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Cosa è meglio per i sudanesi?

Angelo Stefanini*,   24 ottobre 2006, 12:43

Cosa è meglio per i sudanesi? Cooperazione     Gino Strada annuncia il progetto di costruzione di un ospedale cardiochirurgico in Sudan. Una scelta controversa, che merita l'apertura di una discussione sulla coerenza, efficacia e sostenibilità di un progetto di costruzione di un costoso presidio ad alta tecnologia in un paese poverissimo di infrastrutture sanitarie e non, di personale medico specializzato e di know-how tecnologico



Questa mattina mentre uscivo di casa ho intravisto su RAINews24 una intervista a Gino Strada sul progetto di costruzione di ospedale cardiochirurgico che Emergency sta portando avanti a Kartoum, Sudan. Una sua frase mi ha particolarmente colpito: "E' ora che la smettiamo di mandare nel terzo mondo aiuti da terzo mondo". L'implicazione ovvia è che gli interventi di assistenza sanitaria primaria sono di ordine inferiore, roba di seconda scelta, da terzo mondo appunto, rispetto a quelli di alta tecnologia che soltanto i paesi ricchi possono permettersi. "Anche i cardiopatici poveri dell'Africa, diceva Strada, hanno diritto di accesso alla cardiochirurgia."

La notorietà di Emergency è senza dubbio dovuta non soltanto alla indiscutibile bravura e al coraggio del suo fondatore, ma anche alla capacità che possiede di lanciare potenti e provocatori messaggi ad un pubblico troppo spesso indifferente e lento ad elaborare autonomamente fatti e realtà che sconvolgono il mondo. Gino Strada è ormai assunto al rango di celebrità mediatica che divide acremente l'opinione pubblica in due schieramenti posizionabili con qualche approssimazione a sinistra (in suo favore) e a destra (contrario alle sue posizioni) dello spettro politico.

Tuttavia anche in alcuni settori del popolo che finora lo ha sostenuto fin dalle prime apparizioni pubbliche si sta diffondendo la sensazione che questo personaggio sia ormai divenuto un "mostro sacro" con cui non è più possibile dialogare criticamente nemmeno "da sinistra" pena l'esclusione mediatica. Il suo prestigio è ormai tale che le sue scelte tecniche, anche quando esse esulano dall'ambito delle sue specifiche competenze, sono difficilmente sottoponibili a vaglio critico. Ne è esempio il progetto di costruzione di un ospedale cardiochirurgico in Sudan.

Ciò che appare discutibile è come la fama personale di chirurgo di guerra e leader indiscusso di una organizzazione specializzata in emergenze, come è appunto Emergency, possa accreditare Gino Strada a rifiutare un aperto dibattito sulla ragionevolezza, coerenza, scientificità, efficacia e sostenibilità di un progetto di costruzione di un ospedale ad alta tecnologia ed estremamente costoso in un paese poverissimo di infrastrutture sanitarie e non, di personale medico specializzato e non, e di know-how tecnologico e non.

Le risorse per questo progetto provengono da offerte e donazioni private di varia natura e in particolare di una quantità di persone che credono in Emergency e nella visione del suo leader. Gino Strada si trova quindi a gestire una considerevole somma di denaro che i donatori hanno versato a favore del popolo e dei bambini africani, in particolare del Sudan. Questi ultimi rappresentano i veri beneficiari di una tale catena di solidarietà.

Fa parte del comune buon senso che quando si offre un aiuto, quando si fa un regalo, si debba cercare di soddisfare un bisogno o un desiderio del ricevente, anche se poi spesso il donatore viene inevitabilmente influenzato nella scelta dai propri gusti e dalle proprie preferenze personali. Si potrebbe tuttavia, in modo abbastanza perverso, argomentare che quanto più il singolo donatore mette di tasca propria tanto più egli si possa sentire legittimato a dare priorità ai propri gusti e preferenze personale. Nel caso in cui però il denaro per acquistare il dono venga da una quantità variegata e difficilmente stimabile di persone, la definizione di un criterio comune di scelta diventa ovviamente cogente ed ineludibile.
Esiste infatti una profonda responsabilità di chi gestisce ingenti somme destinate all'aiuto allo sviluppo (sanitario o no) siano esse raccolte attraverso campagne di solidarietà private, come nel caso di Emergency, o attraverso la tassazione generale come per la cooperazione bilaterale, multilaterale e per molti progetti di ONG. Tale responsabilità deve portare ad un'ovvia trasparenza nella gestione corrente dei fondi ma anche e soprattutto nella scelta del tipo di intervento da finanziare.

