'interno di Emergency ma in tutto il mondo della cooperazione internazionale, sui criteri di intervento sanitario nei paesi poveri. Del Progetto Salam non metto in discussione la "validità scientifica", ma la sua razionalità in funzione dell'obiettivo che, mi pare, intende raggiungere: l'equità. Mi chiedo ad esempio quali siano i criteri secondo i quali debbano essere i cardiopatici, piuttosto che, a caso, i malati di insufficienza renale o epatica, ad avere gli stessi diritti ad essere operati, così nei paesi poveri come in quelli ricchi.
Ripeto, non è mia intenzione mettere in dubbio né l'onestà né la professionalità di Gino Strada, chirurgo di guerra. Il mio timore è che il suo messaggio che non posso non condividere pienamente ("tutti debbono godere degli stessi diritti") venga interpretato come "viviamo in un mondo in cui nonostante sia possibile operare tutti i bambini cardiopatici, ciò non avviene". Questo è palesemente falso. Non è possibile con le risorse sia private che pubbliche attualmente a disposizione assicurare l'accesso alla cardiochirurgia a tutti i bambini cardiopatici del mondo. E questo vale non solo per i paesi poveri ma anche per quelli ricchi o ricchissimi, vedi primo fra tutti gli Stati Uniti.
Che cosa si può fare allora?
Una risposta, sottoscritta e avallata da tutti i paesi membri della Organizzazione Mondiale della Sanità, ovvero da tutti i paesi del mondo, l'abbiamo da tempo: si trova nella Dichiarazione di Alma Ata del 1978 che propone una strategia chiara e articolata, detta Primary Health Care (Assistenza Sanitaria Primaria). Il fatto che tale strategia non sia mai stata attuata, se non da paesi come Cuba (che ne ha raccolto abbondanti benefici come dimostrano i suoi indicatori sanitari), ha ragioni storiche e politiche che qui non è il caso di elencare, ma è dovuto soprattutto alla opposizione dell'establishment medico-scientifico (con l'appoggio economico della Banca Mondiale) che non ha mai visto di buon occhio la promozione di interventi "di base" (opposti all'alta tecnologia). Tanto è vero che è riuscita a spacciare tale strategia, denigrandola con ogni mezzo, come "roba per sottosviluppati". La PHC non è affatto "medicina di seconda scelta" né tanto meno da lasciare ai poveri, ma l'approccio globale prioritario per migliorare la salute del mondo, Nord e Sud, proposto e accettato da tutti i governi quasi trent'anni fa. Proprio in questi ultimi mesi sono usciti articoli su prestigiose riviste scientifiche (Nature, 21 luglio 2005; International Journal of Epidemiology 2006, 35:817-24; Lancet 19 marzo 2005) che, osservando i successi ottenuti da Cuba, si chiedono perché il mondo ricco esiti ancora nell'imitare un tale esempio. E provano anche a darne timide risposte che lascio a chi vorrà leggerli.
Condivido pienamente le preoccupazioni di Gino Strada per il perverso doppio standard nella salute applicato al Nord e al Sud del mondo; ne ho scritto anche in modo approfondito (Tropical Medicine and International Health Novembre 1999). Credo che la ricerca dell'equità dovrebbe essere il principio comune a chi opera in sanità e per la salute sia a livello globale che locale. Tale ricerca, a mio parere, deve seguire una scala di priorità cominciando con l'assicurare a tutti i bambini del mondo la possibilità di superare indenni (cioè vivi) le cause principali, responsabili del maggior numero di morti, che mietono milioni di vite ogni giorno. Queste cause di morte sono proprio quelle diarree e polmoniti che il sito http://www.emergency.it/dirittoalcuore/salam_xche.php accantona come problemi di second'ordine. Un tale approccio di PHC, ritengo, dovrebbe essere attuato anche nei paesi ricchi dove lo sbilanciamento delle risorse sanitarie su ospedali superspecialistici e alta tecnologia, a spese della prevenzione e della assistenza sanitaria di base, continua a far sì che questa ingiustizia rimanga irrisolta.
Per concludere, una precisazione: non sono, ahimé, un Professore ma un semplice Ricercatore non più giovane (anzi decisamente attempato per tale ruolo) che non ha fatto carriera, oltre che per i suoi demeriti personali, anche perché ha trascorso buona parte della sua vita professionale in ospedali rurali africani in zone simili al Sudan (Nord Uganda) dove per un decesso per insufficienza cardiaca valvolare ne avvengono cento per diarrea, polmonite e malattie infettive varie. Da specialista in cardiologia quale ero in Italia prima di partire per l'Africa, ho sentito, scontrandomi con i problemi del posto, la necessità di concentrarmi dove l'efficacia del mio intervento, in termini di vite salvate, poteva essere molto superiore: la sanità pubblica fatta di PHC e prevenzione.
