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JSF, un progetto unilaterale

Severino Galante*,   17 maggio 2007, 18:49

JSF, un progetto unilaterale Politica e armi     La partecipazione dell'Italia alla costruzione del cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter è una scelta infausta per motivi economici, strategici e tecnologici. Il programma appare troppo sbilanciato a favore degli interessi americani e strangola la potenziale autonomia di difesa europea   



Sebbene l'attenzione dell'opinione pubblica si sia concentrata sulla critica all'incorporazione in Enduring Freedom della missione italiana in Afghanistan, la nostra partecipazione ai programmi industriali bellici guidati dagli Usa ricopre una importanza altrettanto essenziale. Anzi, l'impatto strategico è forse maggiore, perché rafforza l'unilateralismo americano, che si esprime nella tendenza alla "guerra permanente".

Al momento, il progetto per la costruzione del cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter è il più importante dei programmi cui l'Italia partecipa, anche se recentemente si è saputo della partecipazione dell'Italia allo scudo spaziale americano, sulle cui modalità, ancora da chiarire, ho rivolto una interrogazione al ministro Parisi. L'adesione al programma JSF rappresenta una scelta infausta per l'Italia sia per ragioni economiche, che politiche e strategiche. Riguardo ai costi, Loockheed Martin, l'azienda capo commessa del JSF, continua ad affermare che il prezzo unitario rimarrà quello definito all'inizio del programma, tra i 45 ed i 60 milioni di dollari. Invece, secondo il Times il costo per la Gran Bretagna sarebbe di 104 milioni per unità, che per Jane's Defence Weekly salgono a 118,6 milioni di dollari. L'attuale capo del progetto JSF, il generale dell'aviazione degli Stati Uniti Charles Davis, ha dichiarato che il costo unitario di un velivolo, nella prima fase di produzione, sarà di 129 milioni. Infine, la Corte dei Conti olandese nell'ottobre 2006 ha avvertito il suo governo che la partecipazione allo sviluppo del JSF espone a rischi finanziari e che i costi di sviluppo sono cresciuti di più dell'80% dal 1996.

 A queste preoccupazioni si aggiungono quelle riguardanti il trasferimento di tecnologie avanzate dagli USA ai paesi partner. Il direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa, ha affermato che gli USA hanno messo limitazioni alle tecnologie cui possono accedere gli altri governi. In particolare, non verrebbero trasferiti i cosiddetti "codici sorgenti", che permettono di effettuare modifiche al velivolo e, quindi, di adattarlo alle necessità delle singole aeronautiche, con conseguente autonomia di gestione sia operativa che commerciale. Mentre i sistemi d'arma non USA verranno integrati sul velivolo, quelli USA dovranno passare attraverso un ufficio centrale delle armi. I test dell'apparato radar dovranno essere svolti in un impianto statunitense piuttosto che in un qualsiasi eventuale impianto europeo. Fra l'altro il JSF è un caccia voluto realmente solo dai Marines all'interno delle Forze Armate Usa, e pensato soprattutto per l'esportazione, proprio perché, in quanto aereo mediocre, non concederebbe ai paesi acquirenti un reale vantaggio sugli Usa. Infatti, gli americani stanno rifiutando al Giappone, malgrado le sue insistenze, la vendita del ben più avanzato F-22 Raptor e, in alternativa, spingono per l'acquisto del JSF. A tutte queste obiezioni, avanzate da me e da altri deputati in varie interrogazioni al Ministro della Difesa, non ci sono state riposte convincenti. La ragione della spinta americana a coinvolgere altri paesi nel loro programma ha due scopi.

