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Meném, la vecchia volpe ci riprova
Alessandro Chiappetta, 15 dicembre 2006, 19:07
Argentina
L'ex presidente, attualmente senatore, annuncia la candidatura alle presidenziali 2007, nonostante l'età e gli acciacchi. Attacca il governo, rivendica la paternità del peronismo rigettato da Kirchner e si appresta a sfidarlo di nuovo. Ma l'Argentina è cambiata, e la gente non si fida
"A volte ritornano", direbbe Steven King. Non nuovo a simili colpi di teatro, Carlos Meném ritorna alla ribalta, comunicando la sua candidatura alle elezioni presidenziali argentine del 2007. Un annuncio chiassoso, ma non clamoroso, in qualche modo presagito, perfettamente in linea col personaggio. Ma che consegna nuovi significati alla consultazione popolare che il prossimo ottobre giudicherà l'operato di Nestor Kirchner, il presidente in sella dal 2003.
L'ex leader, durante un comizio in grande stile, al quale hanno presenziato un migliaio di persone (ma gli organizzatori abbiano parlato di 10.000 invitati), ha parlato per 45 minuti, svelando un segreto nell'aria già da tempo. Il leader peronista ha annunciato la propria candidatura come portabandiera del partito "Lealtad y Dignidad", che, ha detto, "sarà di centro, per differenziarmi da sinistra e ultrasinistra". "Non voglio che ci siano più indiscrezioni sul tema. - ha poi aggiunto - sarò il candidato per il 2007 anche per combattere le campagne di diffamazione sul mio conto, che pensavo potessero atterrarmi, ma che al contrario mi hanno rinforzato". Lo scorso settembre, Meném , settantasei anni, svenne durante un discorso pubblico, a causa del diabete di cui soffre da tempo, sebbene pare che la sua vita non sia mai stata in pericolo.
Sull'Argentina di oggi l'ex presidente ha le idee chiare: "Bisogna stare attenti - ha spiegato -, il paese è una pentola a pressione, l'inflazione è galoppante, e manca poco per l'estrema unzione di questo governo". Chiaro il riferimento al presidente Kirchner, sconfitto al primo turno nel 2003 dallo stesso Meném che poi rinunciò al ballottaggio, e accusato di "aver paura di affrontare la gente e di aver portato il paese sull'orlo del tracollo". I due teoricamente appartengono allo stesso Partito Giustizialista, la corrente progressista e vicina ai sindacati del movimento peronista, ma sono da sempre schierati su fronti opposti, palesemente rivali. Più volte Meném , vecchio volpone della politica, ha definito i suoi sostenitori come "la vera militanza del Partito", in risposta anche all'imbarazzante situazione in cui si trova, essendo senatore eletto nella provincia di Rioja, fortino peronista del governatore Angel Maza, uno dei maggiori alleati del presidente Kirchner. Meném è il primo a presentare la sua candidatura, in attesa delle scelte del partito di maggioranza e del presidente uscente. Kirchner, infatti, non ha ancora sciolto le riserve sulla sua candidatura a presidente: si parla di una possibile staffetta con sua moglie, la senatrice Cristina Fernandez. Secondo i sondaggi di questi giorni entrambe le scelte potrebbero risultare vincenti, segno della fiducia della popolazione per il nuovo corso politico, e del timore di ritornare nell'incubo degli anni del governo Meném, che lasciò il paese in piena crisi economica, intrappolato in una recessione senza precedenti. Anche nelle file dell'opposizione c'è ancora incertezza sul nome dei candidati. Tra i papabili ci sono l'ex ministro dell'economia Roberto Lavagna, appoggiato dall'Unione civica radicale, ed il presidente del Boca Juniors, Mauricio Macri, leader di un suo partito di centro-destra.
Meném, presidente dell'Argentina per due mandati, dal 1989 al 1999, sotto l'onda di un populismo di facciata, e a braccetto col fido ministro dell'Economia Domingo Cavallo promise un "miracolo" che ben presto si rivelò un clamoroso fallimento, trascinando il paese nel caos. L'ondata di privatizzazioni, da molti ritenute vere e proprie svendite pubbliche a cominciare da quella delle Ferrovie, e il continuo ricorso ai prestiti dall'estero, strangolarono ben presto il paese, precludendogli nuovi aiuti da parte della comunità internazionale e degli organismi finanziari, isolandolo dal mondo e portandolo di fatto in un vortice economico autodistruttivo. Da un lato la sproporzionata crescita della spesa pubblica, dall'altro il folle ricorso alle esportazioni, gioco che resse fino al 1997, quando la depressione economica colpì violentemente l'Argentina, provocando tra il 2000 e il 2001 assalti ai negozi, rivolte di piazza, attacchi ai simboli del capitalismo occidentale, proteste continue da parte dei malati senza più assistenza medica. Chiusero le banche, restò senza lavoro il 30% della popolazione, la povertà coinvolse il ceto medio, la censura attanagliò la stampa, col paese che sembrò ripiombare negli anni trenta. L'Argentina legata al dollaro, seguace modello degli economisti americani, non esisteva più e bisognava restaurare in modo consistente una nazione tagliata fuori dai giochi strategici dominanti, quelli legati al petrolio e alle risorse energetiche. Non andò meglio a Fernando De la Rua, leader dell'Unione civica radicale, a cui toccò il pesante fardello della ricostruzione, ma fu presto costretto a proclamare lo stato d'assedio, incapace di gestire l'emergenza economica e il tracollo sociale, arrivando a rischiare l'arresto per non aver fermato la repressione indiscriminata di Plaza de Mayo, nel bollente dicembre 2001, e infine costretto alla rocambolesca fuga in elicottero dalla Casa Rosada.
Solo negli ultimi anni l'Argentina ha un po' rialzato la testa. Dopo il breve interregno di Eduardo Duhalde, Nestor Kirchner ha rilanciato il paese, controllando il mercato in modo oculato e costruttivo e curando con grande diplomazia i rapporti con i leader stranieri. Il suo governo si è impegnato nell'interesse del popolo, coraggioso nelle politiche sociali, accorto alle necessità della gente e vicino a sindacati e consumatori, senza ricorrere a misure tradizionali e drastiche, come l'espropriazione, che avrebbe potuto portare a scontri con gli organismi finanziari internazionali. Kirchner ha contrastato le multinazionali invitando la gente al boicottaggio, e si è allineato in più di una occasione ai proclami antimperialisti di Morales, Chavez e Lula, apparendo, anzi, il più diplomatico e concreto dei nuovi presidenti sudamericani. Una sapienza strategica che ha portato le compagnie petrolifere, la brasiliana Petrobras e la spagnola Repsol YPF, ad accettare il congelamento dei prezzi e contribuire così alla lotta all'inflazione, prioritaria per il governo e per la società argentina, restituendo così al paese prestigio internazionale e credibilità politica.
Il temerario e imperturbabile Meném oramai ha poco da perdere. Ma la gente argentina, che sta pian piano ritrovando fiducia, ha cicatrici troppo fresche per ricascarci. Con buona pace dei vecchi volponi.
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