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Quando a pagare sono le donne
Marzia Bonacci, 17 maggio 2007, 18:45
Un incontro organizzato a Roma da Sd per discutere di lavoro, pensioni e diritti femminili. Sindacaliste e parlamentari unite nel vedere nella donna il soggetto sociale maggiormente penalizzato nell'occupazione e nella previdenza
Una giornata lavorativa che comincia la mattina presto, magari preparando i figli per andare a scuola e poi subito dopo in ufficio. 24 ore programmate per poter far tutto, coprire gli impegni quotidiani che vanno dall'impiego alla famiglia, dalla cura dei genitori anziani alla spesa. Il tutto, spesso, condito dall'angoscia per la precarietà e per il tempo che non basta mai, per l'insicurezza di non avere una pensione o, nella migliore delle ipotesi, di averne una insufficiente. Di questo agire quotidiano e normale che caratterizza la vita di milioni di donne si è discusso questo pomeriggio nella Sala Sagrestia di palazzo Valdina, a Roma, in una iniziativa sostenuta dalla neonata formazione politica Sinistra Democratica. "Libere di scegliere? Storie di ordinaria fatica, tra lavori, vita e pensione" è il titolo scelto per l'appuntamento, a cui hanno partecipato esponenti sindacali e politiche: Titti Di Salvo, nuova capogruppo alla Camera di Sd; Valeria Fedeli della Filtea-Cgil; Betti Leone dello Spi Cgil; Nirvana Nisi della Uil; Anna Maria Parente, responsabile del coordinamento nazionale donne della Cisl; Gloria Buffo di Sd e la scrittrice Silvia Ballestra.
Da capogruppo con un passato importante nel sindacato, Di Salvo ha sottolineato come nella nuova formazione politica il tema del lavoro dovrà assumere un ruolo centrale, battaglia prima fra le battaglie. Mai come adesso, infatti, appare chiaro che i numeri relativi alla precarizzazione della professione abbiano il volto delle donne: "se si guarda dietro i dati relativi all'impiego e alla previdenza", sostiene, "ci si accorge come le donne siano le più penalizzate". Il legame poi che intercorre fra l'assenza di rappresentanza politica femminile e la mancanza di una legislazione garantista in materia di lavoro, capace di rispondere alla tutela dei diritti dei lavoratori, è del tutto evidente. Forse un maggiore presenza delle donne nelle istituzioni favorirebbe anche la promulgazione di leggi e norme che rendano il lavoro più garantito, più stabile, qualitativamente migliore. "Se non si risolve il problema della precarietà femminile, riconoscendo alle donne il giusto ruolo e le garanzie connesse, non si avrà che un futuro di povertà per l'intero Paese", è stato il suo appello. Riconoscere l'occupazione femminile però significa anche prendere atto del fatto che le donne sono gli unici soggetti sociali che svolgono un ulteriore impegno dopo quello lavorativo: la cura familiare. Sono infatti loro a prendersi carico dei figli e, in una società fortemente invecchiata, anche degli anziani.
Per questo, la questione femminile non può che essere affrontata senza ideologismi. Su questa deriva pericolosamente ideologica che caratterizza il dibattito attuale sul ruolo della donna sono state tutte concordi: deve essere evitata. Come ricordato dalla rappresentante del sindacato del settore tessile, Valeria Fedeli, "esiste una diffusa ignoranza storica e dell'oggi che non tiene conto delle condizioni reali delle donne e che per tanto rende il confronto intorno ad esse ideologico, cioè mistificato". Un esempio è rappresentato dal principio delle pari opportunità che si vuole introdurre anche nella valutazione previdenziale, come sostenuto dalla stessa ministro Bonino, e che vuole equiparare donne e uomini nella definizione dell'età pensionabile: "una discriminazione che non tiene conto della realtà vissuta dal mondo femminile", la definisce senza mezzi termini la Fedeli. E anche sul concetto di pari opportunità, la sindacalista ricorda come "non sia solo una questione numerica, ma anche qualitativa". Di fatto, il suo consiglio è che "il soggetto donna" diventi "il parametro di riferimento per misurare e tagliare l'azione del governo": "le donne, l'economia e lo sviluppo del paese devono essere al centro di ogni tavolo di confronto e dell'attività sindacale", ha ammonito.
Sul tema è tornata anche Silvana Nisi della Uil, insistendo su come la battaglia per le pari condizioni fra i sessi sia ormai una eredità antica che però non è progredita di molto se, per esempio, "l'aumento medio della collaborazione domestica maschile è stato di 16 minuti", e "se il 20% delle donne lascia l'impiego dopo il primo figlio".
Nel confronto a vicolo Valdina si è ritagliato anche lo spazio per la presentazione di qualche dato, interpretato sempre alla luce del principio che "dietro i numeri ci sono le persone". Betti Leone ha evidenziato i più importanti, ricostruendo un quadro in cui sono le donne le più penalizzate nel lavoro, ma anche nella previdenza. "Una su otto lascia l'impiego dopo il primo figlio", ricorda Leone, sottolineando "come sia un fenomeno a cui non si assisteva dagli anni ‘60", e che testimonia l'esistenza di "una diffusa disaffezione verso un impiego probabilmente precario e dequalificante, oltre alla difficoltà di rientrare posta dal datore di lavoro". Sono sempre i dati a dirci poi che le donne sono il soggetto sociale che si fa carico della cura familiare: "l'86% dei congedi parentali è femminile". E sempre loro sono i riferimenti deboli della previdenza: "il 76% delle pensioni fra i 250 e i 500 euro sono delle pensionate" e il "73% di coloro che vanno in pensione con soli 15 anni di contributi sono donne", "soltanto il 16% di loro infatti riesce a guadagnare la pensione di anzianità". Essendo le maggiormente colpite dalla precarietà e dal lavoro discontinuo, dovuto anche all'esperienza di una maternità non tutelata, le donne non possono vantare quella continuità che consentirebbe di raggiungere il massimo dei contributi, esponendole a vivere la propria vita post impiego nell'indigenza. E per loro il futuro non appare meno difficile, se "si deciderà di abolire lo scalone Maroni con l'aumento delle eta pensionabile delle donne, saranno proprio le donne a pagare la pensione di anzianita degli uomini del nord", spiega infatti Leone. Sempre loro, poi, stando a quanto sostenuto dai massmedia, se verranno rivalutate le pensioni basse, cioè quelle fra i 700 e gli 800 euro, verranno escluse, visto che "la maggioranza delle donne incassa meno di 500euro", conclude la rappresentante dello Spi.
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#3 · Ciccio
18 maggio 2007, 15:33 Ma perchè, le donne di Destra che hanno fatto??? Non mi risulta che abbiano fatto di più che una inutile e razzista battaglia contro il Velo (la Santanchè) o delle guerre per portare la democrazia e imbrogliarci che le donne mussulmane erano più libere o non portassero più il burka (la Condoleeza Rice) !!! bà...form di registrazione al sommario
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#1 · linarena
18 maggio 2007, 09:13 Le donne di sinistra, le donne in nero, la donne che hanno militato e marciato con il pugno chiuso e con la falce e martello si sono mai indignate per rivendicare libertà e dignità per le donne musulmane? La dolce Dacia Maraini ha mai criticato ferocemente il mondo musulmano per le torture inflitte alle donne arabe? E Lidia Menapace e la Ravera cosa hanno fatto di speciale? Hanno chiamato a raccolta le altre donne? Non mi risulta.