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Cosa è meglio per i sudanesi?
Angelo Stefanini*, 24 ottobre 2006, 12:43
Cooperazione
Gino Strada annuncia il progetto di costruzione di un ospedale cardiochirurgico in Sudan. Una scelta controversa, che merita l'apertura di una discussione sulla coerenza, efficacia e sostenibilità di un progetto di costruzione di un costoso presidio ad alta tecnologia in un paese poverissimo di infrastrutture sanitarie e non, di personale medico specializzato e di know-how tecnologico
Questa mattina mentre uscivo di casa ho intravisto su RAINews24 una intervista a Gino Strada sul progetto di costruzione di ospedale cardiochirurgico che Emergency sta portando avanti a Kartoum, Sudan. Una sua frase mi ha particolarmente colpito: "E' ora che la smettiamo di mandare nel terzo mondo aiuti da terzo mondo". L'implicazione ovvia è che gli interventi di assistenza sanitaria primaria sono di ordine inferiore, roba di seconda scelta, da terzo mondo appunto, rispetto a quelli di alta tecnologia che soltanto i paesi ricchi possono permettersi. "Anche i cardiopatici poveri dell'Africa, diceva Strada, hanno diritto di accesso alla cardiochirurgia."
La notorietà di Emergency è senza dubbio dovuta non soltanto alla indiscutibile bravura e al coraggio del suo fondatore, ma anche alla capacità che possiede di lanciare potenti e provocatori messaggi ad un pubblico troppo spesso indifferente e lento ad elaborare autonomamente fatti e realtà che sconvolgono il mondo. Gino Strada è ormai assunto al rango di celebrità mediatica che divide acremente l'opinione pubblica in due schieramenti posizionabili con qualche approssimazione a sinistra (in suo favore) e a destra (contrario alle sue posizioni) dello spettro politico.
Tuttavia anche in alcuni settori del popolo che finora lo ha sostenuto fin dalle prime apparizioni pubbliche si sta diffondendo la sensazione che questo personaggio sia ormai divenuto un "mostro sacro" con cui non è più possibile dialogare criticamente nemmeno "da sinistra" pena l'esclusione mediatica. Il suo prestigio è ormai tale che le sue scelte tecniche, anche quando esse esulano dall'ambito delle sue specifiche competenze, sono difficilmente sottoponibili a vaglio critico. Ne è esempio il progetto di costruzione di un ospedale cardiochirurgico in Sudan.
Ciò che appare discutibile è come la fama personale di chirurgo di guerra e leader indiscusso di una organizzazione specializzata in emergenze, come è appunto Emergency, possa accreditare Gino Strada a rifiutare un aperto dibattito sulla ragionevolezza, coerenza, scientificità, efficacia e sostenibilità di un progetto di costruzione di un ospedale ad alta tecnologia ed estremamente costoso in un paese poverissimo di infrastrutture sanitarie e non, di personale medico specializzato e non, e di know-how tecnologico e non.
Le risorse per questo progetto provengono da offerte e donazioni private di varia natura e in particolare di una quantità di persone che credono in Emergency e nella visione del suo leader. Gino Strada si trova quindi a gestire una considerevole somma di denaro che i donatori hanno versato a favore del popolo e dei bambini africani, in particolare del Sudan. Questi ultimi rappresentano i veri beneficiari di una tale catena di solidarietà.
Fa parte del comune buon senso che quando si offre un aiuto, quando si fa un regalo, si debba cercare di soddisfare un bisogno o un desiderio del ricevente, anche se poi spesso il donatore viene inevitabilmente influenzato nella scelta dai propri gusti e dalle proprie preferenze personali. Si potrebbe tuttavia, in modo abbastanza perverso, argomentare che quanto più il singolo donatore mette di tasca propria tanto più egli si possa sentire legittimato a dare priorità ai propri gusti e preferenze personale. Nel caso in cui però il denaro per acquistare il dono venga da una quantità variegata e difficilmente stimabile di persone, la definizione di un criterio comune di scelta diventa ovviamente cogente ed ineludibile.
Esiste infatti una profonda responsabilità di chi gestisce ingenti somme destinate all'aiuto allo sviluppo (sanitario o no) siano esse raccolte attraverso campagne di solidarietà private, come nel caso di Emergency, o attraverso la tassazione generale come per la cooperazione bilaterale, multilaterale e per molti progetti di ONG. Tale responsabilità deve portare ad un'ovvia trasparenza nella gestione corrente dei fondi ma anche e soprattutto nella scelta del tipo di intervento da finanziare.
A questo punto ci si imbatte necessariamente in una questione quanto mai familiare a chi si occupa di salute internazionale: qual' è il modo "migliore" di spendere i soldi a disposizione per aiutare i paesi poveri a migliorare la propria salute? Quali interventi vanno privilegiati per ottenere il massimo del risultato di fronte alla inevitabile asimmetria tra disponibilità limitata delle risorse, da una parte, e bisogno potenzialmente infinito, dall'altra? E' una domanda che turba il sonno non soltanto di chi si occupa di cooperazione sanitaria internazionale ma anche ai vari livelli di allocazione delle risorse in un servizio sanitario nazionale come il nostro in Italia. Quanto assegnare alle cure ospedaliere, quanto ai servizi di base sul territorio e quanto alla prevenzione delle malattie o alla educazione sanitaria? Gli economisti si sono addirittura sbizzarriti a calcolare quanta salute per una determinata popolazione è possibile acquistare con un dollaro variamente speso.
Ciascun tipo di intervento ha una sua razionalità, un suo costo e un suo risultato atteso in termini di "guadagno in salute" per una intera popolazione. In termini tecnici si parla di "costo di opportunità": qual è il costo dei benefici di cui siamo costretti a privarci scegliendo di impiegare le risorse in un determinato modo e non in un altro?
Non c'è dubbio che il denaro investito nella assistenza sanitaria di base dà risultati estremamente superiori in termini di vite risparmiate che quello speso in ospedali di alta tecnologia. Il caso di Cuba è paradigmatico con tassi di mortalità e aspettativa di vita simili a quelli di paesi enormemente più ricchi.
Gino Strada tuttavia sposta il problema: non si tratta più, dice, di calcolare QUANTI ammalati possiamo salvare con le risorse a disposizione, ma CHI riusciamo a strappare da morte certa, come i bambini cardiopatici che sarebbero probabilmente abbandonati a se stessi dagli stessi complessi calcoli di costo-beneficio, costo-efficacia e costo-utilità di economisti e programmatori.
Tuttavia, un ragionamento del genere sarebbe giustificato soltanto se:
1. la comunità donatrice fosse adeguatamente informata delle problematiche di salute in Sudan/Africa e sulle possibili opzioni a disposizione per intervenire (ad esempio, che con le stesse risorse ma utilizzando altri interventi sarebbe possibile salvare un numero di vite 10-100 volte superiore);
2. in possesso di tale conoscenza i donatori decidessero comunque di legare la propria offerta alla costruzione di un ospedale cardiochirurgico;
3. la comunità beneficiaria, comunque definita, decidesse autonomamente che il modo preferito (secondo criteri che la stessa comunità identifica) di utilizzare l'aiuto è di costruire l'ospedale;
4. la comunità locale e/o il Governo sudanese e/o la comunità internazionale fossero pienamente consapevoli e accettassero di farsi carico dei costi futuri (sia economici che sociali) a cui andranno incontro e i tempi del loro coinvolgimento sia nella gestione medica e organizzativa che nel finanziamento delle attività;
5. l'accessibilità dei servizi offerti dal nuovo ospedale fosse assicurata equamente a chi effettivamente ne avrà bisogno a prescindere dalle possibilità economiche, dalla distanza geografica;
6. il Sudan disponesse di un sistema di identificazione e filtro diagnostico degli ammalati operabili costituito da una rete adeguata di strutture sanitarie di base, con personale competente e un minimo di attrezzature, e inoltre di un sistema di riferimento/trasferimento dagli ambulatori periferici fino all'ospedale e viceversa, che potesse assicurare un adeguato follow-up ai pazienti operati;
7. infine, l'intervento aiutasse la popolazione ad assumere un maggiore controllo sulla propria vita e sulla propria salute, sviluppando in loro la fiducia nella capacità collettiva di risolvere i propri problemi, rafforzando il potere decisionale dei membri più deboli della comunità e facilitando i cambiamenti strutturali necessari ad ottenere un miglioramento durevole della propria salute .
Rifiutare un confronto onesto su questi quesiti suscitati dal progetto di Emergency significa assumere l'atteggiamento di quel funzionario di un governo africano che affermava: "We don't know if it works but we know what's good for you" ("Non sappiamo se funziona, ma sappiamo cosa va bene per te".)
