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Morti bianche dal nord al sud

Emiliano Sbaraglia,   12 marzo 2007, 19:29

Morti bianche dal nord al sud     A Padova e Crotone le ultime due vittime, dall'inizio dell'anno sono già quasi 200 quelle sul lavoro. Una vergogna sociale, spesso coperta da silenzi e omertà  



Le cifre sono impressionanti: 185 morti, 185.224 infortuni, 4.630 invalidi.
Sono i dati relativi ai primi due mesi dell'anno 2007, dati che purtroppo devono essere aggiornati ogni giorno.

Un morto e tre feriti, di cui uno molto grave, è infatti il bilancio ancora parziale di un'esplosione accaduta nel pomeriggio di lunedì nella Fonderia Anselmi di Camposampiero, in via Ippolito Nievo a Padova. La vittima è un operaio di una ditta esterna, che stava effettuando un intervento di manutenzione nell'altoforno all'interno della fonderia. Un altro lavoratore è gravissimo ed è stato trasportato in elicottero all'ospedale di Padova.

Gli altri due feriti sono stati trasportati all'ospedale di Camposampiero in condizioni meno gravi.

Un altro incidente mortale sul lavoro è avvenuto a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, dove un 23enne, Pietro Nicolazzi, è stato travolto da una trattrice agricola che stava cercando di riparare nell'azienda olearia di famiglia, in località Foresta. Sembra che la benna del mezzo abbia ceduto, schiacciando il giovane e uccidendolo sul colpo.

Torna alla mente "La Ballata di Giuliano", il titolo di una inchiesta televisiva di qualche anno or sono sulla strage quotidiana, nascosta, eppure a portata di mano di lavoratori, uomini e donne di ogni età. Si trattava di un viaggio in Italia da nord a sud, nel mondo vergognoso delle morti bianche, che uccideva lavoratori considerandoli pezzi di ricambio di un ingranaggio perverso e impunito. Era il 2000 e di lavoro si moriva. Oggi, come ieri, di lavoro si continua a morire. E (come questo articolo) basta un trafiletto sul giornale, una dichiarazione di circostanza, l'attenzione di un momento. Poi tutto sembra finire lì, tutti sembrano tornare a posto con la propria coscienza.

Si parla di morti bianche associandole a esistenze spezzate, a vite bruscamente e drammaticamente interrotte, ma si deve pensare non soltanto a chi muore: nella morte di queste persone vengono infatti coinvolte le vite dei genitori, delle mogli (o mariti), dei figli, privati senza motivo di un'esistenza a loro vicina.

Le morti bianche sono dunque le morti della vergogna, di crimini quasi sempre impuniti, e l'elenco di lavoratori morti si gonfia quasi sempre nel silenzio, andando a riempire gli almanacchi di armadi nascosti. Si potrebbe descrive un percorso, lungo il nostro Paese, nel quale si snoda una invisibile "spoon river" di caduti in nome del lavoro, nelle fabbriche come nei laboratori, nei campi come nei cantieri, e in molte altre realtà produttive di ambiti diversi, dove soccombono uomini e donne. Quelle donne spesso menzionate molto meno dell'altro sesso, e ricordate fuggevolmente soltanto l'otto marzo, o giù di lì.

Nel frattempo i dati crescono, giorno dopo giorno. Ma concretamente restano soltanto numeri, freddi e gelidi proprio come la morte, che stavolta è arrivata a Padova e Crotone: dal nord al sud, senza guardare in faccia nessuno, se non il volto delle sue vittime.

L'impegno, a partire da chi scrive, dovrebbe almeno essere quello di non abbandonare mai la lotta, ognuno con i propri strumenti quotidinai, per migliorare una realtà tanto sconvolgente quanto inaccettabile 





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