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Salute globale, il fallimento dell'approccio verticale

Gavino Maciocco*,   26 ottobre 2006, 13:29

Salute globale, il fallimento dell'approccio verticale Cooperazione     In seguito all'intervento di Angelo Stefanini e la replica di Gino Strada, continua il dibattito, aperto da aprileonline,  sul ruolo degli aiuti sanitari cooperativi e/o no-profit



L'Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG) ha recentemente pubblicato un documento - sotto forma di lettera aperta al governo italiano - in cui si parla del ruolo della cooperazione sanitaria internazionale (vedi il sito web www.saluteglobale.it). Nel documento - tra l'altro - si analizzano anche le varie tipologie di intervento sanitario, tra cui quelle di terzo livello (ultra-specialistico).

Il fallimento dell'approccio verticale è sotto gli occhi di tutti: i fondamentali indicatori di salute dei paesi più poveri (speranza di vita alla nascita, mortalità infantile e materna) sono rimasti stazionari o sono addirittura peggiorati. Esperti di tutto il mondo considerano ormai irraggiungibili, per i paesi più poveri, i cosiddetti Obiettivi del Millennio, tra i quali rientrano la riduzione della mortalità materna ed infantile.
I motivi del fallimento sono chiari:

•Non si è agito sui determinanti distali delle malattie: il reddito, l'istruzione, l'abitazione, l'ambiente, le infrastrutture, etc. Anzi, le disuguaglianze tra paesi e nei paesi sono cresciute, anche a causa delle inique politiche del commercio mondiale.

•I programmi verticali - la cui gestione è affidata a fondi ed agenzie internazionali - rafforzano artificiosamente e temporaneamente linee di erogazione dei servizi sanitari dedicate a malattie o interventi specifici (Aids, malaria, tubercolosi, etc.), creano assurde e nocive forme di competizione tra servizi (gli operatori locali tendono a collocarsi presso le agenzie economicamente più generose) e rendono ancora più precario e inefficiente il funzionamento del sistema sanitario locale.

•La "verticalizzazione" si è accompagnata a radicali politiche di privatizzazione dei servizi sanitari: ovunque prestazioni a pagamento, con la conseguenza di rendere difficilmente accessibili i servizi e di esporre le popolazioni alla "trappola medica della povertà" (l'impoverimento critico delle famiglie provocato dalle spese mediche).

Ma non è solo questione di approccio; negli interventi prevalgono spesso autoreferenzialità, frammentazione e scelte discutibili di priorità. Ad esempio, sia la cooperazione allo sviluppo che importanti settori del non-profit hanno impegnato ed impegnano ingenti risorse per servizi ospedalieri ad alta specializzazione (cardiochirurgia, oncologia, nefrologia, etc.). Anche se concepiti per andare incontro a bisogni reali della popolazione, tali interventi sono molto discutibili per i seguenti motivi:

•In paesi con estrema scarsità di risorse destinate alla sanità (10-15$ pro-capite l'anno di spesa sanitaria) e con operatori sanitari che, quando non fuggono dai loro paesi, tendono a concentrarsi nelle città, è necessario oltre che etico stabilire delle priorità, dando la precedenza ai problemi che causano il maggior carico di malattia e morte e agli interventi con il rapporto costo-efficacia più favorevole. Un anno di vita salvato con interventi di cardiochirurgia costa oltre 10.000$, un anno di vita salvato con interventi di prevenzione della malaria in gravidanza costa dai 3 ai 12$.

•I servizi di cure terziarie nei paesi poveri tendono inevitabilmente ad essere usati dalle fasce urbane e più ricche della popolazione, che hanno facilità e mezzi per accedere a diagnosi iniziale, follow-up, proseguimento e controllo delle terapie per la corretta gestione delle patologie eleggibili per cure specialistiche. I più poveri difficilmente traggono benefici da cure terziarie anche se offerte gratuitamente, laddove persistono altre barriere.

•L'apparato logistico e di personale necessario a sostenere tali interventi finisce necessariamente col drenare risorse umane locali essenziali dal resto del sistema, quindi dalla sanità pubblica e dalla sanità di base, con un danno grave per le sue possibilità di sviluppo.

•La sostenibilità nel tempo di interventi di questo tipo è poco verosimile per la disponibilità dei donatori in genere limitata al breve periodo, la mancanza di coinvolgimento della popolazione locale, la scarsa o nulla rispondenza del programma ai bisogni percepiti dalla comunità e alle politiche del governo ospite. L'ignaro "beneficiario", con il passare degli anni, vede così il tanto acclamato ospedale supertecnologico trasformarsi in un peso economico insopportabile che assorbe risorse indispensabili dai servizi primari.

*Presidente OISG





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