*Dipartimento di Medicina e sanità Pubblica, Università di Bologna
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#2 · pippo
25 ottobre 2006, 03:46 non penso che chi finanzia Emergency, magari solo acquistando una maglietta, si ponga il problema del controllo democratico di come verranno impiegati questi fondi. c’è una fiducia nell’organizzazione e nel suo leader. d’altronde Emergency è una struttura fortemente militante e gerarchica. tutte queste cose sono di fatto accettate come naturali dalla comunità. naturalmente si può sottoporre Emergency a queste e altre critiche, il problema è però che la mission di Emergency è questa ed è nota ed è fortemente connotata dal suo leader. però non mi pare che nessuno abbia mai posto il problema della democrazia, e infatti nessuno ha mai detto o richiesto che Emergency sia una struttura democratica. inoltre Emergency non riceve fondi governativi ma solo fondi di privati che condividono la mission o sono ben disposti verso l’organizzazione e il suo leader. più interessante mi sembra il fatto che in pratica invece è del tutto fuori da qualsiasi controllo l’attività di moltissime Ong che ricevono finanziamenti pubblici e soprattutto è fuori controllo anche il finanziamento di organismi internazionali istituzionali come l’Achnur, certo se uno fa una donazione può indicare una causale specifica, ma tutto finisce lì... e sappiamo qual è l’immane entità degli sprechi, della corruzione e delle disfunzioni. su queste seconde tipologie si pongono realmente le questioni elencate. infatti mi sembra che a nessuno sfugga che Emergency è appunto una struttura militante che ti chiede un prendere o lasciare: e quindi il rapporto fra il leader e i donatori è assolutamente onesto. l’analisi e la riflessione andrebbero perciò spostate sul modello di società in cui viviamo e sul perché tali forme di azione militante sono considerate legittime e attendibili: con i possibili risvolti positivi e negativi. mi sembra che sia un fatto conseguente alla crisi dei modelli utopici politici a tutto tondo degli anni settanta che nelle loro migliori espressioni (con tutti i loro risvolti e rischi autoritari) hanno mantenuto la propria ispirazione in forme specializzate come la medicina (comunque di alto livello) nelle zone disagiate del mondo. la gente pensa che Gino Strada è un po’ come Gesù che va a fare del bene a chi sta molto male, agli storpi agli emarginati e ai senza speranza. e questo di fatto è vero. lo sappiamo che i santi non sono democratici e seguono le loro proprie intuizioni, a me sembra questa dunque una questione malposta, che tenta di ricondurre in un universo razionalizzante ciò che rientra in uno sforzo volontaristico ben visto dalla comunità: ed essendo un uomo onesto e intelligente Gino Strada non va a chiedere i soldi all’Onu o ai governi. se domani Gino Strada perdesse credibilità e prestigio la gente non lo finanzierebbe più. mentre ong e organizzazioni sovranazionali sono spesso pozzi senza fondo di denaro pubblico su cui nessuno è in grado di esercitare un controllo attendibile.#3 · Rachele
25 ottobre 2006, 08:45 No, io non ci arrivo da sola a capire chi è Gino Strada! Se hai commenti da fare devi essere più chiaro , Franco … e comunque spostare il dibattito su una persona piuttosto che sull’operato di una intera organizzazione è scorretto e disonesto. Se volete parlare da pari a Gino Strada fate quello che fa lui e poi confrontatevi. La democrazia prima di essere un diritto è un dovere!!!! Personalmente non riesco neanche lontanamente a immaginare come possa essere dura la vita delle persone che quotidianamente lavorano per emergency e forse, con un po’ di umiltà, dovreste ammetterlo anche voi.Detto ciò: ma nessuno pensa che in un ospedale ad alta tecnologia si possa fare anche medicina di base? E’ un peccato che non vi sia venuta questa idea, ed è un peccato che non abbiate partecipato all’emergency night di Roma perché questa notizia ve l’avrebbero data!#4 · Fiore
25 ottobre 2006, 10:24 Concordo in pieno con Pippo e Rachele e vorrei invitate il dr. Stefanini a recarsi nei luoghi dove opera Emergency per constatare il livello di credibilità e fiducia che l’organizzazione si è conquistate sul campo anche nei paesi in guerra. La sua missione non è esportare la democrazia, sia pure con il bisturi e non con le bombe, ma salvare vite umane. E questo fa.#5 · paola
25 ottobre 2006, 16:43 non ho mai pensato che emergency sia una struttura gerarchica e nemmeno militante, ne sarei subito fuggita !! se da 4 anni collaboro con emergency lo faccio perchè mi sono travata assieme a persone che ogniuno con la propria proffessionalità e creatività ha deciso di costruire attivamente la pace … quando aiuto un bambino del sudan non penso a tutte le “sovrastrutture” penso semplicemente che lui abbia lo stesso diritto di crescere e vivere che ha mia nipote o mia figlia .. se i diritti umani sono universali sono di tutti sia che sia del sudan che di buccinasco… altrimenti si dovrebbero chiamare privilegi..#6 · Dante Bedini
25 ottobre 2006, 17:26 non capisco cosa abbia detto di tanto dirompente Gino Strada…#7 · Gino Strada
25 ottobre 2006, 18:21 A proposito di un articolo su “Aprile”. “Gino Strada annuncia il progetto di costruzione di un ospedale cardiochirurgico in Sudan”: lo ha scoperto – e commentato sulla rivista Aprile online del 25 ottobre http://www.aprileonline.info/368/cosa-e-meglio-per-i-sudanesi – il Prof. Angelo Stefanini del Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica della Università di Bologna. Con un leggero ritardo, per la verità, visto che la decisione di Emergency (non di Gino Strada!) di costruire tale Centro – Il Centro Salam di Cardiochirurgia a Khartoum – è stata presa più di due anni fa.“Una scelta controversa – prosegue Stefanini – che merita l’apertura di una discussione sulla coerenza, efficacia e sostenibilità di un progetto di costruzione di un costoso presidio ad alta tecnologia in un paese poverissimo di infrastrutture sanitarie e non, di personale medico specializzato e di know-how tecnologico”. Bene. Se ne discuta allora, ma seriamente.Evitando ad esempio illazioni gratuite, del tipo “In alcuni settori del popolo che finora lo (Gino Strada, ndr) ha sostenuto fin dalle prime apparizioni pubbliche si sta diffondendo la sensazione che questo personaggio sia ormai divenuto un “mostro sacro” con cui non è più possibile dialogare criticamente nemmeno “da sinistra” pena l’esclusione mediatica”. Di dove viene questa convinzione? Dal Prof. Stefanini e qualche amico suo che improvvisamente si autodefiniscono “un settore” di chi sostiene Emergency? O si tratta di un dato controllabile, rilevato da una indagine metodologicamente corretta?“Ciò che appare discutibile è come la fama personale di chirurgo di guerra e leader indiscusso di una organizzazione specializzata in emergenze, come è appunto Emergency, possa accreditare Gino Strada a rifiutare un aperto dibattito sulla ragionevolezza, coerenza, scientificità, efficacia e sostenibilità di un progetto di costruzione di un ospedale ad alta tecnologia ed estremamente costoso in un paese poverissimo di infrastrutture sanitarie e non, di personale medico specializzato e non, e di know-how tecnologico e non”.Rifiutare un aperto dibattito? Stefanini scuserà tutti noi di Emergency se prima di decidere di dar vita al Centro Salam non lo abbiamo consultato. Ma si dà il caso che all’interno della nostra organizzazione ci siano teste pensanti, in grado di valutare perfettamente tutti gli elementi sopra citati e anche altri, sui quali egli sorvola, ad esempio l’universalità dei diritti umani. Il dibattito sul progetto Salam ha coinvolto la struttura di Emergency e le migliaia di volontari che la compongono.“Il suo prestigio (sempre di Gino Strada, ndr) è ormai tale che le sue scelte tecniche, anche quando esse esulano dall’ambito delle sue specifiche competenze, sono difficilmente sottoponibili a vaglio critico”. Tralasciamo commenti sulle mie specifiche competenze cardiochirurgiche, certamente non paragonabili a quelle del Prof. Stefanini. Aggiungo solo che la validità scientifca e l’impatto sanitario del progetto Salam sono state approfondite con istituzioni mediche e scientifiche sia italiane sia internazionali. Qualche nome? L’ Universita’ di Harvard di Boston e il Centro De Gasperis di Milano, ad esempio. O ancora, parlando di cardiochirurghi, dicono qualcosa al Prof. Stefanini i nomi dei professori Magdi Yacoub, Alesandro Pellegrini e Lucio Parenzan, solo per citare alcuni degli esperti coinvolti nel progetto?“Le risorse per questo progetto provengono da offerte e donazioni private di varia natura e in particolare di una quantità di persone che credono in Emergency e nella visione del suo leader. Gino Strada si trova quindi a gestire una considerevole somma di denaro che i donatori hanno versato a favore del popolo e dei bambini africani, in particolare del Sudan”Eh no, qui proprio non ci siamo. Non mi stupisce, tanto meno mi preoccupa, che si possano avere idee diverse dalle nostre. Quello che però è inaccettabile e offensivo – anzi quello che io trovo semplicemente una mascalzonata – è l’ insinuazione che Emergency abbia in qualche modo “distratto fondi” dei sostenitori per un progetto che gli stessi non condividono e su cui non erano informati. Emergency, a differenza di altri, non chiede soldi “per il Sudan” (per usare una sua espressione) né per altri Paesi. Emergency ha sempre chiesto di sostenere specifici progetti, tra cui, esplicitamente, anche quello di dare vita al Centro Salam. La “responsabilità di chi gestisce ingenti somme destinate all’aiuto allo sviluppo (sanitario o no) ... deve portare ad un’ovvia trasparenza nella gestione corrente dei fondi ma anche e soprattutto nella scelta del tipo di intervento da finanziare” afferma Stefanini. Due concetti molto giusti. È esattamente quello che Emergency fa con le massima trasparenza. Innanzitutto nella gestione dei fondi. Se il Prof. Stefanini ha affermazioni contrarie da diffondere al riguardo, non deve fare altro che scriverle apertamente: potremmo così incrementare i nostri fondi aggiungendovi quelli che