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Martedì, 06 Gennaio 2009 - Ultimo aggiornamento alle 18:21

Nairobi, alle prese con il futuro del mondo

Vittorio Strampelli,   23 gennaio 2007, 19:50

Nairobi, alle prese con il futuro del mondo World Social Forum     L'edizione 2007 è a metà del suo cammino. Il titolo di quest'anno, "Diamo voce all'Africa e alla sua sete di giustizia", riassume in sé tutti i principali nodi da sciogliere. Quattro parole-chiave - Africa, voce, sete e giustizia - che occupano un posto di rilievo in ogni incontro e seminario



Il World Social Forum 2007 è giunto a metà del suo cammino: apertosi sabato 20 gennaio, si protrarrà fino al 25. Si era partiti da Porto Alegre, in Brasile, e dopo sette anni si arriva a Nairobi, in Kenia. Quasi a significare che per cercare una soluzione ai problemi del pianeta Terra è necessario partire proprio dalla parte più povera del pianeta. "Un altro mondo è possibile" è molto più di uno slogan che collega il Sudamerica con l'Africa, e il titolo scelto per il WSF di quest'anno - "Diamo voce all'Africa e alla sua sete di giustizia" - riassume in sé i nodi da sciogliere per dare un futuro a tutti coloro che, allo stato attuale, non possono permetterselo. Africa, voce, sete, giustizia: non sono termini casuali, ma parole-chiave scelte con cura e perfettamente calzanti.

"Oggi più che mai dobbiamo gridare che l'Europa e l'Occidente hanno bisogno dell'Africa", affermava da Nairobi Guido Barbera, presidente del Cipsi, il coordinamento che raccoglie 37 Ong e associazioni di solidarietà internazionale. Ma siamo sicuri che l'Africa abbia bisogno dell'Europa e dell'Occidente? Di un padre-padrone che decide in autonomia cosa è meglio e cosa è peggio senza conoscere realmente le cose, in effetti, non ce n'è bisogno. Non c'è bisogno di Ong e organizzazioni internazionali che propongono soluzioni lontane dalle realtà locali, che non cercano il coinvolgimento attivo dei diretti interessati. Di multinazionali e governi che, dietro un volto dipinto del più genuino altruismo, mirano esclusivamente al proprio tornaconto. I diretti interessati sono stanchi che qualcuno più in alto e più saggio decida del loro futuro senza interpellarli. Sono stanche le tre associazioni locali (Roppa, Propac, Eaff) che, a nome di quasi 160 milioni di agricoltori, chiedono all'Unione Europea una moratoria di 20 anni prima di varare gli Epa, gli accordi di partenariato economico (ossia di libero scambio), che dovrebbero essere definiti entro l'anno. "Sarebbe la nostra distruzione - hanno detto - noi non possiamo competere con l'agricoltura europea, non abbiamo finanziamenti né strutture'' hanno detto. E, guardacaso, oltre a chiedere una sospensione degli accordi, che comporterebbe una concorrenza sleale e costringerebbe ad "aprire le nostre frontiere a produzioni sovvenzionate", chiedono di essere coinvolti nelle decisioni che li riguardano, soprattutto quella di sviluppare una politica agricola africana tale da potersi confrontare alla pari con altri mercati.

È uno dei numerosi problemi legati al fatto che l'Africa non ha una voce propria: l'agenzia missionaria Misna e la Caritas lo hanno denunciato a più riprese, da Nairobi. Le agenzie di stampa gestite dalle grandi multinazionali della comunicazione costituiscono un filtro ingombrante, che decide quali notizie giungeranno dal continente nero al resto del mondo: più un Paese è ricco, maggiore è la copertura mediatica, con notizie che "vengono orientate dai governi", come dichiarato da Paolo Beccegato, responsabile dell'area internazionale della Caritas italiana, e che quindi "non si sa siano vere o false" e non tengono conto "del punto di vista della popolazione". Di qui un appello alla società civile di tutto il mondo a "lavorare per una informazione più equa": "dobbiamo chiedere alle Nazioni Unite il diritto ad una informazione critica e alternativa", ha evidenziato Emiliano Bos, giornalista della Misna, richiamando l'importanza e il ruolo dei media alternativi, e di Internet in particolare.

L'acqua costituisce un altro tema centrale a Nairobi: un problema che riguarda numerose regioni del mondo, ma che assume proporzioni drammatiche nel caso del continente africano. Non a caso, su 1,2 miliardi di persone che ufficialmente non hanno accesso all'acqua potabile, più di 400 milioni sono africane. L'obiettivo, emerso dai seminari organizzati al Forum dal Comitato italiano per il Contratto mondiale dell'acqua, è di predisporre un piano d'azione in tre tappe, fino al 2009, che servirà come piattaforma per dare a tutti gli abitanti del pianeta l'accesso all'acqua potabile entro 20 anni. "Il diritto alla vita non può essere affidato all'interesse delle multinazionali", è stata una delle dichiarazioni emerse dai seminari, "e questo vale anche per la promozione della democrazia e per la salvaguardia della giustizia sociale". Traduzione: il destino del mondo e dell'Africa in particolare non può dipendere dai proprietari del capitale finanziario mondiale.

Ed ecco che, magicamente, tutti i disagi del mondo e dell'Africa si ricollegano all'ultima parola-chiave: giustizia. Per tutti i popoli del mondo, senza se e senza ma. E se di aiuto c'è bisogno, questo dovrà passare attraverso un'inversione di rotta radicale, che riformi l'idea stessa di solidarietà internazionale. Con le parole del viceministro degli Esteri Patrizia Sentinelli, anch'essa intervenuta a Nairobi: "le decisioni devono essere prese dai governi, ma insieme ai movimenti sociali e alla società civile". "Mobilitare la comunità" è la parola d'ordine della cooperazione "made in Africa": Un esempio viene dal "Saint Martin a Nyahururu" che non è una Ong ma un'organizzazione basata sulla comunità (Cbo, Community based organisation). Un nuovo modello di sviluppo locale, che si avvale anche di risorse economiche provenienti dall'estero, ma che punta innanzitutto a mobilitare le risorse locali. Perché la sfida non consiste nell'assicurare un futuro all'Africa, ma nel far sì che essa sia in grado di costruirselo da sola.





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