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Yesmin, condannata per colpa dell'interprete
Matilde Giovenale, 09 luglio 2007, 17:16
Il caso
Dopo aver scontato due anni di prigione una giovane cingalese è stata restituita alla libertà. Alla base della condanna per aver ucciso il marito, una sua presunta confessione di colpevolezza frutto però di una cattiva traduzione linguistica
La storia di Yesmin Akter sembra ispirata ad un romanzo kafkiano, dove però alla ferocia di una giustizia ingiusta si accompagna quella perpetrata contro di lei dalla cultura fortemente patriarcale e maschilista a cui appartiene. Così che una donna finisce, come nel suo caso, per essere doppiamente vessata, non creduta dalla legge italiana ma anche dal proprio marito, due volte abbandonata: dallo Stato ma anche dalla sua famiglia. La vicenda di Yesmin è stata narrata da Stampa e racconta di una giovane immigrata del Bagladesh, madre di due figli e sposa, che è stata condannata all'ergastolo dalla giustizia del nostro Paese per aver partecipato all'omicidio del marito. Una pena inflittale sulla base di una sua (presunta) confessione di colpevolezza, in verità inesistente perché frutto di una cattiva traduzione da parte dell'interprete che l'ha assistita durante il processo. Per questo errore, la giovane cingalese ha scontato due anni di prigione, che si sono interrotti soltanto quando il gip di Venezia ha accolto il ricorso presentato dall'avvocato della donna, Luciano Faraon. La gravità del caso ha spinto la stessa Corte Costituzionale a stabilire che da oggi ogni straniero processato in Italia, qualora non conosca la nostra lingua, abbia diritto al patrocinio di un interprete di sua fiducia pagato dallo Stato; inoltre, è stato sollecitato il Parlamento a chiarire il ruolo dell'interprete, il quale secondo alcuni penalisti dovrebbe addirittura essere regolarizzato attraverso la creazione di un Albo speciale di garanzia.
Ma la storia di Yesmin è anche emblema della difficoltà sociale che caratterizza alcune comunità straniere che vivono entro i nostri confini. Trasferitasi in Italia, precisamente nel Veneto, con il marito Haque Amdadul, la giovane cingalese aveva lasciato nel suo Paese di origine uno spasimante che l' aveva chiesta in moglie, ma che si era dovuto confrontare con il parere negativo della famiglia di lei. Di fronte all'opposizione e all'impossibilità di sposare Yesmin, Selim Sikder, questo il nome dell'uomo, non si era però rassegnato: così, dopo anni trascorsi come soldato mercenario, si è rimesso sulle tracce della donna introducendosi clandestinamente in Italia. Rintracciati i due coniugi, Selim Sikder si è insinuato pesantemente nella loro vita, nonostante la stessa Yesmin abbia costantemente protestato con il marito perché ne temeva gli intenti. Un grido disperato che non ha avuto però ascolto, non si sa se per amicizia, per solidarietà maschile, per timore. Quello che appare certo è che in poco tempo le attenzioni dell'uomo si sono tradotte in violenze sessuali ripetute, a cui la donna ha cercato di porre fine chiedendo aiuto al marito, esortandolo a rivolgersi alla polizia. Ma Yesmin è una donna e come tale non è stata creduta. Così, in questa atmosfera fosca e incompresa, si è arrivati all'epilogo tragico del 3 giugno 2004, quando i due coniugi sono stati attirati in un parco e Selim Sikder ha prima allontanato la donna, minacciandola di morte e di sfigurarla con l'acido, e poi ha avuto una colluttazione con il marito, rimasto affogato nel canale durante il corpo a corpo con il rivale. Rintracciata dalla polizia, Yesmin all'inizio non ha voluto parlare con le forze dell'ordine, condizionata dal fatto che nel suo Paese le autorità sono in maggioranza corrotte e una donna non può rivolgersi direttamente ad esse se non passando attraverso la mediazione del marito. Soltanto in seguito si è convinta a parlare: ricordi, racconti, parole che però sono state mal tradotte e che l'hanno portata, proprio lei che era la parte lesa e umiliata, alla dura esperienza di una ingiusta carcerazione.
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#2 · michele
10 luglio 2007, 11:16 Scusami Granco ma hai toppato! Che in Bangladesh (come in quasi tutti i paesi asiatici) ci sia molta corruzione è un dato di fatto comprovato anche dalla lista O.N.U. dei paesi più corroti in cui il Bangladesh è in una posizione di preminenza assoluta tanto che l?ONU lo ha votato “il paese più corrotto al mondo” per 5 anni consecutivi.Per inciso l’Italia è il paese più corrotto in Europa(a pari merito con la Grecia)ed in Africa sono state selezionati Sierra Leone e Nigeria.Puoi controllare sul sito di Transparency International se lo desideri. Tornando al problema delle traduzioni questo esiste ed è enorme: molti amici penalisti mi dicono che è difficile ottenere traduttori validi perchè il ministero di Grazia e Giustizia paga poco ed in forte ritardo i traduttori e soprattutto è molto difficile ottenere traduzioni affidabili di idiomi rari#3 · simonetta
10 luglio 2007, 17:05 Mi guadagno da vivere come traduttrice da 30 anni e sono iscritta all’albo dei CTU del Tribunale di Ancona. Vi dirò che il tribunale non possiede neanche un mio cv. Il cv, insieme ad altri documenti personali, si deposita alla Camera di Commercio. Nessuno verifica la capacità del traduttore rispetto alle lingue attive e passive, settore linguistico di specializzazione, ecc. Questa è la situazione dell’Italia “che si sta aprendo al mondo”. Ne vedremo delle belle…form di registrazione al sommario
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#1 · franco
09 luglio 2007, 22:52 Ma come vi permettete di dire che le autorità del Bangladesh sono in maggioranza corrotte? Ma che prove avete per affermare una cosa cosi’ grave? Avete forse dei pregiudizi contro i Bengalesi? Se un Leghista avesse affermato che la Giustizia nel Bangladesh è corrotta e sessista, voi avreste detto che i Leghisti sono razzisti. Però, se lo dite voi che siete di Sinistra, allora non è razzismo, ma solo la verità. Due pesi e due misure?