deriverebbero da una azione legale nei suoi confronti. Quanto alla “trasparenza nella scelta del tipo di intervento da finanziare” vorrei ricordargli che in febbraio è stata perfino lanciata (coinvolgendo giornali e televisioni) una campagna di sottoscrizione «per costruire in Africa un ospedale cardiochirurgico gratuito», non a caso denominata «Diritto al cuore».Più chiaro e trasparente di così.Quanto al resto dell’articolo del Prof. Stefanini – una specie di decalogo su come Emergency (e altri) dovrebbero pensare e costruire i propri progetti – preferiamo lasciare questi argomenti alle sue lezioni universitarie. “Rifiutare un confronto onesto – conclude nel suo articolo Stefanini – su questi quesiti suscitati dal progetto di Emergency significa assumere l’atteggiamento di quel funzionario di un governo africano che affermava: “We don’t know if it works but we know what’s good for you” (“Non sappiamo se funziona, ma sappiamo cosa va bene per te”)”.Siamo sempre disponibili al confronto, esattamente a condizione che sia “onesto”. E il suo modo di confrontarsi, caro Prof. Stefanini, non ci pare proprio appartenga a questa categoria. Riteniamo invece che sia stato onestissimo il confronto con le autorità sanitarie dei 10 Paesi africani coinvolti nel progetto, con cui abbiamo avuto ripetute e approfondite discussioni. Sicuri che la cosa la stupirà, le comunichiamo che la risposta pressoché unanime che abbiamo ricevuto alla nostra proposta è stata: “Finalmente, qualcuno che pensa che anche i cittadini africani abbiano diritto alle stesse cure di quelli dei paesi ricchi”.Emergency continuerà a far funzionare il suo Centro di Pediatria in Sudan (oltre 13.000 bambini curati nei primi dieci mesi di attività), e ad aprirne di nuovi nello stesso Sudan e nei Paesi confinanti. Ancora una volta, Stefanini ci scuserà se non lo consulteremo sul dove come e quando. E presto Emergency darà “l’annuncio” che il Centro Salam è ormai terminato e che si inizia l’attivita’ chirurgica.Quando, probabilmente tra un altro paio d’anni, ne verrà a conoscenza anche il Prof. Stefanini, ne riparleremo. Per ora ci scusiamo se non possiamo discutere con lui tutte le questioni di “ragionevolezza, coerenza, scientificità, efficacia e sostenibilità” del progetto. Non ne abbiamo il tempo. Come si dice nel popolo di Emergency, «abbiamo da lavorare». Gino Strada#9 · pippo
25 ottobre 2006, 22:03 Cara Paola io non ho dato un giudizio di valore, anzi mi sembra di avere espresso nell’insieme un opinione positiva. Mi sembra però evidente che si tratta di una forma di militanza, nella quale la personalità del leader conta molto. Questo è un fatto abbastanza oggettivo. Non ho detto che queste cose siano di per se’ negative. La prima in particolare è molto positiva, la seconda può avere risvolti positivi e negativi. Anche un’azienda è una gerarchia ma nessnuo pensa che questo sia un fatto negativo. Eccetera.#10 · pippo
25 ottobre 2006, 22:11 Cara Paola l’utilizzare “le proprie professionalità per costruire attivamente la pace” come hai detto tu, se non è militanza questa, allora spiegami che cos’è la militanza… E’ un fatto molto positivo e non si vede cosa c’è di male a riflettere, anche sulle “sovrastrutture”.#11 · gavino
26 ottobre 2006, 08:44 L’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG) ha recentemente pubblicato un documento – sotto forma di lettera aperta al governo italiano – in cui si parla del ruolo della cooperazione sanitaria internanzionale – vedi il sito web www.saluteglobale.it. Nel documento – tra l’al tro – si analizzano anche le varie tipologie di intervento sanitario, tra cui quelle di terzo livello (ultra-specialistico).“Il fallimento dell’approccio verticale è sotto gli occhi di tutti: i fondamentali indicatori di salute dei paesi più poveri (speranza di vita alla nascita, mortalità infantile e materna) sono rimasti stazionari o sono addirittura peggiorati. Esperti di tutto il mondo considerano ormai irraggiungibili, per i paesi più poveri, i cosiddetti Obiettivi del Millennio, tra i quali rientrano la riduzione della mortalità materna ed infantile. I motivi del fallimento sono chiari:·Non si è agito sui determinanti distali delle malattie: il reddito, l’istruzione, l’abitazione, l’ambiente, le infrastrutture, etc. Anzi, le disuguaglianze tra paesi e nei paesi sono cresciute, anche a causa delle inique politiche del commercio mondiale. ·I programmi verticali – la cui gestione è affidata a fondi ed agenzie internazionali – rafforzano artificiosamente e temporaneamente linee di erogazione dei servizi sanitari dedicate a malattie o interventi specifici (Aids, malaria, tubercolosi, etc.), creano assurde e nocive forme di competizione tra servizi (gli operatori locali tendono a collocarsi presso le agenzie economicamente più generose) e rendono ancora più precario e inefficiente il funzionamento del sistema sanitario locale.·La “verticalizzazione” si è accompagnata a radicali politiche di privatizzazione dei servizi sanitari: ovunque prestazioni a pagamento, con la conseguenza di rendere difficilmente accessibili i servizi e di esporre le popolazioni alla “trappola medica della povertà” (l’impoverimento critico delle famiglie provocato dalle spese mediche). Ma non è solo questione di approccio; negli interventi prevalgono spesso autoreferenzialità, frammentazione e scelte discutibili di priorità. Ad esempio, sia la cooperazione allo sviluppo che importanti settori del non-profit hanno impegnato ed impegnano ingenti risorse per servizi ospedalieri ad alta specializzazione (cardiochirurgia, oncologia, nefrologia, etc.). Anche se concepiti per andare incontro a bisogni reali della popolazione, tali interventi sono molto discutibili per i seguenti motivi:·In paesi con estrema scarsità di risorse destinate alla sanità (10-15$ pro-capite l’anno di spesa sanitaria) e con operatori sanitari che, quando non fuggono dai loro paesi, tendono a concentrarsi nelle città, è necessario oltre che etico stabilire delle priorità, dando la precedenza ai problemi che causano il maggior carico di malattia e morte e agli interventi con il rapporto costo-efficacia più favorevole. Un anno di vita salvato con interventi di cardiochirurgia costa oltre 10.000$, un anno di vita salvato con interventi di prevenzione della malaria in gravidanza costa dai 3 ai 12$.·I servizi di cure terziarie nei paesi poveri tendono inevitabilmente ad essere usati dalle fasce urbane e più ricche della popolazione, che hanno facilità e mezzi per accedere a diagnosi iniziale, follow-up, proseguimento e controllo delle terapie per la corretta gestione delle patologie eleggibili per cure specialistiche. I più poveri difficilmente traggono benefici da cure terziarie anche se offerte gratuitamente, laddove persistono altre barriere.·L’apparato logistico e di personale necessario a sostenere tali interventi finisce necessariamente col drenare risorse umane locali essenziali dal resto del sistema, quindi dalla sanità pubblica e dalla sanità di base, con un danno grave per le sue possibilità di sviluppo.·La sostenibilità nel tempo di interventi di questo tipo è poco verosimile per la disponibilità dei donatori in genere limitata al breve periodo, la mancanza di coinvolgimento della popolazione locale, la scarsa o nulla rispondenza del programma ai bisogni percepiti dalla comunità e alle politiche del governo ospite. L’ignaro “beneficiario”, con il passare degli anni, vede così il tanto acclamato ospedale supertecnologico trasformarsi in un peso economico insopportabile che assorbe risorse indispensabili dai servizi primari.”Gavino Maciocco. Presidente OISG#12 · Pirous
26 ottobre 2006, 13:07 Lavoro in ambito sanitario e ammiro (insieme a molti dei miei colleghi) il corraggio degli operatori di emergency che lavorano nei teatri di guerra e sono grato per l’incondizionata opposizione della guerra espressa a più riprese da Gino Strada. Tuttavia siamo anche in tanti a chiederci se il progetto dell’ospedale in Sudan, al di là delle buone intenzioni di chi lo promuove e finanzia, non assomigli pericolosamente a tanti altri progetti della serie “cattedrali nel deserto”. Pertanto ero molto curioso e contento quando ho visto che lo stesso Strada ha risposto all’intervento di Stefanini, perché pensavo di arrivare ad una maggiore chiarezza seguendo il dibattito tra due opinioni diverse. Ma, purtroppo, sono rimasto molto deluso. Invece di argomenti solidi a difesa della politica sanitaria di emergency ho trovato solo acide frecciate al “professore” definito mascalzone arrivando perfino ad una appena velata minaccia di procedere per vie legali contro colui che osa a mettere in discussione le scelte della sua organizzazione. Chi prima non ha avuto la convinzione che sia impossibile dialogare criticamente con Strada ora non avrà più dubbi. Non risulta molto convincente snocciolare un elenco di nomi di esperti che sono stati interpellati a proposito del progetto e a cui i lettori pare siano tenuti a credere ciecamente, invece di rispondere con dati o ragionamenti alla domanda se nel contesto del Sudan con gli stessi soldi si potrebbero salvare forse molte più vite investendoli in altra maniera. A questa domanda Strada non ha purtroppo saputo dare una risposta. E’ un peccato, anche perché credo interessi a molti chiarire questo punto. Pertanto trovo quasi incredibile il suo rifiuto esplicito a discutere della “ragionevolezza, coerenza, scientificità, efficacia e sostenibilità” del suo progetto. Strada dice di non avere tempo da perdere in chiacchere perché “ha da lavorare” (a differenza degli intellettuali perditempo, siamo tentati di pensare). Forse sarà anche vero che si dice così nel popolo di emergency, tuttavia io spero di no, perchè lo slogan del “lasciateci lavorare” suona veramentre sinistro alle orecchie di chi è contento di essersi messo alle spalle Berlusconi and Co.#13 · brunella
