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Laici e cattolici divisi da un virus
Marzia Bonacci, 04 giugno 2007, 18:28
Scienza
Il vaccino contro l'Hpv, infezione causa dei tumori al collo dell'utero, promosso dal ministro della Sanità per le ragazze di 12 anni, solleva dubbi etici tra gli scienziati di formazione religiosa, come dimostra un articolo pubblicato dalla rivista che fa capo al comitato bioetico del Gemelli, il quale teme che venga favorito un comportamento sessuale dissoluto
Materia del contendere. Si chiama Human papilloma virus la nuova frontiera di confronto etico fra laici e cattolici perché a sollevare il dibattito, in verità negli ultimi mesi di per sé piuttosto infuocato, è la notizia dell'arrivo sul mercato italiano di un vaccino che servirebbe a prevenire da alcuni ceppi di questo virus, causa nelle donne di una serie di patologie all'apparato genitale tra cui il tumore al collo dell'utero. Come già accaduto per l'uso del profilattico oppure per l'accesso all'anestesia epidurale durante il parto, il progresso biomedico e le sue conquiste non vengono infatti recepite in modo univoco nello stesso mondo scientifico, come testimonia appunto il recente studio apparso sulla rivista "Medicina e morale", pubblicata dal centro di bioetica della facoltà di Medicina e chirurgia Agostino Gemelli dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Roma. Nella pubblicazione Maria Luisa Di Pietro, Zoya Serebrovska e Dino Moltisanti infatti pongono una riflessione in merito alla promozione da parte del ministero della Salute della vaccinazione alle giovani adolescenti di 12 anni, un'operazione che partirà il prossimo gennaio e che secondo loro dovrebbe essere valutata non solo dal punto di vista clinico, ma anche tenendo conto del "bene globale" della persona. "Il punto - si legge nel testo - è che la vaccinazione generalizzata delle donne è si in grado di proteggerle dal cancro al collo dell'utero, ma questa proposta fa sorgere alcune serie preoccupazioni di carattere etico". Un timore che si lega al fatto che l'Hpv rientra tra le Mst, cioè le malattie sessualmente trasmissibili, le quali destano preoccupazione proprio nei tre studiosi che hanno elaborato il testo: secondo loro infatti il vaccino rischierebbe di comportare "ulteriori cadute di valori, il rafforzamento di una comune accettazione da parte dell'opinione pubblica dei comportamenti sessuali promiscui e probabilmente una maggiore diffusione della malattia". Del resto, aggiungono i ricercatori, "quando sono coinvolte ragazzine minorenni, abbiamo a che fare con persone i cui valori morali sono in formazione e che non sono ancora considerate legalmente responsabili". Una valutazione che trova, nel loro ragionamento, anche un appiglio scientifico nel fatto che "l'infezione da Hpv non è una emergenza sociale" essendo "il risultato di un comportamento a rischio, di una attività sessuale precoce e promiscua". Per questo, chiosano nell'intervento, senza nulla togliere alla "validità medica del vaccino", bisogna comunque "non perdere di vista il bene globale delle ragazzine, che si trovano in una fase molto delicata della loro esistenza".
