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Esce C.I.M. BAR, ultima opera di Verticchio

Lorenzo Gentile,   08 maggio 2007, 19:04

Esce C.I.M. BAR, ultima opera di Verticchio Ex libris     Storie di alcool, droga, emarginazione, ma anche solidarietà e inaspettati stimoli nei meandri del quartiere Tufello. Un territorio ricco di realtà nascoste che pochi conoscono nell'ultimo racconto dello scrittore romano



«I palazzoni» non sono il Tufello. Si trovano ai margini del Tufello. C'è chi chiama la zona Vigne Nuove, chi appunto «i palazzoni». Insomma vicino all'area del «palo della morte» di verdoniana memoria. Un enorme complesso di cemento stile Corviale che accoglie circa trecentosessanta famiglie. «I palazzoni» sorgono in una superficie che si estende praticamente fra via delle Vigne Nuove e via Giovanni Conti, nel IV municipio di Roma. All'interno l'inferno, tossicodipendenza, sporcizia, violenza, dormitori di fortuna, o il paradiso, persone, solidarietà, amicizie, a seconda del punto di vista. «E' qui che ho passato la maggior parte della mia vita e di questo ho bisogno». Paolo Verticchio, scrittore, nasce al «Tufello Tufello» trenta anni fa. Ai palazzoni arriva più tardi, a undici anni. Le sue storie parlano, oltre che dello storico quartiere popolare, anche degli angoli più cupi, quelli raccolti nel mare suburbano di cemento alle «pendici» del colle, tagliato in due da via delle Isole Curzolane.
Ora esce C.I.M. BAR, edizioni Nuova Cultura, 7 euro. Racconto di vite stroncate dalla miseria, di persone umiliate che resistono costantemente ai colpi inferti da una società che sembra respingerli e che trovano riparo nel loro microcosmo. Il microcosmo è una periferia romana, il Tufello, con tutte le sue appendici, fra cui i palazzoni.

Quando hai iniziato a scrivere?
Undici anni fa. Non so perché abbia cominciato. Forse mi serviva una realtà mia. Ho sempre avuto un bisogno ossessivo di scrivere.

Cos'è per te il Tufello?
Prima di tutto è un quartiere. Poi è il tatuaggio che non mi sono mai fatto. È una sacco di dolori; è tutta l'educazione che ho ricevuto. Questo quartiere è molto educativo.

Come è nata l'idea di C.I.M BAR?
Volevo dare una voce ai pazzi che si bevono i quattro soldi della pensione al bar.

Cos'è il C.I.M. bar?
Un bar, ormai chiuso, che si trovava alla fine di via Ugo Ojetti. Frequentato da disperati, anche da malati di mente certificati. Lo stesso padrone del bar ha parlato di Centro Igiene Mentale, cioè C.I.M. bar! Allora mi sono detto: «sarà il titolo di uno dei miei racconti! Magari il racconto è nato proprio dalla delusione per la chiusura di quel bar».

Nei tuoi racconti sembra che ci sia un'incompatibilità di fondo tra classi sociali diverse...
Una comunicazione tra classi sociali diverse ci può essere purché ciascuno abbia sviluppato una coscienza personale. Ma qui è difficile che si sviluppi una coscienza. Tutto ti porta fuori da te stesso. C'è molto astio nei confronti di chi ha di più. Questo quartiere è un «accolito di rancorosi» per usare un'espressione di Capossela. Il Tufello o ti fa sottovalutare o ti fa sentire un dio. Io appartengo alla prima categoria.

Nei tuoi racconti tu parli sempre del tuo quartiere, mai di Roma...
In realtà non nomino mai neanche il Tufello. Non mi piace specificare luoghi e vie. Comunque a Roma ci sono andato un paio di volte in gita...

Cosa c'è del Tufello e dei palazzoni in C.I.M. BAR?
C'è la forza di questa gente che la spinge a tirare avanti.

Tu descrivi le abiezioni quotidiane di alcune persone, sembra quasi che tu finga con te stesso che tutto ciò sia la tua normalità e che non ci sia niente di strano in un uomo riverso ubriaco in un bagno di una bettola che, con il vomito addosso, chiede un'altra birra. Però allo stesso tempo, raccontando ti stupisci della realtà che vivi quotidianamente, ti stupisci ogni volta. Allora anche tu vivi questa realtà con distacco, neanche tu trovi tutto ciò normale, giusto?
Giusto. Mi stupisco perché non capisco cosa spinga alcuni uomini a non ammazzarsi. Gente che non ha niente, che spende quel poco che ha per bere, che magari si è fatta quarant'anni di galera e non ha più nessuno, eppure ancora ce la fa. Alcune realtà a volte mi mettono terrore, ma di questo terrore io ho bisogno. L'idea che nel nulla si riesca a campare mi esalta. Vedere che, in tutta tranquillità, un uomo scende da casa, a rattoppare con un tip top un foro apertosi nei tubi di scarico che gli scolano in testa mi esalta.

Tu infatti non invidi i ricchi...
No. Se avessi avuto la fortuna di avere qualche cosa di più non avrei avuto questa stessa coscienza. Mi dispiacerebbe.

Nel racconto tu ti chiami Joe Catinari. Perché?
Nel libro tutti i personaggi hanno un nome misto, così anche io. Mi serviva un nome straniero e un cognome italiano o viceversa. Questo perché ci sentiamo stranieri nella nostra terra. Io mi sono sempre sentito uno svedese in Nigeria.

C.I.M. BAR parla anche dell'incontro di Paolo Verticchio con il gruppo C.C.F.M. del Nuovo Salario che hanno dato vita insieme allo spettacolo Periferie distorte, una fusione di teatro e musica portato a Roma e a Milano. Nelle ultime pagine del libro si possono trovare alcuni testi dei C.C.F.M. (www.ccfmweb.net) tratti dallo spettacolo. La prefazione è di Manolo Macrì, dei Manolo & Vintage, gruppo musicale del Tufello e la postfazione di Federico Feliciani dei C.C.F.M.
C.I.M. BAR si può acquistare al «Barbablù bar», piazza Monte Gennaro 6, nel quartiere Tufello, oppure ordinandolo alla edizioni Nuova Cultura: gennaroguerriero@nuovacultura.it





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