26 ottobre 2006, 16:53 lavoro in ambito sanitario, condivido il commento di Pirous…peccato che il Dott. Strada abbia preferito interpretare la parte del “mostro sacro” profondamente irritato, preferendo citare, per “fare trincea” sul suo perfetto progetto, alcuni “atenei sacri” e “sacri cardiochirurghi” , anzichè rispondere in modo ragionevole alle questioni aperte dal Prof. Stefanini. Nessun contraddittorio dunque, poichè Emergency è Emergency nessun dubbio o incertezze!!!!...ogni scelta sarà una scelta giusta, ogni progetto sarà il miglior progetto…. mh, mi sorge un dubbio fra tante certezze!!!.. tanta presunzione e acidità non recano salute!!!..#14 · nalem
26 ottobre 2006, 17:06 Sono pienamente d’accordo con le affermazioni di Pirous, e se non le avessi appene lette le avrei scritte io.Per quanto il lavoro di Emergency sia stimabile e condivisibile questo non significa che lo metta ai ripari da qualsiasi discussione o critica. Mi dispiace molto aver letto la risposta di Strada e aver trovato così tanta aggressività nelle sue parole e velate minacce.Penso che sia un dovere di chi ha la possibilità e la capacità di gestire così tanti soldi e portare avanti progetti così importanti, chiedersi se sono ragionevoli, coerenti e sostenibili. O quantomeno accettare con un pò più di umiltà una critica, che anche se vista offensiva, è diretta ad aprire un canale di discussione, con il solo fine di migliorare la comprensione. So che dovete lavorare, ma non siete gli unici a ragionare su queste tematiche ed è un problema che oltre a riguardare questo specifico Ospedale, è un dilemma che riguarda un po tutti coloro che si interessano delle tante contraddizioni dell’aiuto allo sviluppo. Dai cardiochirurghi agli studenti di Studi sullo Sviluppo come me.#15 · Alessandro
26 ottobre 2006, 18:18 Non si discute certo sui risultati che Emergency ha ottenuto in situazioni di emergenza né della sua credibilità come organizzazione e della fiducia diffusa tra le popolazioni su cui opera. Credo che il punto cruciale della discussione sia e rimanga: è necessario di più investire risorse per servizi ospedalieri ad alta specializzazione o dare la precedenza a problemi che causano il maggior carico di malattia e morte in paesi con estrema scarsità di risorse, in cui povertà e scarse condizioni igieniche sanitarie sono i principali determinanti di malattia?#16 · Valerio
26 ottobre 2006, 18:21 Molto d’accordo con Pirous.L’aggressività non dice niente, non spiega, e non somiglia a medici e altri operatori incontrati in giro per il mondo. Nessuna voglia di rileggere quelle righe.Sono convinto che non ci sia una posizione assolutamente buona; per fortuna ci sono in giro persone con opinioni diverse, tutte capaci di cogliere le sfide. In molti casi neppure la storia dirà chi avrà avuto ragione.La mia opinione di medico che ha potuto lavorare in alcuni paesi africani è che sia doveroso rispondere ai bisogni e, quando le risorse sono limitate, che si debba rispondere alle priorità. La cardiochirurgia, lo dico con sofferenza per i cardiopatici sudanesi, non lo è. Questo non toglie il diritto, tuttavia, di impiegare risorse in modo efficace in questioni non prioritarie. Ma non toglie che questo non possa essere utile oggetto di discussione.Detto questo, auguro a Gino Strada, ad Emergency, al prof. Stefanini e a tutte le persone che in qualche modo si adoperano per un mondo più giusto, una proficua ed appassionata continuazione del proprio lavoro.#18 · Fabio Nuti
26 ottobre 2006, 19:09 Mi lascia molto perplesso l’affermazione, di G. Strada, secondo cui “anche i cardiopatici poveri dell’Africa hanno diritto di accesso alla cardiochirurgia”: questo è vero, ma non prova che la soluzione sia quella di costruire strutture di cui forse (dico ‘forse’)nessuno ha verificato l’economicità e la sostenibilità (v. Maciocco). E’ possibile che le stesse persone siano curabili a minore costo altrove (non lo so, è una possibilità. Ora, se così fosse, l’intervento proposto da Emergency impoverirebbe il Sudan, anziché arricchirlo. Le intenzioni possono e certamente sono ottime, ma i mezzi devono essere discussi. Nessuno si deve offendere per questo.#19 · Pina
26 ottobre 2006, 21:13 Ringrazio Angelo Stefanini per il coraggio con cui ha posto una questione importante sebbene impopolare. E ringrazio fra gli altri Maciocco per averci dato ulteriori elementi per comprendere il problema. Mi spiace solo che in alcune reazioni si utilizzino linguaggio demagogico e i soliti luoghi comuni tanto cari agli scenari mediatici (che ci aiutano a costruire i nostri “infallibili” eroi contemporanei), per non “ascoltare” o per far finta di non capire ciò su cui a mio parere Stefanini ci invita a riflettere. E lo fa con la passione che proviene dal suo concreto impegno quotidiano sul fronte attivo della cooperazione internazionale (sì: anche i ricercatori “accademici” possono fare militanza concreta…). Proprio in questi giorni a Roma, in un convegno internazionale dedicato alla “comunicazione per lo sviluppo”, molte persone che partecipano a diverse organizzazioni e diversi interventi di cooperazione si fermano un attimo a riflettere appunto sull’esigenza (difficile) di individuare “paradigmi” diversi per prestare attenzione alle nozioni stesse di “sviluppo”, ponendosi dal punto di vista delle comunità alle quali rivolgiamo quella che talora si limita a pura e transitoria “beneficenza”, utile certo alla morale umanitaria di chi dona, ma che può rischiare di produrre danni o effetti collaterali che le buone intenzioni non avevano previsto. Non fermarsi a pensare può tavolta significare essere sommersi da un “fare” irrispettoso delle esigenze di consapevolezza delle persone a cui questo “fare” è rivolto (i regimi autoritari lo sanno bene e di solito sostengono il loro fare proprio con le ragioni populistiche dell’immediatezza di cui solo loro sarebbero depositari di verità). Stefanini ci invita a riflettere dal punto di vista della “vittima”, non foss’altro per informarci meglio, capire quel che stiamo facendo, e quindi anche per chiederci se la nostra moderna velleità di risolvere tutto con i “nostri” tipici strumenti tecnologici non ci faccia compiere talora operazioni che possono finire per essere autoritarie e inefficaci rispetto agli stessi fini con cui le avevamo inizialmente intraprese. Certo, la riflessione qualche volta fa perdere tempo (anche le potenze coloniali di qualche tempo fa credo si affrettassero a “fare”, senza porsi qualche dubbio sul “comprendere”: all’epoca si era quasi certi che il potere di conquista fosse un obiettivo utile non solo a loro ma anche allo “sviluppo” dei poveri primitivi del terzo mondo…). Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol ascoltare. Per fortuna, le minoranze esistevano sia nel periodo coloniale sia oggi; e nel lungo periodo, il tempo perso nell’immediato potrebbe rivelarsi un tempo utilissimo per capire che il dibattito e il dubbio sono i veri grandi motori di cambiamento, proprio al fine di “far meglio”. Dire, come alcune voci oggi urlano (inascoltate dalle casse di risonanza dei poteri mediatici), che – al di là delle buone intenzioni di chi ogni giorno si dedica a progetti di cooperazione fattivi – stiamo troppo spesso dimenticando la prospettiva (di sviluppo, sanità, capacità decisionale) propria delle comunità “beneficiarie” della nostra beneficenza, non significa “non fare”, ma semplicemente chiederci quanto ancora di “coloniale” abbiamo – nostro malgrado – nel DNA della benevolenza occidentale. E ciò potrebbe valere perfino nel caso – che conosco poco e quindi non entro in merito – di un ospedale super attrezzato che sicuramente potrà curare tanti bambini, ma che potrebbe avere – secondo tali voci che volentieri mi permetto il lusso di ascoltare – effetti a cui non ci eravamo dati il tempo per pensare in modo anche critico. L’esercizio del dubbio costa tempo ma è proprio grazie ad esso che oggi la scienza ha tecnologie chirurgiche avanzate (da “offrire”?)... Oppure riteniamo che solo l’Occidente abbia diritto al “lusso” del pensiero e alla possibilità di “offrire” qualcosa?(Pina Lalli – LS Scienze della comunicazione pubblica sociale e politica, Unibo)#20 · Paolo Chiodini
27 ottobre 2006, 11:25 Sono venuto a conoscenza un po’ casualmente di questo dibattito, dato che qui a Pemba, Tanzania, i collegamenti sono spesso precari.Anche a me e’ dispiaciuto che Gino Strada abbia reagito con irritazione, perche’ in questo modo si rende difficile la comunicazione successiva. Forse pero’ se lui non fosse cosi’ non avrebbe saputo fare quello che ha fatto. Tuttavia mi sembra importante potersi confrontare, soprattutto tra persone che hanno impegni e valori in comune.Nel merito, l’idea della cardiochirurgia in Sudan mi era parsa intrigante sin da quando se ne parlava tempo fa in Afghanistan. Credo che abbia ragione chi ha scritto che spesso e’ difficile anche a posteriori decidere della bonta’ o meno di una iniziativa. Se il criterio e’di ottenere dai soldi il massimo possibile in termini di salute, la cardiochirurgia a Karthoum e’ uno sbaglio. Ma ci sono scelte, anche in campo sanitario, che rispondono a criteri diversi, o non semplicemente a quelli economici. Potrebbe diventare un posto in cui un medico sudanese ritiene valga la pena restare. O solo un motivo per la gente di pensare che c’e’ speranza anche per il loro paese. Insomma se Emergency decide liberamente di fare una cosa un po’ irrazionale, un po’ provocatoria, forse destinata a diventare un problema nel tempo, e’ giusto rispettare la scelta, come e’ giusto, credo, che se ne possa parlare. Tanto piu’ che molti di noi questi interrogativi li vivono nelle scelte di tutti i giorni. Poco tempo fa chiudevo una lezioncina, qui a Pemba, sulla assistenza pediatrica, augurandomi di arrivare al momento in cui non si dovra’insegnare una pediatria dei poveri. Non e’ molto diversa la frase di Gino Strada sugli aiuti “da terzo mondo”. Il condizionamento economico, la scarsita’ di risorse con cui confrontarsi, sono una realta’ talmente evidente e quotidiana, che benvenga una follia. Estecazzi pensa (per chi ascolta la radio…).#21 · gavino