La risposta critica di uno scienziato laico. La pubblicazione di "Medicina e morale", dal titolo emblematico di "Human papilloma virus vaccines: ethical issues", non convince però il professor Carlo Flamigni, ginecologo e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, il quale raggiunto da noi telefonicamente ci ha spiegato il perché del suo scetticismo. "Penso che sia un ragionamento viziato da scarsa preparazione specifica e pratica sul tema - sostiene Flamigni -. Perché non avrebbero fatto una riflessione simile se avessero tenuto conto della grande quantità di donne innocenti che vengono contagiate. Le probabilità di contrarre il virus infatti dipendono certamente dal numero di rapporti sessuali con uomini diversi che ha una donna, ma anche - e forse soprattutto- dal numero di rapporti sessuali con donne diverse che ha ciascuno dei suoi compagni o, per esempio, il suo solo compagno. Questa è una delle ragioni -continua il ginecologo - per cui molte ragazze che hanno un solo partner si trovano affette da Hpv". Ma non basta. La validità scientifica dello studio pubblicato dal centro bioetico del Gemelli è smentita anche da un ulteriore dato, come spiega sempre Flamigni. "Un' altra delle ragioni per cui bisognerebbe essere un po' meno drastici e dogmatici è legata al fatto che ci sono infezioni che non dipendono dalla vita sessuale: le ho riscontrate spesso in ragazze che vivono in comunità e che, per igiene approssimativa, spesso usano asciugami bagnati già utilizzati da altre ragazze oppure si scambiano gli indumenti intimi. C'è una grande quantità di ragazze che ha un unico compagno e una vita sessuale assolutamente "legittima" - per usare concetti che non sono i miei, ma forse appartengono a chi ha scritto questa pubblicazione- e che si trova affetta da Hpv, con un destino che le può portare, se non adeguatamente attente, ad una malattia tumorale. Ecco rispetto a questo, il documento del comitato di bioetica del Gemelli mi sembra vada considerato alla stregua di quanto viene sostenuto in merito al profilattico e alla sua condanna morale. Anzi forse peggio". In verità, il testo dei tre ricercatori dell'università cattolica mette in guardia dalla riduzione della prevenzione dall'Hpv al solo vaccino, rimarcando l'importanza di una campagna di sensibilizzazione morale che tenga conto del "bene globale" della persona. Una motivazione su cui però Flamigni si dice molto scettico e soprattutto stupito: "la prevenzione dalle malattie sessualmente trasmissibili è osteggiata soprattutto dalla Chiesa, così come lo è l'educazione sessuale soprattutto verso le giovani generazioni. Un esempio ci viene dalla stessa interruzione volontaria della gravidanza: la quantità di aborti sarebbe diminuita se si potesse fare una seria campagna a favore della contraccezione, che però è duramente criticata dalla Chiesa, che ritiene illegittimi il 98,9% dei metodi anticoncezionali", spiega il professore.
Flamigni si è espresso criticamente anche sul passaggio in cui si sottolinea che l'Hpv non sia una emergenza sociale: "il fatto di aver instaurato una attenzione così diffusa verso le neoplasie del collo dell'utero fa si che non ci sia una loro diffusione straordinaria, ma questo non inficia l'importanza di rispondere alla esistenza di questo virus. Il problema non è solo la quantità, ma anche la gravità delle malattie", sostiene.
In sostanza, per lui il testo pubblicato dalla rivista di area cattolica appare come "una coperta tirata forzosamente da una parte sola" appigliandosi "ad un ragionamento dalle molte manchevolezza scientifiche".
La malattia e il vaccino. Il vaccino da Hpv è prodotto dalla Cervarix (GlaxoSmithKline) e previene in verità soltanto da quattro ceppi virali, considerati però come i più pericolosi: 11, 6, 16, 18; ne restano esclusi gli altri 162. Autorizzato sul mercato dalla Enea e dall'Aifa, questo vaccino metterebbe al riparo le donne dal possibile contagio (solitamente asintomatico) dal virus papillomatoso, responsabile dei condilomi (lesioni), ma anche della formazione di neoplasie tumorali alla cervice. La ricerca medica ha dimostrato che non c'è cancro del collo dell'utero che non abbia visto una pregressa infezione da Hpv, anche se è altrettanto vero che non necessariamente l'infezione si trasforma in tumore. Sono infatti circa il 96% le donne che rimangono contagiate dal virus, di queste il 60% vive in modo transitorio l'infezione senza conseguenze, cioè guarisce in un anno perché il virus è presente nel soggetto ma non contrae rapporti con il dna delle cellule della donna, mentre il 5% del restante 36%, a seconda della carica virale e della capacità del soggetto, andrà in contro a carcinoma. In totale in Italia sono 300 mila le donne che si ammalano di questo tumore alla cervice, 13 esima causa di morte nel nostro paese, prima o seconda nel Terzo mondo.