In primo luogo, la partecipazione di paesi importanti come l'Italia riduce la possibilità di contribuire allo sviluppo di una industria europea in grado di competere tecnologicamente con quella americana. I risultati dell'adesione al programma JSF si stanno già vedendo: Italia e Gran Bretagna stanno ventilando l'ipotesi di tagliare la prosecuzione del programma europeo Eurofighter. Attorno al JSF viene costruito un mercato protetto, sottratto ai concorrenti europei. Significativo è l'avvertimento dell'Agenzia Europea della Difesa, nel febbraio 2007, sui pericoli per la sopravvivenza di una autonoma industria europea della difesa e sulla necessità di "...un cambiamento radicale indirizzato a creare un vero mercato su base continentale, e focalizzato sulle tecnologie chiave e sulla produzione delle armi di cui le forze armate europee avranno bisogno in futuro." L'altro scopo degli Usa è rendere le Forze Armate dei paesi partecipanti strettamente integrate con l'architettura informatica della Forze Armate americane, rendendo più difficile la partecipazione ad operazioni al di fuori del controllo Nato e Usa, ad esempio a guida Ue. Il programma JSF corrisponde agli interessi strategici Usa che pensano la Nato come uno strumento di coinvolgimento di altri paesi in operazioni a livello mondiale sotto la loro direzione. Il nuovo modello di difesa italiano, che lo Stato Maggiore della Difesa sta prospettando, è coerente con tale impostazione, basandosi su forze di terra ridotte, e su un aumento della componente aeronavale. E' per questo che l'Aeronautica e la Marina hanno spinto per avere il JSF, anche a dispetto di una corretta valutazione del ritorno economico. Le spese per la costruzione dell'impianto di assemblaggio del JSF a Cameri saranno a carico dello Stato italiano che avrà la proprietà della facility, la gestione sarà di Alenia con la supervisione di Loockheed Martin. Secondo Military technology, a dispetto della proprietà statale, l'acquisizione degli ordini e la distribuzione commerciale dei velivoli destinati al Ministero della Difesa italiano non avverrà direttamente, ma sarà Loockheed Martin a vendere gli aerei all'Italia, ottenendone ovviamente un profitto.

In cambio di commesse alle industrie nazionali, gli Usa ottengono i classici tre piccioni con una fava: impediscono lo sviluppo di concorrenti, ampliano i profitti delle loro multinazionali, e soprattutto legano gli altri paesi alla loro linea di politica internazionale. Il tentativo Usa di sabotare programmi europei nel settore strategico aerospaziale è visibile anche nelle difficoltà incontrate dal programma di rilevazione satellitare Galileo, che presenta anche importanti risvolti militari, attraverso l'ostruzionismo opposto dal Regno Unito e dall'Olanda, non a caso due paesi partecipanti al programma JSF. Non si tratta, in questi casi, di esercitare una sorta di "patriottismo europeo", ma della capacità di svincolarsi dai condizionamenti della superpotenza americana, che cerca costantemente di coinvolgere i suoi "alleati" nell'attuazione della sua "guerra permanente". Credo che la politica italiana debba saper guardare a più lungo termine e non barattare, in cambio di risultati economici a breve termine, il futuro industriale, e la possibilità di costruire una Europa come soggetto politico autonomo, che possa controbilanciare la superpotenza bellicista Usa. Inoltre, le migliaia di nuovi posti di lavoro sbandierati inizialmente, per rendere accetta la proposta di Cameri alle popolazioni locali, sono largamente esagerate, come ha ammesso la stessa Aviazione Militare. Per tutte queste ragioni, bisogna battersi per abbandonare il programma JSF e dirottare i finanziamenti verso nuovi programmi aerospaziali europei, che creino veramente sviluppo stabile e lavoro nei settori di punta dell'economia. Ciò è tanto più importante per un paese come l'Italia che risulta ancora troppo attardato su settori industriali arretrati o che distoglie capitali dalla produzione verso la speculazione di borsa ed immobiliare. Inoltre, non sta scritto da nessuna parte che lo sviluppo delle nuove tecnologie deve passare per il settore militare. Finmeccanica ha un settore civile all'avanguardia tecnologica che sviluppa un fatturato superiore a quello del settore militare ed i finanziamenti pubblici del JSF potrebbero essere indirizzati, oltre che su Galileo, anche su settori innovativi come, ad esempio, quello dei motori a idrogeno, vista l'attenzione sempre maggiore dedicata al risparmio energetico e ai carburanti alternativi. L'Italia ha bisogno di un vero piano di politica industriale, che sia tecnologicamente avanzato, europeo, e di pace. Su questi obiettivi di largo respiro bisogna costruire un'ampia ed unitaria convergenza di tutte le forze di sinistra - partiti, sindacati, associazioni -, perché è sui questi temi concreti che si misura la capacità di costruire quella massa critica che è l'unico modo per pesare e far sì che questo Governo mantenga le aspettative di tanti elettori.

*Capogruppo Pdci alla Commissione Difesa della Camera





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