27 ottobre 2006, 14:59 Paolo, che piacere incontrarti su questo blog. Concordo con te che le scelte in medicina non devono essere basate esclusivamente su criteri economici. Anzi. Sono convinto infatti che la scelta delle priorità (ineluttabile ovunque e tanto più in situazioni di risorse scarsissime, come l’Africa) debba essere il frutto di un’analisi complessa che va oltre la valutazione costo-efficacia e costo-benficio (che – anche eticamente – non possono essre ignorate)e riguarda il contesto sociale, politico ed economico, l’organizzazione sanitaria di un paese, le risorse fisiche e umane, le infrastrutture e perfino la logistica.Il progetto cardiochirurgico di G. Strada ambisce ad avere un bacino di utenza di 300 milioni di persone, l’area corrispondente a una decina di paesi. Tu sai bene come me che – in Africa, secondo le stime dell’OMS – il raggio di accessibilità geografica a una struttura sanitaria è di 5 km. Il progetto avrà pure un aereo, ma tu pensi davvero che il figlio di un contadino ugandese o etiope, o anche sudanese (mettiamo del sud-Sudan), metterà mai piede nell’ospedale cardiochirurgico di Khartoum? Qualche figlio di ministro o di ricco commerciante, probabilmente sì. Sul piano strettamente medico quante probabilità di sopravvivere pensi possa avere un bambino cardiopatico operato che torna al suo villaggio dove non ci sarà nessuno in grado di prendersi cura della sua malattia, a partire dalle cose che noi consideriamo più banali come il monitoraggio di una terapia anticoagulante. Per non parlare di altre gravi questioni che rendono così alta la mortalità dei bambini in quelle aree, dalla malnutrizione alle barriere economiche nell’accesso ai servizi sanitari. Mi auguro che molto pacatamente si possa ragionare su queste cose, piuttosto che sui massimi sistemi, a proposito di questa iniziativa. Un caro saluto.Gavino#22 · lode
27 ottobre 2006, 15:07 lavoro da 4 anni in africa e condivido pienamente le perplessita del Dr Stefanini (non tanto sulla gestione dei fondi ma piuttosto sulla coerenza del programma). tutti quelli che come me hanno esperienza di lavoro in africa sanno bene che la causa principale dell’alta mortalita infantile non sono le patologie di interesse cardiochirurgico, ma cose molto piu “banali” (dal punto di vista terapeutico) come la malaria, la diarrea, le polmoniti, il morbillo…trovo il dibattito molto interessante, ma credo che manchi una cosa molto importante. qualcuno ha chiesto agli africani, in particolare ai sudanesi, medici e non, cosa ne pensano? beh io l’ho fatto: sto facendo un master in salute pubblica e controllo delle malattie, siamo 19 di cui 15 africani tra medici e infermieri. stamattina, dopo aver letto il dibattito, ho provato a parlarne con loro. dire che hanno riso del progetto e’ forse un po eccessivo (sono tutti molto rispettosi di persone che vanno nei loro paesi per aiutarli), ma sicuramente non lo condividono. loro sanno che i loro concittadini non muoiono in primis di parologie cardiache! in piu c’e’ il problema geografico (come i pazienti arriveranno all’ospedale? come andranno alle visite successive? chi gli dara i soldi?..) e quello delle diagnosi (in centri di sanita dove spesso ci sono solo infermieri in un numero assolutamente insufficente anche solo per le visite di routine, come possiamo formarli tutti?). condivido una sola cosa del ragionamento del Dr Strada: il fatto che si debbano dare cure di qualita. ma allora cose la qualita delle cure? e’ un ospedale di terzo livello dove si fa della chirurgia specialistica che tocchera la stragrande minoranza della popolazione o e’ l’introduzione su larga scala dei nuovi farmaciper malattia che toccano la stragrande maggioranza della popolazione come per esempio, la malaria (la clorochina e’ resistente ovunque e nonostante questo molti governi la matengono come farmaco di scelta nei protocolli nazionali perche costa meno e, anche nei paesi dove i governi hanno accettato di cambiare i protocolli, non e’ accessibile alla maggior parte della popolazione perche troppo cara)? non forse una medicina di qualita quando si da accesso ai farmaci come gli antibiotici per la meningite o la polmonite a popolazioni che non ne hanno e che ne morirebbero piu numerose?buon lavoro a tutti#23 · valeria
27 ottobre 2006, 23:13 Non sono un medico e tento solo di ragionare con la mia testa: Strada è senza dubbio ammirevole per molte cose, ma sicuramente non ho ammirato affatto l’astio con il quale ha replicato al suo interlocutore, che mi pare abbia posto dei quesiti assolutamente sensati, soprattutto alla luce delle spiegazioni fornite da Gavino. Detto questo, e accodandomi alle successive considerazioni di Pirous, Lode e altri, mi viene un dubbio: quando, certamente tra molti anni, le attrezzature supertecnologiche dell’ospedale in Sudan avranno bisogno di manutenzione, ci sarà sul posto il personale in grado di provvedere? E i pezzi di ricambio? O finirà tutto in una delle oceaniche discariche africane? Non è una domanda retorica, vorrei davvero una risposta.#24 · Patrizia Di Caccamo
27 ottobre 2006, 23:26 I primi commenti che ho letto tardavano a entrare nel merito degli argomenti trattati da Stefanini. Non penso che siano questioni secondarie o di poco conto, da trattarsi esclusivamente in sedi accademiche. Sono al contrario domande più che legittime, da porsi sempre: sia quando si tratta di grosse agenzie internazionali, ONG, missionari etc., che, e a maggior ragione, quando si tratta di una entità come Emergency,che, proprio perchè ha fatto una scelta di indipendenza dai finanziamenti pubblici, dovrebbe poter ragionare laicamente ed essere aperta al confronto. A me interessano molto le risposte ai quesiti posti. Ha ragione Pirous quando si dichiara insoddisfatto.Lo sono anch’io.Gino Strada afferma che c’è stato dibattito interno prima di decidere per il progetto così come è stato previsto ora. Perchè non esplicitare le ragioni che hanno portato a decidere che è adatto, opportuno, possibile, può continuare nel tempo, ha un impatto globalmente positivo sulla salute dell’intera comunità? Sono argomenti importantissimi, interrogativi brucianti, arricchirebbe noi tutti discuterne. Le prime risposte erano di pancia, irritate e offese per un intervento vissuto come un attacco tout court. Pro o contro Gino. Poi quanto Emergency sia una struttura democratica, poi affermazioni di principio, che non mi pare fossero state messe in discussione come tali: i bambini africani hanno gli stessi diritti dei bambini del nord del mondo. Sono sicura che tutti coloro che lavorano, collaborano, sostengono Emergency lo fanno nella più totale onestà e buona fede, cercando di portare il loro contributo disinteressato e generoso in un mondo scandalosamente diseguale e crudele. Ma un momento dopo le reazioni spontanee e appassionate, vale sicuramente la pena di continuare a ragionare. Penso ci sia un po’ di confusione ora, ci sono due punti, secondo me impropriamente mescolati: la esemplarità e la chiarezza, di un messaggio inequivocabile come quello contro la guerra e le sue conseguenze di morte e ferite, portate avanti con generosità, coraggio, capacità, si confondono ora con l’urgenza di un’altra domanda, alla quale purtroppo la risposta o le risposte sono più complesse. Quando non è la guerra a portare morte e conseguenze per la vita, ma la disuguaglianza nelle opportunità di salute creata dalla iniquità della distribuzione della ricchezza su questo pianeta qual’è la risposta? Le risposte? Purtroppo quando si tratta di Salute le cose si complicano. E’ molto più complesso del no alla guerra senza se e senza ma, che credo condividiamo larghissimamente. Non sono possibili scorciatoie, semplificazioni.Personalmente mi interrogo in continuazione, dubbi continui, non è facile ragionare di costo/ beneficio quando si tratta di Salute. Si tratta di mortalità-morbilità: morte e malattia. Perciò le scelte operate hanno a che fare con questo e realmente è un terribile dilemma chiedersi se è meglio curare “pochi” cardiopatici o impiegare quel denaro per realizzare dei servizi di base destinati a più persone o se sia possibile contemplare l’uno e l’altro come suggerisce uno dei commenti. Perchè quindi non cogliere quest’occasione per approfondire questi temi allargando il dibattito nel merito dei problemi il più possibile? Perchè non fare tesoro del lavoro prezioso dell’Osservatorio Salute Globale? Perchè non ragionare di Primary Health Care non soltanto a livello di esperti, ma a più largo raggio? Il contributo e le visioni più originali e molteplici di chi non si occupa strettamente di Salute e delle questioni “tecniche” ad essa correlate sono estremamente utili ed arricchenti. La Salute è meglio non delegarla mai ad esperti. Nè a coraggiosi chirurghi di guerra pacifisti, nè a preti, né a potenti agenzie internazionali, nè a chiunque. E’ un bene comune, un diritto indivisibile. E’ di tutti.#25 · Bertrand Russell
28 ottobre 2006, 11:20 “Il mondo soffre per colpa dell’intolleranza e del bigottismo, e per l’errata convinzione che ogni azione energica sia lodevole anche se male indirizzata; mentre la nostra società moderna, così complessa, ha bisogno di riflettere con calma, di mettere in discussione i dogmi e di esaminare i più disparati punti di vista con grande larghezza di idee.”Bertrand Russell#26 · Sunil
28 ottobre 2006, 13:36 Mi trovo in Guyana in questi giorni e nonostante le difficolta’ di collegamento, cerco di leggere con molto interesse questo dibattito. Ho sentito Gino Strada una volta e ne ero rimasto molto colpito dalla sua passione, forse e’ per questo che sono rimasto un po’ disorientato dalla sua risposta.L’altro ieri avevo un’incontro con il ministro della sanita’ della Guyana e parlavamo della sostenibilita’ delle strutture create dalle ONG internazionali. Gli chiesi cosa ne penserebbe lui di una proposta per costruire un’ospedale di cardiochirurgia. Mi rispose che sarebbe immorale sia perche’ le cause piu’ importanti della mortalita’ sono ben altre ma anche perche’ il loro paese non avrebbe mezzi per mantenere una struttura del genere e per trovare personale che puo’ lavorare in queste strutture.Sono consapevole delle difficolta’ di “vendere” interventi sostenibili ai donatori che guardano la TV e che per colpire la loro attenzione un ospedale di cardiochirurgia sarebbe molto piu’ efficace, ma penso che le risposte riguardo le scelte di Emergency non siano cosi’ semplici. Mi piacerebbe molto leggere le spiegazioni piu’ esplicite di Strada!#28 · piero
