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Legge Biagi, dalle indiscrezioni ai fatti
Gianni Pagliarini*, 06 giugno 2007, 19:26
Al governo lanciamo una sfida: la ridefinizione del concetto di "lavoro economicamente dipendente": non è più tollerabile ammettere l'anomalia italiana della parasubordinazione, quando in tutt'Europa il lavoro è dipendente o autonomo, senza inammissibili terze vie
La "svolta" invocata dagli elettori del centrosinistra, ad oltre un anno dall'abbandono di palazzo Chigi da parte di Berlusconi, ancora non si vede e gli esiti del test elettorale amministrativo lo dimostrano. E' sotto gli occhi di tutti la "questione salariale" che affligge milioni di persone, sul lavoro si continua a morire come cinquant'anni fa e il dramma della precarietà costringe i giovani lavoratori a fare i conti con un futuro incertissimo. Ecco perché la "svolta" passa obbligatoriamente da un'inversione di tendenza sul grande tema dei diritti e della condizione di vita dei lavoratori e dei pensionati.
In questo contesto non sottovaluto l'iniziativa del governo che prova a mettere i piedi nel piatto cercando di sintonizzarsi con i cittadini e i loro problemi e diffondendo le prime indiscrezioni su un'ipotesi di modifica della legge Biagi. L'esecutivo si interroga sulla necessità di porre un tetto ai contratti a termine, sull'inaccettabilità dell'odioso lavoro a chiamata, sull'innalzamento delle aliquote contributive per i lavoratori parasubordinati. Va aggiunto in premessa, senza incedere nella polemica, che non è un bel biglietto da visita il ritardo con cui Prodi e i suoi ministri si presentano all'appuntamento della riforma del mercato del lavoro; tanto più che il tavolo di confronto su pensioni e sviluppo mostra più di un'ombra a causa dei reiterati balbettii sull'applicazione di un programma elettorale condiviso da tutti almeno fino all'aprile 2006. Ciò detto, apprezzo l'avvio di una ricerca comune che coinvolge le forze più o meno moderate dell'Unione. Una ricerca che ha finalmente portato ognuno di noi a prendere coscienza che la legge 30 va cambiata intervenendo sulle premesse che la ispirarono.
Se non partiamo da zero lo si deve però (mi si perdoni la presunzione) a quei partiti sprezzantemente definiti come espressione della "sinistra radicale". Cioè a quelle forze (Pdci, Prc, Sinistra democratica, Verdi) che hanno intrapreso da alcune settimane un'azione unitaria a tutto tondo, evidenziando la necessità di indirizzare il "tesoretto" al rafforzamento dello stato sociale, e che già trovarono un'importantissima comunione di intenti qualche mese fa quando decisero di presentare assieme una proposta di legge "per il superamento del lavoro precario". Il segno unitario venne sancito dalla decisione comune di proporre il sottoscritto, in qualità di presidente della Commissione Lavoro della Camera, come primo firmatario, seguito dai capigruppo di tutte le espressioni della sinistra.
Al governo lanciamo dunque una sfida, anch'essa unitaria, rilanciando i princìpi salienti di quella proposta che rivendichiamo come capisaldi di quella "svolta" cui facevo riferimento all'inizio. Il primo aspetto (dal quale, caro Prodi, non si può derogare) è la ridefinizione del concetto di "lavoro economicamente dipendente": non è più tollerabile ammettere l'anomalia tutta italiana della parasubordinazione, quando in tutt'Europa il lavoro è dipendente o autonomo, senza improbabili (e inammissibili) terze vie. Si tratta di riconoscere l'unicità del rapporto di lavoro quando è caratterizzato da dipendenza socio-economica del lavoratore e in tal caso, salvo eccezioni, si dovrà presumere la natura subordinata del contratto. Le attuali co.co.pro. dovranno confluire nel rapporto unificato a termine e la contribuzione, conseguentemente, andrà unificata equiparando i collaboratori agli altri lavoratori.
In secondo luogo, per quanto non vada sottovalutato lo sforzo del governo volto a porre limiti all'utilizzo del lavoro a tempo determinato, serve più coraggio: tale inquadramento necessita infatti di un controllo rigoroso del carattere effettivamente temporaneo dell'esigenza produttiva dell'impresa e andrà attribuito al datore di lavoro l'onere della prova.
Non dovrà più verificarsi - è scritto nel pdl che abbiamo presentato - l'utilizzo di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato, mentre quella a tempo determinato si dovrà ammettere solo nei casi in cui si rivelerà possibile la stipula di un contratto a termine diretto (non più quindi sostitutiva di un contratto a tempo indeterminato, ma solo di un altro tipo di contratto "precario").
La proposta di legge in questione non si ferma qui, visto che entra nel merito di altre specificità, a cominciare dalla piaga del lavoro nero. Ma l'importante, in questo momento, è mettere a fuoco le linee-guida che dovranno rappresentare l'intervento della maggioranza su una materia così delicata e nello stesso tempo fondamentale. Noi insistiamo riproponendo un approccio limpido: sui diritti non si transige e il governo deve esserne cosciente fino in fondo.
* Deputato Pdci, presidente della Commissione Lavoro della Camera
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