A questo punto ci si imbatte necessariamente in una questione quanto mai familiare a chi si occupa di salute internazionale: qual' è il modo "migliore" di spendere i soldi a disposizione per aiutare i paesi poveri a migliorare la propria salute? Quali interventi vanno privilegiati per ottenere il massimo del risultato di fronte alla inevitabile asimmetria tra disponibilità limitata delle risorse, da una parte, e bisogno potenzialmente infinito, dall'altra? E' una domanda che turba il sonno non soltanto di chi si occupa di cooperazione sanitaria internazionale ma anche ai vari livelli di allocazione delle risorse in un servizio sanitario nazionale come il nostro in Italia. Quanto assegnare alle cure ospedaliere, quanto ai servizi di base sul territorio e quanto alla prevenzione delle malattie o alla educazione sanitaria? Gli economisti si sono addirittura sbizzarriti  a calcolare quanta salute per una determinata popolazione è possibile acquistare con un dollaro variamente speso.
Ciascun tipo di intervento ha una sua razionalità, un suo costo e un suo risultato atteso in termini di "guadagno in salute" per una intera popolazione. In termini tecnici si parla di "costo di opportunità": qual è il costo dei benefici di cui siamo costretti a privarci scegliendo di impiegare le risorse in un determinato modo e non in un altro?

Non c'è dubbio che il denaro investito nella assistenza sanitaria di base dà risultati estremamente superiori in termini di vite risparmiate che quello speso in ospedali di alta tecnologia. Il caso di Cuba è paradigmatico con tassi di mortalità e aspettativa di vita simili a quelli di paesi enormemente più ricchi.

Gino Strada tuttavia sposta il problema: non si tratta più, dice, di calcolare QUANTI ammalati possiamo salvare con le risorse a disposizione, ma CHI riusciamo a strappare da morte certa, come i bambini cardiopatici che sarebbero probabilmente abbandonati a se stessi dagli stessi complessi calcoli di costo-beneficio, costo-efficacia e costo-utilità di economisti e programmatori.

Tuttavia, un ragionamento del genere sarebbe giustificato soltanto se:

1. la comunità donatrice fosse adeguatamente informata delle problematiche di salute in Sudan/Africa e sulle possibili opzioni a disposizione per intervenire (ad esempio, che con le stesse risorse ma utilizzando altri interventi sarebbe possibile salvare un numero di vite 10-100 volte superiore);

2. in possesso di tale conoscenza i donatori decidessero comunque di legare la propria offerta alla costruzione di un ospedale cardiochirurgico;

3. la comunità beneficiaria, comunque definita, decidesse autonomamente che il modo preferito (secondo criteri che la stessa comunità identifica) di utilizzare l'aiuto è di costruire l'ospedale;

4. la comunità locale e/o il Governo sudanese e/o la comunità internazionale fossero pienamente consapevoli e accettassero di farsi carico dei costi futuri (sia economici che sociali) a cui andranno incontro e i tempi del loro coinvolgimento sia nella gestione medica e organizzativa che nel finanziamento delle attività;

5. l'accessibilità dei servizi offerti dal nuovo ospedale fosse assicurata equamente a chi effettivamente ne avrà bisogno a prescindere dalle possibilità economiche, dalla distanza geografica;

6. il Sudan disponesse di un sistema di identificazione e filtro diagnostico degli ammalati operabili costituito da una rete adeguata di strutture sanitarie di base, con personale competente e un minimo di attrezzature, e inoltre di un sistema di riferimento/trasferimento dagli ambulatori periferici fino all'ospedale e viceversa, che potesse assicurare un adeguato follow-up ai pazienti operati;

7. infine, l'intervento aiutasse la popolazione ad assumere un maggiore controllo sulla propria vita e sulla propria salute, sviluppando in loro la fiducia nella capacità collettiva di risolvere i propri problemi, rafforzando il potere decisionale dei membri più deboli della comunità e facilitando i cambiamenti strutturali necessari ad ottenere un miglioramento durevole della propria salute .

Rifiutare un confronto onesto su questi quesiti suscitati dal progetto di Emergency significa assumere l'atteggiamento di quel funzionario di un governo africano che affermava: "We don't know if it works but we know what's good for you" ("Non sappiamo se funziona, ma sappiamo cosa va bene per te".)

*Dipartimento di Medicina e sanità Pubblica, Università di Bologna





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