29 ottobre 2006, 08:54 Vorrei aggiungere due elementi che completano il quadro e che possono aiutare a comprendere meglio la situazione. Avendo lavorato nella diagnostica sanitaria so che mantenere efficienti attrezzature ospedaliere sofisticate in paesi poveri e logisticamente svantaggiati (come il Sudan) e’ molto difficile ed e’ costosissimo.Questo e’ un primo fatto oggettivo: basti pensare al materiale di consumo, alle verifiche periodiche, alle parti di ricambio, alla mano d’opera tecnica specializzata (non sudanese, immagino) necessaria per le tarature e le riparazioni.Emergency dunque si appresta a compiere un grosso sforzo, non solo ora ma negli anni a venire, seguendo una idea quasi “rivoluzionaria”. Il secondo aspetto da sottolineare si collega al primo e riguarda il costo e il finanziamento del progetto.Emergency ha infatti ottenuto finanziamenti dallo Stato Italiano durante la scorsa legislatura per questo progetto e per almeno un altro (in Afghanistan).Le delibere e i relativi dati sono pubblicati sul sito del MAE-DGCS (Ministero degli Affari Esteri Italiano – Cooperazione allo Sviluppo) :http://www.esteri.it/doc/dir_251005.pdfhttp://www.esteri.it/doc/dir_2803606.pdf Non c’e’ ovviamente nulla di male in questo secondo fatto: si tratta pero’ di un dato importante che e’ giusto comunicare in quanto si tratta di soldi pubblici (quasi 3 milioni di euro per il Sudan) che vengono assegnati a una organizzazione privata a seguito della presentazione di un progetto giudicato valido.Poiche’ il budget italiano per interventi di cooperazione e’ limitato e’ chiaro che uno (o piu’) progetti di altro tipo, di altre organizzazioni, pianificati in Sudan o in altri paesi, saranno giocoforza rimasti esclusi dal finanziamento.Occorre inoltre chiedersi se il mantenimento dell’ospedale sara’ anche in futuro garantito dai finanziamenti pubblici: tutti desideriamo che la quota di denaro pubblico destinata all’aiuto allo sviluppo aumenti ma purtroppo sappiamo bene che cio’ non sara’ facile.Per questo l’osservazione circa l’opportunita’ di un centro d’avanguardia (specie in un paese poverissimo come il Sudan) e’ corretta e va considerata seriamente.Forse davvero con le stesse risorse si sarebbero potute avviare iniziative sanitarie (e non) piu’ commisurate alla situazione del paese.Forse, anzi certamente, nello stesso Sudan, a Khartoum o in zone ancora piu’ svantaggiate, esistono situazioni in cui la presenza di organismi come Emergency sarebbe necessaria per risolvere problemi sanitari di base, meno “spettacolari” ma altrettanto importanti (ospedali di prima accoglienza, centri di vaccinazione, centri di riabilitazione, dispensari, ...)Gino Strada ci ha abituati a affermazioni chiare e sincere che in questo caso sono diventate dure e taglienti senza pero’ fornire maggiori dettagli sul progetto in corso: di queste risposte hanno bisogno i sudanesi e non di sterili polemiche.#29 · dr. Chui
29 ottobre 2006, 20:00 OK, Angelo ha posto un problema serio di carattere generale ma non avrebbe dovuto esprimere giudizi sulla democraticità o meno della gestione interna ad Emergency. Gino ha esagerato nel reagire alle “offese” ma ha solo minimamente risposto nel merito. Propongo (casomai ce ne fosse bisogno) di considerare il progetto Cardiochirurgia di Khartoum come un “case study” astratto, lasciando cadere ogni connotazione personalistica, così il dibattito torna su un alveo più costruttivo.Anzi, vorrei riportarlo su un piano ancora più “primordiale”, mettendo sia la cardiochirurgia di Gino che gli antibiotici di Angelo sullo stesso piatto e invitando ciascuno di noi a chiedersi: se io fossi vissuto nel 18° secolo e fossero calati dei marziani a propormi un antibiotico o una cardiochirurgia, come l’avrei presa?... Morale della favola: smettiamola anzitutto di comportarci da marziani, cioè neocolonialisti, cioè paternalisti… e forse scopriremo, con amara sorpresa, che i poveri di questo mondo stanno subendo sia le nostre cardiochirurgie che i nostri antibiotici. Controprova: alcuni poveri hanno pur provato a prodursi in proprio gli antibiotici, e noi (tutti noi ricchi) ci siamo incazzati di brutto… o no?#31 · monica
30 ottobre 2006, 09:51 Il nuovo progetto di Emergencyo, per meglio dire, di Gino Strada, non é nuovo per nulla. Ma quanti ospedali abbiamo visto noi che siamo stati a lavorare in progetti di cooperazione che non servono a nulla, che non risolvono i problemi di salute della popolazione che tanto é tagliata fuori dal sefvizio. Un esempio: sale maternità vuote perché le donne partoriscono a casa loro. La strada per arrivare all’ospedale é troppo lunga, poi si é sempre fatto così. E allora perché non spostare questi investimenti nella formazione delle “matrone” tradizionali? No, perché noi occidentali siamo sempre pieni della nostra immagine della salute che ha a che fare con medici col camice bianco, attrezzature sofisticate. Un concetto di salute che é patrimonio di un’elite, quella emdica di cui Gino Strada fa parte, e non della gente comune che in Africa entra in punta di piedi in queste strutture che sente come non proprie.Un’ultima cosa (e scusate il veleno) ma a parte Gino Strada e la moglie c’é qualcun altro che fa parte della grande e potente Emergency (a parte i volontari a cui diamo tutto il nostro rispetto)? Sono solo loro che decidono le scelte e la politica di Emergency? E quando non ci saranno più, a meno che non abbiano trovato il siero dell’immortalità, chi guiderà Emergency, un loro figlio come nelle migliori dinastie?#32 · Mirco
30 ottobre 2006, 10:14 Una riflessione pacata e spero critica.Mi sono avvicinato alle sensazioni che il mondo della cooperazione offre da pochi anni. Se la ONG diventa grossa, molto grossa, si perdono inevitabilmente punti che prima erano fermi. Diventa quasi incontrollabile ad esempio il messaggio che viene portato dai “militanti” di buona volontà. Ci si deve affidare sempre più al “leader” in questo caso l’amato e discusso dott. Strada. o credo sia opportuna una riflessione in Emergency su questo livello per non fare proprio “implodere” la struttura comunque così utile, come poche in questi anni. Se non altro per porre l’attenzione al di fuori della Cooperazione fatta quasi solo di NGO Cars, come spesso vengono chiamate nella fascia subsahariana i tanti veicoli della cooperazione, che costano sempre troppi soldi. Perché in questa maniera si vede dai “militanti” una organizzazione fatta di volontariato, di buone idee, di stretta collaborazione con le persone. Perchè così si è partiti e così il “militante” sente l’ong, in questo caso Emergency. Ma poi si notano i forti finanziamenti statali, si intuisce che l’idea di costruire un ospedale così non può partire solo dalla richiesta in lacrime di una mamma che rischia di perdere il bambino. Si nota un aspetto che dal volontario non si apprende: il coinvolgimento di denaro pubblico e privato in forti quantità, di inevitabili condizionamenti che “possono” risultare da questo. Non è facile per il Dott. Gino Strada isolarsi dalla figura di Leader, come non credo per lui sia facile isolarsi ormai da tentativi di condizionamento nelle scelte. Non è facile allo stesso modo per il Dott. Angelo Stefanini tentare di spiegare l’altro modo che mi sembra di intuire lui intenda nel cooperare. Vorrei davvero vedere un confronto responsabile su queste tematiche. Vedete: spesso succede che un donatore versi in Africa somme destinate ad un progetto curato dallo stesso donatore che non abbia connotati di cooperazione che io giudico buoni. Succede. Le chiamano come è stato detto “cattedrali nel deserto” perché non vedono le persone del luogo direttamente coinvolte nell’ideazione e nel mantenimento del progetto. Sarebbe come se un ricco americano si presentasse a casa nostra e ci obbligasse a cambiare colore ai muri di casa, la disposizione delle camere, quello che conserviamo in frigorifero… appena se ne va lo salutiamo con un sorriso e lasciamo perdere..Ma spesso questi comportamenti nella cooperazione sono tollerati, perché bisogna considerare il rispetto al donatore. Bisogna distinguere tra dimensioni di azioni di cooperazione. Non si può confondere con il sentimento popolare un progetto così ambizioso come l’ospedale di cui si tratta. Soprattutto alla luce dei finanziamenti ricevuti dallo stato. Ma si deve discutere di queste cose; la sensazione che ho vedendo ciò che succede, è che non si possa discutere ormai sulle attività di organizzazioni come Emergency. Prova tu, si dice, a fare ciò che fa Emergency. Ma non si può affidare al sentimento tutto. Concludendo, credo sia utile sottolineare quale sarà forse il vero bacino d’utenza del nuovo ospedale. Che senso avrà salvare il cardiopatico, se poi non potremo garantirgli il monitoraggio del Coumadin o ancora un intervento di cardioversione sulla frequente recidiva di fibrillazione? Chi coprirà in pochi tempi i grandi spazi che separano il sud sudan da Khartoum? Come vedrà questo progetto la madre sudanese che continua a vedere i figli morire di diarrea o malaria?Magari a tutto questo c’è già chi ci sta pensando?A meno che tutto ciò non sia visto nella obsoleta ottica dell’emergenza di primo soccorso a cui non segue il secondo soccorso, il mantenimento, la “ricostruzione” della persona. E qui viene facile allora pensare alle risonanze mediatiche e politiche, strumentalizzazioni comprese che comporta un’azione del genere comunque.Ho notato in google che il Dott. Angelo Stefanini ha una buona esperienza di operato sul campo, per quanti lo definiscono solo un accademico. Questo per scoraggiare certe facili illazioni del tipo “abbiamo da lavorare”.#33 · dr. Chui