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#2 · Mauro Di Leo
29 ottobre 2006, 12:47 Sono d’accordo con Stefanini poiché l’esigenza di prevenire le tossinfezioni alimentari e le malattie infettive supera la necessità di cura di rare patologie cardiache infantili. Tuttavia, si potrebbe ovviare, per soddisfare le esigenze di Strada, curando adeguatamente le malattie più rare che coinvolgono cuore, fegato e polmoni dei bambini, costruire dei presidi sanitari con il compito d’individuare i pazienti idonei, compiere le prime cure e contattare le strutture specilistiche europee od americane a cui inviare il bambino malato per l’eventuale intervento chirurgico. Credo che sia più economico gestire vari centri d’assistenza specialisti, collegati agli ospedali del mondo occidentale, piuttosto che gestire un unico ospedale cardiochirurgico in Africa.#3 · Alessandro Bussotti
30 ottobre 2006, 01:23 Credo sia difficile non essere d’accordo con Stefanini: non mi intendo molto di Cooperazione ma dubito fortemente che paesi come il Sudan abbiano bisogno di interventi cardiochirurgici prima che di azioni di igiene pubblica e di cure primarie. In un paese in cui mancano l’acqua potabile e un sistema fognario mi sembra folle costruire un ospedale cardiochirurgico#4 · elisabetta
30 ottobre 2006, 09:56 grazie, Angelo per questa precisazione che, in piena serenità, pone la questione solo sul significato e la percezione che ciascuno di noi ha della “equità” e della “equa distribuzione delle risorse” così come della “equità dell’accesso”, etc.Difficile dare una risposta altrettanto serena sul “da farsi”, poiché credo che ciascuno stia giocando il proprio ruolo: emergency deve lanciare avanti il sasso, compiere giuste azioni di provocazione (oltre che di esemplare azione), altri – i “costruttori di politiche per la salute” – devono tenere presente che i livelli di eccellenza devono accompagnarsi ai livelli “essenziali di assistenza”, armonizzandoli ciascuno secondo la realtà che amministra e governa. D’altronde, Angelo, lo hai riconosciuto anche tu che anche nei nostri “espertissimi” Paesi occidentali si continua a fare una medicina dell’eccellenza e ci si dimetica troppo spesso dell’alto valore dell’investimento in poltiche di “equità”, di salute pubblica, di vera promozione della salute, fatta di interventi sociali, economici, etc.Insomma “chi non fa non falla” e, comunque, “a ognuno il suo mestiere …”#5 · stefano
30 ottobre 2006, 16:55 Il professor Ignazio Marino, chirurgo, trapiantista e senatore ds ha detto al sottoscritto: “Dobbiamo smetterla di spendere un sacco di soldi per curare pochissime persone”. Marino – che è anche autore di un significativo pamphlet sul tema (“Credere e curare”, Einaudi, 2006) si riferiva alle scelte sanitarie nei paesi occidentali, Italia in testa, e non certo al Sudan. Tuttavia considero questa frase una splendida sintesi anche per il caso Emergency. Va da sé che concordo pienamente con Stefanini.#6 · Vale
31 ottobre 2006, 19:46 Volevo aggiungere alla discussione che Emergency in Sudan non è presente solo con un centro di cardio chirurgia che per quanto ne so io non si occuperà solo di cardiochirurgia ma “anche” di cardiochirurgia. E’ anche presente con un Centro pediatrico nel campo profughi di Mayo. Se lo so non è perchè sono una spia del KGB ma perchè sono andata a vedere sul sito e ho chiesto informazioni.Gino spesso risponde di pancia, bhè io penso si possa concederglielo a uno che se le sporca le mani e non sta a discutere di quali siano le necessità dei sudanesi chiuso al caldo nel proprio ufficio.Prima di criticare sarebbe meglio informarsi. Chiunque avesse voglia di conoscere il progetto avrebbe potuto chiamare Emergency e avrebbe trovato adeguate risposte… non è certo un progetto segreto visto che ci lavorano da due anni. Una cattedrale nel deserto? Com rispondereste al vostro bambino cardiopatico se vi chiedesse perchè non potete fare niente per salvargli la vita, perchè purtroppo i Paesi sviluppati hanno deciso che lui ha più bisogno di un vaccino.Il problema di questo tipo di malformazioni esiste non possiamo fare finta che non ci sia e anche loro hanno diritto alla medicina sviluppata. Un medico non dovrebbe nemmeno porsi il problema! Dovrebbe solo essere ammirato e mettersi a disposizione… se si ricordasse il giuramento di Ippocrate!Sono allibita#7 · Vincenzo Racalbuto
13 maggio 2007, 21:58 Forse non è il caso di inseriersi nel dibattito favorevoli o contrari al Centro Cardio chirugico di Karthoum. L’iniziativa è di grande valore e il Governo sudanese, pur in una posizione critica nel settore dei diritti umani, ha dato un eccezionale sostegno anche in termini finanziari e ci auguriamo che continui a farlo. Io credo che iniziative di questo tipo possano dare voce agli immensi bisogni di salute dei paesi africani. C‘è molto da fare e l’Italia, società civile, ong e Cooperazione italiana, sono una grandissima risorsa tecnica e finanziaria. Io parlo in qualità di esperto della DGCs che ha espreso parere favorevole ai 3 miolioni di € per finanziare l’iniziativa che riguarda la copertura degli oneri assicurativi e previdenziali per i cooperanti che vengono impiegati da Emergency in Sudan (progetto di “sola Conforità”). La Cooperazione italiana ha in programma iniziative in nord Sudan per lo sviluppo dei sistemi sanitari negli Stati di Kassala e sud Kordofan e la formazione di personale. C‘è molto da fare facciamolo tutti secondo le proprie possibilità e l’Italia nel suo insieme ha grandi potenzialità ancora solo in minima parte espressa. Vincenzo Racalbutoform di registrazione al sommario
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#1 · alessandra pedone
28 ottobre 2006, 23:24 concordo pienamente con la tua posizione e ritengo che le cure primarie debbano ancora esaurire la loro potenzialità anche nei paesi “sviluppati”