Il vaccino per risultare efficace deve essere somministrato alle ragazze prima dell'inizio della loro attività sessuale, per questo il ministero della Salute ha indicato come età di riferimento i 12 anni: dal 2008 saranno le ragazze nate nel 1996 a potere usufruire del vaccino a carico, per quanto riguarda il suo costo, del Sistema sanitario nazionale. Per sconfiggere il tumore della cervice e rendere la vaccinazione totalmente efficace è importante però che le donne si sottopongano comunque al pap test, cioè allo screening a scadenza stabile.
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#2 · RazionalMENTE.net
05 giugno 2007, 11:08 La Chiesa è favorevole ai metodi anticoncezionali naturali: stuprare i bambini.#3 · Carlo
07 giugno 2007, 16:33 L’articolo in questione l’ho letto. Non mi pare che sia contro i vaccini. Piuttosto invita a considerare il problema delle malattie sessualmente trasmesse (in questo caso tra bambine e adolescenti) non solo dal punto di vista medico ma anche educativo e culturale. Non mi sembra fuori luogo una riflessione di questo tipo#4 · Marcello Marani
08 giugno 2007, 23:10 Però si oppone all’uso del preservativo, forse per guadagnarsi meglio il Paradiso prodigandosi per salvare le cellule staminali dagli a suo dire “assassini”. E se poi i bambini muoiono ogni giorno a decine di migliaia per guerre, fame e malattie curabilissime, peggio per loro, che sono andati a nascere nei paesi del 3° e 4° mondo! Potevano nascere in Europa, negli SUA in Canada o in Australia o nel Giappone e sarebbero vissuti più a lungo. maranimarcel@tiscali.it#5 · ma
29 giugno 2007, 14:57 Se avessero scoperto un vaccino contro i tumori del fegato, o di quasiasi altro organo non coinvolto in attività sessuali, i medici cattolici non avrebbero avuto nulla da dire, ma trattandosi di utero e malattie sessualmente trasmessa, invece di pensare a tutelare comunque la salute della donna ( anche ragazzina) e la sua vita (di tumore dell’utero si muore, e il Papilloma rende anche sterili) si discute di morale sessuale. E’come per l’aborto, pure peggio visto che si tratta di proteggere ragazzine inconsapevoli. Mi ricorda le argomentazioni degli antiabortisti. Come sempre quando la Chiesa e la morale intervengono in campo ostetrico ginecologico, è sempre contro le donne, e la loro vita.#6 · ma
29 giugno 2007, 15:46 Se avessero scoperto un vaccino contro i tumori del fegato, o di quasiasi altro organo non coinvolto in attività sessuali, i cattolici non avrebbero avuto nulla da dire, ma trattandosi di utero e malattie sessualmente trasmesse, invece di pensare a tutelare comunque la salute della donna ( anche ragazzina) e la sua vita (di tumore dell’utero si muore, e il Papilloma rende anche sterili) si finisce a discutere non di evidenze mediche ma di morale sessuale. Come sempre quando la Chiesa e la morale intervengono in campo ostetrico ginecologico, è sempre contro le donne, e la loro vita.#7 · dario gasparini
01 settembre 2007, 15:59 consiglio un test psichiatrico obbligatorio per tutti gli “esperti” di bioetica. non si può discutere se non con i sani di mente.form di registrazione al sommario
e clicca su invia.
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#1 · cirio stefano
04 giugno 2007, 20:49 Per prevenire i contagi e tumori all’utero non vedo altra via che quella di una costante ed insistente informazione da parte degli scienzati laici attraverso i giornali, le riviste, i media in genere. E’ pur vero che, come per il fumo molti non ascolteranno e continueranno a non proteggersi e a freguentare donne diverse e a rischio, ma fra i tanti qualcuno più saggio ci sarà pure ed almeno questi saranno salvi. Ben vengano le vaccinazioni all’utero per le dodicenni, ma anche per queste sarà necessario informare tutti, anche coloro che leggono poco i giornali utilizzando tutti i media disponibili, ma soprattutto si dovranno distribuire territorialmente più ambulatori attrezzati per facilitare le visite e i pap test. Quelli che per ragioni di fede religiosa non riterranno opportuno fare prevenzione saranno liberi di astenersi, ma senza imporre agli altri le loro idee o le loro perplessità.