30 ottobre 2006, 12:24 Cito dal paragrafo 2.2.1 del documento di programmazione 2005-2025 “The Tanzania Development Vision 2025”, consultabile su http://www.tanzania.go.tz/vision.htm#2.0%20TANZANIA%20PAST%20VISIONS%20AND%20IMPEDIMENTS:”...L’attitudine mentale del popolo Tanzaniano e dei suoi leader E’ DIVENUTA SUCCUBE DELLA SINDROME DI DIPENDENZA DAI DONATORI ed è sfociata in una erosione della (nostra) iniziativa e in una espropriazione della (nostra) agenda di sviluppo”...I Tanzaniani hanno riconosciuto da tempo la micidiale “donor-dependence syndrome”, lo scrivono nei loro documenti piccoli e grandi, ma non riescono ad uscirne, sapete perché? Ovviamente per tante ragioni, ma ne vorrei sottolineare una: “dependence” è l’esatto corrispondente tecnico del termine italiano “dipendenza” che usiamo nel composto tossico-dipendenza, ed è proprio così: i nostri aiuti (parlo dei pochi aiuti “buoni”, non delle ben più numerose e gravi RAPINE) salvo rarissime eccezioni finora sono stati una droga e si è consolidata una micidiale complicità fra noi (gli spacciatori) e loro (i dipendenti)... Allora insisto: non fermiamoci a disquisire se “Cardiochirurgia è meglio o peggio di Primary Health Care”... facciamo autocritica fino in fondo, e analizziamo COME stiamo spacciando i nostri AIUTI, e che cosa ci prendiamo in cambio. Noi europei siamo peggiori degli statunitensi, perchè attuiamo il più feroce protezionismo proprio sui prodotti alimentari, cioè sull’unica merce di scambio che l’Africa potrebbe piazzare sul mercato globale (a parte i diamanti di cui non è mai stata padrona). Noi europei sussidiamo con 4 euro al giorno ciacuna delle nostre vacche e diamo pochi centesimi ai bambini malnutriti dell’Africa, oltretutto innescando fenomeni di dumping sugli agricoltori locali… Il 47% del budget europeo se lo mangiano i sussidi ai nostri prodotti agro-alimentari, e votando a sinistra piuttosto che a destra non è che finora abbiamo inciso granché. Questa è la cruda realtà, tutto il resto sono cose penultime.#34 · emilio
30 ottobre 2006, 17:09 e che cavolo…1) che vuol dire che “abbiamo da lavorare”? che gli altri non lavorano ? che confrontarsi, discutere è inutiile, conta solo il fare ? sa un po’ di atteggiamento mussolinian-berlusconiano. 2) banalmente, sul “fare”: chi farà l’invio dei pazienti e su che diagnosi ? come arriveranno i pazienti in ospedale, con quali mezzi e con quali soldi ? chi seguirà i dimessi ? con quali soldi e quale personale (per es. una banale terapia anticoagulante nel villaggio a tre ore di auto-senza auto- dalla strada asfaltata più vicina )? se anche ci fossero risposte a tutto questo, quante cose si potrebbero fare con le stesse risorse ?#35 · Silvio Pampiglione
30 ottobre 2006, 18:18 Non conosco Gino Strada altro che per aver letto due suoi libri, un paio di suoi articoli su quotidiani ed averlo visto qualche volta in TV. Lo stimavo e lo continuo a stimare per il suo coraggio di medico di prima linea in tante emergenze, per la sua posizione a favore della pace e per la sua opera meritoria di chirurgo di guerra. Tanto più mi ha fortemente deluso la sua risposta ad Angelo Stefanini, piena di astio, di malevole frasi (mascalzonata, mancanza di onestà), con perfino un larvato accenno di adire a vie legali nei suoi confronti, di prosopopea, terminante con una frase che riecheggia il “qui non si fa politica ma si lavora” di mussoliniano/berlusconiano stile. Ma senza una sola valida risposta sui quesiti sollevati con così precisa competenza da Angelo.Conosco d’altra parte Angelo da alcuni decenni e credo ci siano pochi docenti come lui, così lontani dallo spirito accademico, tecnicamente ben preparati, che hanno fatto la gavetta nei villaggi africani alla scuola di maestri insigni quali i coniugi Corti, e di una onestà, una modestia ed una rettitudine morale e politica di alto livello mai smentite in tanti anni di militanza medico-sociale e di insegnamento. Mi dispiace molto che Gino Strada abbia perso l’occasione di conoscerlo meglio e di discutere serenamente con lui. E’ sempre in tempo per tornare indietro.Il progetto di Strada mi fa ricordare un simile progetto, sempre per un centro di cardiochirurgia, che fu lanciato nel 1977-78 dall’allora Ministro de Saùde del Mozambico Helder Martins, nell’euforia dei primi anni dell’indipendenza dal giogo coloniale portoghese. Ministro che aveva espresso la stessa idea di Strada di offrire al popolo l’accesso a strutture di alta tecnologia (mi sembrano oggi le stesse frasi di allora). Il progetto fu portato avanti malgrado il parere contrario di molti consulenti (ricordo l’amico, preparatissimo, Gregorio Monasta che aveva portato sul tavolo del Ministro un calcolo spese/benefici dimostrante l’assurdità del progetto) e finì poi miseramente in pochi anni, per lisi, proprio perché non si erano tenuti in conto quei punti così bene elencati da Angelo, ripresi magistralmente da Gavino, e sui quali Gino Strada non ha assolutamente risposto. Non mi soffermo su altri particolari del dibattito perché già bene commentati da altri partecipanti. Mi dispiace molto per Gino Strada, ma credo che un poco di umiltà (detto con amicizia e stima da parte di un medico ultra ottantenne, con un passato di esperienza medica e di docenza in tanti paesi africani) potrebbe far solo bene anche a personalità come la sua. Mi sembra sia un peccato che due persone oneste e valide come quelle di Gino Strada e di Angelo Stefanini non si possano interscambiare serenamente opinioni, utili a compiere qualche passo in avanti nel difficile cammino della salute in Africa.#36 · Giancarlo Brunetti
31 ottobre 2006, 18:25 Sono un infermiere, sono molto dispiaciuto che personaggi che ammiro per i principi e le idee che hanno si scontrino verbalmente senza possibilità di comunicare.La lotta per i diritti umani, in particolare per la salute, hanno bisogno del massimo impegno da parte di tutti. Questo vale in particolar modo per persone come Stefanini e Strada che rappresentano riferimenti indispensabili per tutti i movimenti che si battono per il diritto alla salute.E’ deprimente assistere a questi sterili duelli verbali, sterili non per i contenuti, ma per le modalità con i quali sono portati avanti.Abbiamo bisogno di unione non di divisione, di critica costruttiva e non di insulto.Abbiamo capito che le strategie d’intervento riguardo la cooperazione internazionale divergono radicalmente tra Stefanini e Strada, ma la “vision” è identica, ridurre le intollerabili disuguaglianze nella salute dei popoli della terra.Mi auguro che ognuno metta da parte un po’ del proprio orgoglio e renda più concreta una azione comune.Questo si aspettano migliaia di professionisti sanitari e volontari impegnati in ogni parte del mondo Giancarlo Brunetti#37 · carmine
31 ottobre 2006, 18:29 vi consiglio di fermarvi ad un banchetto di Emergency e chiedere del materiale informativo sul centro salam, perchè ho letto parecchie inesattezze….io ritengo che sia una grossa sfida culturale quella che Emergency sta mettendo in campo: il sacrosanto e inviolabile diritto alla salute!Vorrei fare una considerazione: un ospedale, date le sue dimensioni e possibilità, possiede un limite di utenza! dato ciò, curare 100 persone con una patologia influenzale o curare 100 persone cardiopatiche non è la stessa cosa? anzi, se oggi qualcosa (pochissimo, ahimè) c’è in termini di aiuto alla popolazione questo è indirizzato verso le più frequenti patologie, nel campo della cardiochirurgia, invece, non si trova nulla in un area vasta quanto tre volte l’europa!!!!!!, leggendo attentamente il progetto si possono, inoltre, trovare una serie di microprogetti di supporto legati al centro salam…questo per far capire che è un progetto che contiene un orizzonte di reale necessità per il quale emergency sta spendendo grandi forze… ah, facendo un discorso economico, certo, costa meno curare una banale influenza ma questa non è una discriminante nella filosofia di Emergency!!!!grazie Gino!!!!#38 · guglielmo
01 novembre 2006, 06:16 Ho letto con attenzione sia la lettera di Stefanini che la risposta di Strada e devo concordare, con chi mi ha preceduto, che la seconda colpisce per il tono sarcastico e l’eccesso di retorica. Di là di questo mi sembra che le ragioni fornite sembrano rispondere solo parzialmente ai due quesiti essenziali posti da Stefanini: 1) Il Centro Salam è il modo migliore di investire le risorse raccolte a favore della salute di chi oggi vive in Sudan?2) Si tratta di un progetto sostenibile? In grado, in altre parole, di durare nel tempo anche qualora le risorse raccolte da Emergency dovessero esaurirsi? Sul primo punto si fa riferimento a studi di fattibilità condotti da due prestigiose istituzioni, ai quali sarebbe interessante poter accedere; mentre per quanto riguarda la sostenibilità si riportano numerosi colloqui con rappresentanti di dieci paesi africani, senza però menzionare nessun accordo sottoscritto. È naturalmente legittimo e comprensibile non rispondere a queste domande o dare le risposte che più si ritengono opportune (domandare è lecito, rispondere è cortesia). Trovo però poco comprensibile minacciare di querelare chi come Stefanini ha avuto l’intenzione di porle.Guglielmo Pacileo – Osservatorio Italiano Salute Globale#39 · Marco
01 novembre 2006, 11:23 E’ comprensibile la (IPER) reazione di Gino Strada in quanto Emergency è una ONG che dipende largamente dai finanziamenti privati e quindi dall’immagine che riesce a comunicare (Emergency è un vero logo-slogan nell’immaginario giovanile). Non può permettersi quindi di accettare a cuor leggero una discussione pubblica alla cieca (cioè con possibilità di perdere il confronto) sopratutto se l’opera in questione è già in avanzato stato di realizzazione e minarne la credibilità agli occhi dei donatori è potenzialmente devastante nella prospettiva della copertura dei costi di gestione.Vedo il chirurgo con il bisturi alzato, oberato da scelte difficili ed impellenti, che ha appena inciso la parete addominale (o toracica in questo caso) quando alle spalle l’accademico di sanità pubblica lo avvicina chiedendogli: “Parliamone”. Ho visto chirurghi perdere le staffe per molto meno! Per questo anche opinioni di carattere generale, condivisibili e di buon senso ma intempestive, quali quelle di Stefanini, vengono interpretate come un cecchinaggio con chissà quale mandante.Peraltro in questo gioco al massacro uno degli attori è purtroppo Strada, per completezza di informazione vi invito a leggere come bolla due ONG italiane presenti in Afghanistan in una intervista sul numero di ottobre Nigrizia (pg. 50-51). Ora anche qui le critiche espresse in un ambito pubblico possono avere un effetto devastante su organizzazioni che attingono a fondi pubblici e privati… immagino il morale dei volontari e cooperanti di queste ONG che operano in buona fede in aree ad alto rischio. Ora io l’immagino ma Gino Strada no, al punto da non sentirsi in dovere di spiegare ed approfondire gli argomenti per sostanziare delle opinioni piuttosto pesanti, in particolare nei confronti di Alisei. Sembra proprio che la comunicazione a loghi e slogan, meglio se gridati, è per chi non ha tempo da perdere .. deve lavorare appunto.Detto questo ero comunque dell’idea che Emergency avesse diritto di continuare la sua battaglia da duri e puri, con gli invidiabili finanziamenti di privati a cui inevitabilmente risponde in termini di attività svolte. Ero dell’idea che il progetto, di cui le menti pensanti di Emergency sicuramente hanno soppesato i rischi, andasse valutato essenzialmente in base dei risultati ottenuti rispetto a quanto (esplicitamente) previsto, senza gufare troppo.Purtroppo in Africa prevedere il fallimento di qualcosa nel recente passato ha avuto buone probabilità di avverarsi anche quando i progetti erano pensati bene sulla carta ed anche in un’ottica di Primary Health Care. Se questo ospedale funzionasse lasciamolo funzionare per carità!Ero di questa idea appunto finchè non è arrivato il contributo di Piero che ci svela come anche Emergency è , in fondo , una ONG “normale” che prende una parte significativa di fondi (se quasi 4.8 milioni di euro, di cui 1,9 per l’Afghanistan, vi sembrano pochi) da governi come quello italiano che proprio in Afghanistan hanno una presenza militare controversa. In questa prospettiva le cose da un punto di vista comunicativo cambiano un pochino, ed è legittimo discuterne un po’ di più, anche in itinere, di come vengono spesi i soldi pubblici…o forse solo sarebbe opportuno discuterne un po’ meglio e soprattutto in sedi appropriate?Ho l’impressione che sia in atto un imbarbarimento nei rapporti pubblici tra alcuni attori dell’aiuto e della cooperazione (ed i rispettivi amplificatori mediatici ) che coincide con la corsa alla “visibilità” che garantisce fondi privati sempre più consistenti; corsa che è in parte figlia dell’arretramento dell’impegno finanziario ma anche culturale ( vedasi il crescente ruolo della cooperazione che segue le missioni militari) da parte degli ultimi governi. Più che la corsa ai distinguo ed al “lui è peggio di me” c’è bisogno di uno sforzo da parte di tutti gli attori, governativi e non governativi, a tirare fuori il meglio , anche comunicativo, ed a coordinare le risorse disponibili. C’è bisogno, come è stato sottolineato, di una visione logicamente organica delle attività di cooperazione a finanziamento pubblico ed un sostanziale incremento coraggioso delle risorse pubbliche. C’è bisogno una trasparenza ed una accountability ulteriore da parte di tutte le ONG ( non mi riferisco in particolare ad Emergency) e di un’autority pubblica ed indipendente che, senza logica di killeraggio politico, faciliti questo progetto.Tornando alla questione dell’ospedale cardiochirurgico, i progetti di punta , quali gli ospedali specialistici , ci possono stare in una logica di rete sanitaria che prevede il potenziamento dei livelli di base ed intermedi e le rispettive connessioni. Se la rete c’è od è in seriamente in programma ben vengano le strutture di punta a livello centrale. Altrimenti c’è un discreta probabilità che il bambino povero veramente cardiopatico che vive nella periferia di Khartoum (non parlo di Darfur o Uganda) non arrivi vivo sotto i ferri dei cardiochirurghi Emergency, o che ci arrivi per morire poco dopo a casa sua per carenza di assistenza nel follow up. E’ questo forse che alcuni di noi si aspettavano come pacata risposta da Gino Strada?#40 · franco di giangirolamo
01 novembre 2006, 12:46 L’errore dal Dott. Angelo Stefanini e’ uno solo ed e’ tra i piu’ gravi: lesa maesta’. Per questa ragione la risposta alle sue osservazioni e’ curata dalla “maesta’” e dice sostanzialmente che e’ impegnata a lavorare, con qualificatissimi interlocutori e con metodo democratico all’interno della organizzazione. Avendo solo una modestissima e per niente eroica esperienza di cooperazione allo sviluppo, mi limito a dire che i quesiti posti dal Dott. Angelo Stefanini sono quelli che si dovrebbero porre ogni mattina tutti coloro che si accingono a qualunque iniziativa di tipo solidaristico per evitare le derive che sono ben documentate nella esperienza storica italiana ed internazionale. Aggiungo solo che il tipo di risposta che ha ricevuto non credo sia molto diversa da quelle formulate con autosufficienza dalle tante multinazionali della solidarieta’ la cui autoreferenzialita’ e impostazioni culturali neocolonialiste (estranee ad Emergency e ai suoi volontari) ha prodotto a volte effetti contrari a quelli sperati e annunciati.Io credo che l’ attivita’ dei volontari di Emergency e di quanti la sostengono sia assolutamente meritoria, cosi’ come quella dei tantissimi volontari delle numerose organizzazioni di solidarieta’ impegnate nel campo della salute, anche se meno conosciute in quanto poco preoccupate di avere al seguito i riflettori delle TV.Il fenomeno Emergency e’ di carattere politico sociale e ogni discussione va inquadrata in quel contesto.Mi sono chiesto, ed ho provato di chiedere a qualcuno che si e’ impegnato in Emergency, la ragione di tanta entusiastica adesione ad una scelta molto umanitaria ma di scarsa innovazione (l’umanita’ raccoglie i feriti e li cura in tutte le pause dei conflitti, dalla notte dei tempi) ad esempio rispetto alla cooperazione allo sviluppo che dovrebbe puntare a cambiare i modelli di sviluppo. Molte risposte sono politiciste. L’unico elemento di grande novita’ che vedo in Emergency non e’ in cio’ che fa ma in cio’ che dice, ovvero nella scelta politica relativa alla pace, la quale ha ben poco a che vedere con la chirurgia di guerra, meritoria opera riparatrice ed umanitaria. Credo che una parte della sinistra politica e sindacale ha aderito ad Emergency per l’impeto pacifista (a mio avviso non sempre condivisibile in tutte le sue parti), nobilitato dalla meritoria attivita’ sanitaria sul campo, dall’impostazione relativamente antistituzionale e da un notevole maquillage mediatico, che ha dato ad adepti semplici e a dirigenti di professione quel riparo, quella identita’ e quella visibilita’ di cui erano alla ricerca e che hanno utilizzato, a volte anche impropriamente, a piene mani. Insomma, un corto circuito tra buone azioni e pensiero politico, un nesso che non si ritiene di dover dimostrare ma che si puo’ accettare e propagandare in quanto tale. Scusandomi per l’esagerazione, direi che la differenza tra Gino Strada e Teresa di Calcutta (giustamente esaltata per la coerenza con i suoi valori cristiani, oltre che per la sua opera umanitaria) scompare se l’azione di Emergency non fosse improntata ad una idea solidaristica centrata su principi, valori, culture e metodi alternativi a quelli che per semplicita’ definirei “dominanti” (che sono anch’essi informati alla carita’ e alla humana pietas) e che sono a tutti abbastanza noti.Li’ sta la differenza, li’ sta il valore culturale, li’ sta l’efficacia della propria azione solidale, li’ sta la dignita’ dei popoli, li’ sta il ponte tra i volontari e finanziatori europei, gli operatori medici e non medici, e i popoli vittime delle guerre e anche della nostra visione del mondo.Per questa ragione, e non perche’ il Dott. Angelo Stefanini e, meno che mai il sottoscritto (che non ne ha neppure gli strumenti culturali), abbiano alcun diritto di fiscalizzare l’attivita’ di Emergency, sarebbe bello se il confronto potesse essere sul merito. Convinto che ad Emergency e a moltissimi dei suoi membri non manchino gli argomenti, penso che ne uscirebbe rafforzata la sua immagine, che la risposta di Strada purtroppo lascia appannata; si arricchirebbe un dibattito che e’ sempre utile, soprattutto a chi ha molto da fare; darebbe una immagine positiva anche alla qualita’ delle relazioni tra quanti, a vario titolo e con serieta’, si occupano di queste problematiche e che, volenti o nolenti, sono sempre sia discenti che docenti (credo si possa convenire sul fatto che una immagine rissosa e irrispettosa tra solidaristi e’ la peggiore che si possa dare).Insomma, si vada al merito, con la serieta’ che il tema merita e con la competenza che tutti gli interlocutori hanno acquisito nei loro campi di operativita’.Mi scuso per il tempo rubato e auguro buon lavoro.Franco Di Giangirolamo. Auser Regionale Emilia Romagna#41 · digei
13 novembre 2006, 12:03 La discussione mi interessa perchè ha a che fare anche con la politica sanitaria in Italia, dove i problemi sono molto simili a quelli del Sudan. Premesso che le risorse sono comunque limitate dappertutto, il dibattito non può non essere quello dei criteri di priorità con cui si sceglie dove investire. Da noi il bisogno di sanità cresce esponenzialmente (invecchiamo troppo!) ed è assurdo pensare di poter rincorrere tale bisogno aumentando la domanda-offerta di servizi. Occorre “inventare” tecniche di basso costo che rispondano alla maggior parte delle necessità, evitando “tecniche” (ed organizzazioni) che offrono un piccolo vantaggio a fronte di costi notevoli. (Per chi fosse interessato, mi è piaciuto l’articolo di Roberto Alfieri su QA [rivista della società italiana per la qualità nell’assistenza sanitaria]di marzo 2006 dal titolo “Cosa imparare dai paesi in via di sviluppo?). Nel referendum pro o contro l’ospedale di cardiochirugia di Emergency, propendo per una pianificazione che 1) chiuda alcune cardiochirurgie “eccessive” in Italia e in Lombardia, 2) inserisca gli ospedali specialistici in un piano sanitario coerente tra dispensari di base, ospedali generalisti e ospedali specialistici, collegati fortemente in rete.form di registrazione al sommario
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#1 · franco
24 ottobre 2006, 18:56 Piano piano, ci arrivate anche voi a capire chi è Gino Strada.